Deterrenza – anche nucleare – in Mediterraneo: necessità e pretesti

di Gian Carlo Poddighe

Il Mediterraneo è tornato (se mai ne fosse uscito, secondo le opinioni di alcuni sostenitori della pace irreversibile dopo la fine della guerra fredda) ad essere al centro di tensioni globali, e non solo per gli aspetti più evidenti, i conflitti in Palestina e M.O. ed il ruolo di Israele.

Israele, paese nell’ancora ristretta cerchia di quelli dotati di capacità nucleari, certamente credibile e temibile sotto questo aspetto, capace di vera deterrenza nucleare (che non è solo il possesso delle armi, ma il loro sistema d’impiego e la prontezza) e protetto dalla stessa.

Proprio queste caratteristiche, che dovrebbero riguardare ed essere comuni a tutti i paesi che vogliono, o dovrebbero, contare in questo teatro, sono al momento al centro di polemiche e strumentalizzate da chi – in una prospettiva più ampia – vuole smontare la validità della deterrenza (non solo nucleare) come è stata concepita ed adottata negli ultimi decenni, a partire dal clou della guerra fredda.

Minaccia e protezione con interpretazioni controverse e scarsa obiettività della scala della deterrenza.

Alleanza: dalla resilienza all’escalation

Storicamente, e per ovvie ragioni, tutti i leader israeliani che si sono succeduti da quando il Paese è stata riconosciuto, o svelato, come potenza nucleare hanno sempre mantenuto il massimo riserbo sulle capacità nucleari del loro paese, pur nutrendo la massima fiducia sul corrispondente effetto di prevenzione di attacchi: tale capacità è stata per anni il caposaldo della sicurezza e della credibilità del paese, che ha comunque basato sulla resilienza (le sue capacità industriali e di mobilitazione) e sulla dissuasione la propria credibilità e la propria sicurezza.   

Se non tutto, molto è cambiato a partire dal 7 ottobre 2023, quando Hamas ha messo in dubbio tutta la struttura di sicurezza, così come gli eventi successivi, con la prevalenza negli attacchi di attori non statali.

Israele si è trovata ad affrontare attacchi missilistici e di sistemi autonomi da parte di Iran, Hezbollah in Libano e Houthi in Yemen, massicciamente in crescita dopo la campagna congiunta USA-Israele contro l’Iran del febbraio 2026. 

I detrattori della deterrenza fanno leva e amplificano il fatto che né l’Iran né gli attori non statali hanno considerato né considerano la capacità nucleare di Israele come motivo per astenersi da attacchi sempre più massicci e sempre più diffusi sul territorio: significatamene a marzo 2026 l’Iran ha addirittura preso di mira gli impianti di Dimona (certamente anche come dimostrazione/ritorsione dei precedenti attacchi ai propri impianti).

 Si è mossa una corrente di opinionisti, più che analisti (e revisionisti dell’attuale sistema di alleanze e deterrenza), che ha voluto evidenziare come la deterrenza nucleare israeliana non solo non stia servendo al suo “presunto” scopo, ma si stia trasformando in moltiplicatore di rischi (e facilitatore di attacchi).

Israele ha risposto agli attacchi “dall’aria”, a corto e lungo raggio, comunque classificati “convenzionali”, rafforzando in modo significativo e costante le difese missilistiche a più livelli, dal sistema Iron Dome progettato per contrastare attacchi a corto raggio, al sistema David’s Sling, che intercetta missili a medio e lungo raggio, fino al sistema di difesa missilistica Arrow, che difende contro missili balistici a lungo raggio;  difesa multilivello progettata per gestire una varietà di attacchi, con costi difficilmente sostenibili per lungo tempo.

Una teoria di maggior rischio, formulata e sostenuta nell’ambito della citata corrente di pensiero, che porta a due considerazioni: 

  • la prima è la sostenibilità: la proliferazione di missili economici e precisi, droni e veicoli aerei senza equipaggio a disposizione di avversari statali e non statali ha portato a un rapporto costi-benefici sfavorevole con sistemi di difesa più avanzati, e le esperienze dei conflitti, ucraino e mediorientale, convergono. Esperienze che portano a definire una rivoluzione della minaccia e di conseguenza l’arma “assoluta”;
  • la seconda è che Israele, sviluppando sofisticate difese antimissili stratificate, ha perseguito una strategia di “deterrenza tramite negazione” in base alla quale, in teoria, gli avversari dovrebbero essere dissuasi dal colpirlo riconoscendo l’inutilità di qualsiasi attacco: la potenza di Israele nella difesa missilistica renderebbe inefficace qualsiasi tentativo di colpire obiettivi nel paese. 

Questa teoria, che sullo sfondo mette in dubbio la deterrenza nucleare, sempre e in qualsiasi contesto venga perseguita, e dimostra di essere un banco prova, un ballon d’essai, magari a favore dei crescenti movimenti di opposizione all’incremento delle spese per la difesa:

  • da una parte, riconosce come la relativa economicità e l’accessibilità di nuove armi, comunque sinora convenzionali, costringano l’aggredito (Israele) a nuovi investimenti nella ricerca di sistemi difensivi più economici, o diverse alleanze per produzioni condivise, concentrandosi sulla resilienza, dimostrazione come sia questa una delle forme di rafforzare difese, sicurezza e persistenza, ma non un’alternativa, né una rinuncia alladeterrenza;
  • dall’altro, enfatizza come la possibilità di rappresaglia nucleare da parte di Israele si sia rivelata una minaccia spuntata, una proiezione sfocata, inefficace proprio per la tipologia degli avversari e l’evanescenza degli obiettivi da colpire. Anche nel caso dell’attacco a Dimona, il governo israeliano non ha potuto identificare obbiettivi di ritorsione, né ha ritenuto di minacciarla in termini di ricorso al nucleare. 

Israele sembra aver valutato la provocazione implicita e sembra aver scelto di mantenere la sua strategia di ambiguità nucleare, sia per confermare come il ventaglio di minacce rimanga ampio e occorra la massina capacità al riguardo, sia – forse – per prevenire una corsa regionale agli armamenti nucleari regionale, sia per evitare di affrontare nuove reazioni internazionali, in un quadro che non è favorevole come simpatie e allineamento.

Il tutto è stato peraltro letto, e viene presentato, come una lezione, un vantaggio per avversari, attori statali o non statali, che non hanno pertanto motivo di prendere in considerazione e temere capacità nucleari, né essere scoraggiati dallo spettro di una ritorsione non convenzionale.

Uno spunto, un assist, molto opportuno per tutti quei movimenti che si oppongono all’adeguamento delle spese della difesa, allo stesso schema di difesa integrata, considerando anche come il tema della deterrenza sia centrale, nevralgico per gli equilibri della NATO.

Una linea di pensiero che – si potrebbe ritenere stupidamente – esorta a una sorta di de-escalation, deviando le risorse dalla deterrenza e concentrandole sulla resilienza, come se si trattasse di un’alternativa e non di un percorso da sempre previsto, base necessaria per costruire credibilmente dissuasione e deterrenza.

Questo approccio prospetta priorità diverse per i governi chiamati a destinare maggiori risorse alla difesa nel momento in cui di fatto si sta riconsiderando l’ordine globale: tanto in ambito nazionale, interno, quanto di alleanze o blocchi induce considerazioni di costo/efficacia in termini di dissuasione più che di deterrenza sia per i paesi già dotati di armamento nucleare, sia per quelli che considerano di acquisirlo o ne valuterebbero l’integrazione con chi già ne dispone.

La dissuasione presuppone peraltro una volontà politica ed una forza decisionale ben diverse e maggiori della deterrenza condivisa.

Non è corretto, al limite del ridicolo, interpretare in tal modo l’evoluzione della minaccia in tutti i suoi aspetti, sino al punto che molti dei richiamati pensatori/influencer affermino, partendo dall’assioma che le armi nucleari non proteggono uno stato che le detiene dall’azione di avversari inferiori.

Seguendo tale linea, nel momento in cui più attori statali e non statali acquisiscano sistemi missilistici e droni di una certa efficienza, saranno in grado di lanciare attacchi sempre più audaci, anche contro stati che possiedono le armi nucleari ed aumenterà la conflittualità.

Il mito dell’arma assoluta non ha mai retto, ne è logico, e non può essere oggi usato per archiviare la deterrenza.

Malgrado le analisi e le previsioni di cassandre non si quanto non ideologicamente orientate o eterodirette, la deterrenza nucleare rimane, ed a qualsiasi costo, uno scudo occidentale per un’Europa ancora non pronta alle tensioni montanti in vista di un nuovo ordine globale.

Quando in Europa (e nella NATO) si parla di deterrenza, occorre pensare e trattare in termini globali, e non del cortile di casa, stando ben attenti e ben lontani dal recente ammiccamento cinese, della proposta per un tavolo stabile su tre gambe, Cina USA ed UE.

Un’ illusione da gioco delle tre carte, un altro bluff: non solo nella sua nota spregiudicatezza la Cina non potrebbe abbandonare del tutto l’“eterno alleato”, ma in qualsiasi modo la UE, e meglio la NATO, si trova e si troverà a confrontarsi con la Russia, e la deterrenza dovrà essere almeno a misura di questo avversario, ben radicato in mediterraneo.

La deterrenza nucleare è stata valida nel quadro di una sorta di ordine globale in relativo equilibrio che oggi non esiste più: gli attori sono cambiati e quelli che vorrebbero contribuire alla stabilità del tavolo non è detto che possano farlo, non è detto che contino.

Si deve riconoscere che sino ad oggi i membri della UE avevano comodamente terziarizzato la deterrenza, persino parte della dissuasione: oggi non è più possibile perché l’appaltatore ci chiede un diverso contributo, un diverso contratto, più ancora se come ha ribadito Il CSM MM deve (e vuole) assumere un ruolo sostitutivo nel Mediterraneo e complementare nel Mediterraneo allargato.

 Siamo ad una svolta, non facciamo una inversione ad U ma teniamoci quello che rimane della vecchia deterrenza e del vecchio contratto, cercando di farla evolvere e mantenendo un minimo di credibilità, anche pagando dei prezzi, e cominciamo a pensare a ciò che si vorrebbe per la nuova deterrenza, per una sicurezza sempre meno dipendente da fattori esterni (e nemmeno dalle comode deleghe del passato).

La dottrina “NATO 3.0” che sta emergendo dal vertice di Ankara ridefinisce la postura dell’Alleanza verso una deterrenza multidominio, capace di rispondere non solo a minacce nucleari, ma anche a tattiche ibride, attacchi cibernetici e vulnerabilità delle infrastrutture sottomarine e spaziali; tuttavia, la fragilità della coesione interna, denunciata sia da RUSI (Royal United Services Institute) sia da Chatham House, impone cautela: la credibilità della nuova dottrina dipenderà dalla capacità dei singoli Paesi membri di tradurre gli impegni dichiarati in capacità operative concrete, come dimostra lo scetticismo che inducono certe nuove teorie.

Il riferimento israeliano, che si vuole sminuire, è importante: il Mediterraneo non è uno spazio “nuclear free”, molti attori sono nucleari e alcuni aspirano a diventarlo.

La Turchia è certamente uno di questi, con le sue ambiguità, con discussioni che da sempre si concentrano sul delicato bilanciamento tra lealtà atlantica della Turchia e storiche ambizioni di autonomia strategica, oscillando tra abbracci e distacchi traumatici con Israele che rimane comunque un modello.

Quella Turchia a cui il vertice già a priori ha riconosciuto capacità importanti di resilienza, consacrandola come hubindustriale indispensabile per droni e cantieristica navale, con  il Segretario Generale Rutte che ne sottolinea il ruolo nella base tecnologica dell’Alleanza, in un quadro di fragile coesione interna (con un campanello d’allarme per l’Italia, per una Turchia che il summit riconosce come beneficiario politico importante se non principale, capace di capitalizzare la propria posizione di cerniera tra Occidente, Russia e Medio Oriente, e di proporsi come architrave logistica alternativa). 

La learned lesson di questi tempi e l’analisi delle nuove teorie ci confermano che la deterrenza è fondamentale, e la più efficace è quella che non ha bisogno di essere usata e che – vista da fuori – è quanto più assomiglia alla PACE.

È quella che spezza la minaccia.

Significa mettere insieme, e tutelare, sicurezza, prosperità, difesa e crescita, ma significa anche mettere insieme forza e libertà.

Le crisi sovrapposte, e persino la Russia, ce lo stanno dimostrando, rafforzano la necessità di mantenere le forme di deterrenza attuale, anche a costo di compromessi, per farle poi evolvere in continuità, senza lasciare pericolosi varchi.

Gian Carlo Poddighe, 7 luglio 2026

Estratto del “Rapporto deterrenza e resilienza”