una scelta e una necessità del Paese e non una cessione di responsabilità e competenze
DA EMERGENZA A OPPORTUNITÀ
di Gian Carlo Poddighe
La resilienza quale necessità di una strategia sistemica che integri ricerca, manifattura e sicurezza per affrontare la competizione globale, che sta scalando rapidamente verso situazioni di confronto e di vero rischio di sopravvivenza occidentale, deve necessariamente prevedere e comprendere la cooperazione transatlantica ancora per anni a venire.
Questa considerazione ha orientato un confronto tra le due sponde dell’ atlantico, ovviamente centrato sul nostro paese e soprattutto sulla marittimità che dovrebbe essere il punto di forza della nostra resilienza, anche grazie ad alcune potenzialità consolidate, in primis la posizione mediterranea.
La resilienza, nel contesto attuale di competizione globale crescente, non è più un’opzione ma una necessità strategica per l’Occidente.
Il confronto tra grandi potenze si sta intensificando fino a configurare rischi sistemici, imponendo una risposta che integri ricerca, manifattura e sicurezza in un quadro coerente e di lungo periodo.
In questa prospettiva, la cooperazione transatlantica resta un pilastro imprescindibile, soprattutto per un Paese come l’Italia, che deve valorizzare la propria vocazione marittima come leva di forza e continuità storica.
Purtroppo, anche storicamente, noi non siamo importanti per quello che siamo, e facciamo poco per valorizzarlo, ma per la nostra posizione.
Le nuove dinamiche tecnologiche e geopolitiche richiedono il superamento del modello lineare dell’innovazione creato durante la Guerra fredda, quando gli Stati Uniti e gli alleati costruirono un sistema integrato che univa eccellenza scientifica, ampia base manifatturiera e mercato competitivo, con strumenti (basti pensare alla DARPA, Defense Advanced Research Projects Agency ), che rafforzarono un ecosistema capace di tradurre rapidamente la ricerca in capacità industriale e vantaggio strategico.
Con la fine della Guerra fredda e l’illusione di una pace irreversibile, questo equilibrio si è incrinato. La delocalizzazione produttiva, accelerata dall’integrazione della Cina nei mercati globali, ha progressivamente svuotato il “bene comune industriale” occidentale: competenze, filiere e capacità produttive necessarie per scalare le innovazioni.
Molte tecnologie di origine occidentale sono oggi prodotte e perfezionate altrove, generando nuove dipendenze strategiche.
Per invertire la tendenza, occorre riattivare un approccio sistemico.
Sempre guardando alle due sponde dell’atlantico, negli Stati Uniti si intende aprire il mercato della difesa alle startup e alle imprese tecnologiche, riducendo il peso sinora preponderante dei grandi contractor e contrastando l’inerzia burocratica.
L’obiettivo è creare un ambiente competitivo in cui innovazione e sicurezza possano interagire più rapidamente. La lentezza dei processi di acquisizione, infatti, favorisce chi già domina il sistema e ostacola l’ingresso di nuove soluzioni, indebolendo la resilienza complessiva.
Parallelamente, è necessario evitare uno sbilanciamento eccessivo verso singoli domini, come quello spaziale.
L’accesso allo spazio è cruciale, ma non può oscurare altre priorità strategiche, soprattutto per l’Italia e per l’Europa.
L’analisi delle politiche della Cina evidenzia come la dimensione marittima sia centrale nella competizione globale: non solo in termini militari, ma anche infrastrutturali e logistici.
I porti e le reti logistiche sono sempre più strumenti di influenza strategica, come sta dimostrando la Cina nelle controversie che riguardano i choke points globali, che non sono solo Panama, lo Stretto di Taiwan, i Mari della Cina Meridionale e il Mar Rosso, con la crisi di Hormuz, ma sono anche il Mediterraneo e lo Stretto di Sicilia.

Nel Mediterraneo, e in particolare nello Stretto di Sicilia, si intrecciano interessi commerciali e di sicurezza che incidono direttamente sulla libertà di navigazione e sugli equilibri regionali.
Per l’Italia, la marittimità rappresenta quindi un asset decisivo per rafforzare deterrenza e resilienza.
La resilienza richiede una strategia integrata che ricostruisca la base manifatturiera, colleghi strettamente ricerca e produzione, riduca le barriere burocratiche e rafforzi la cooperazione transatlantica. Solo così sarà possibile garantire una deterrenza credibile e affrontare una competizione globale in cui il tempo è fattore determinante.
La diagnosi di partenza è scomoda: la base industriale della difesa si è “impigrita” in un sistema chiuso, ottimizzato per la stabilità e non per l’emergenza.
La burocrazia, in questa prospettiva, diventa non solo un problema di efficienza, ma un ostacolo strutturale alla resilienza.
Aprire il mercato della difesa, ridurre le barriere amministrative e rafforzare le competenze decisionali interne agli apparati pubblici significa creare una nuova alleanza tra settore militare, mondo dell’innovazione ed industria.
La resilienza non si esaurisce nella quantità di risorse stanziate, ma dipende dalla qualità dei collegamenti tra attori diversi e dalla capacità di tradurre rapidamente le priorità strategiche in programmi industriali concreti.
Nello scenario attuale il tempo premia ed è fattore e condizione fondamentali
Per il nostro paese è corretto, ma anche troppo facile, dire che non ci sono pace e sicurezza senza una vera deterrenza, ma la deterrenza deve essere credibile ed avere un sostegno, la resilienza
Gian Carlo Poddighe (*)
Sintesi del Rapporto Deterrenza e Resilienza
(*)
Come al solito, al loro esordio sul nostro giornale, presentiamo i collaboratori con la pubblicazione di un profilo professionale:
Ufficiale del Genio Navale della Marina Militare, Responsabile Studi&Sviluppo del SeaCS, Centro Giuseppe Bono, past Vicepresidente del CeSMar, Centro Studi di Strategia e Geopolitica Marittima, Golden Member dell’ USNI, membro della SISM, Società Italiana di Storia Militare, nel corso del servizio navale è stato destinato presso centri di ricerca ed a bordo di unità di superficie; destinato all’ allestimento di nuove unità, ha curato anche i rapporti con Marine estere.
Transitato nell’ industria nazionale ha prima svolto incarichi di responsabilità per le costruzioni della prima legge navale per poi prendere in carico i rapporti con i committenti esteri.
Ha occupato posizioni di vertice – sia in Italia sia in j.v. all’estero – nel settore impiantistico, delle grandi opere, della logistica e dell’industria automobilistica, occupandosi di diversificazione e innovazione di sistemi, impianti e linee produttive, in particolare di progetti di decarbonizzazione, per la transizione alle motorizzazioni a gnl, a idrogeno, a biocarburanti.
È stato chiamato a far parte di commissioni specialistiche da parte di organismi internazionali, tra cui rilevanti quelle in materia di disaster management.
Membro di alcuni Think Tank geopolitici, svolge attività di consulenza industriale; iscritto all’Ordine dei giornalisti dal 1992, collabora con periodici e quotidiani e pubblica su testate del settore marittimo e navale italiane ed internazionali.
