Minaccia nucleare, guerra ibrida e deterrenza

di Gian Carlo Poddighe

Il 30 settembre 2026 la NATO si è trovata ad affrontare un’esplicita minaccia nucleare, quando la Russia ha formalmente avvertito la NATO che sarebbe pronta a ricorrere alle armi nucleari se percepisse una minaccia su Kaliningrad, l’exclave russa che confina con il Mar Baltico (da valutare comunque un pretesto tra i tanti continuamente citati a giustificazione dell’invasione ucraina).

Un fatto molto grave, passato in sordina, perché si tratta della prima vera minaccia non solo alla NATO ma a ciascuno dei paesi membri dei tempi più neri della guerra fredda, dalla crisi dei missili all’invasione della Cecoslovacchia per ricordarne alcuni senza ricorrere all’Ucraina, una minaccia reale che la politica UE ha tenuto “di basso profilo” per non dire nascosta. 

Un esplicito richiamo alla dottrina dell’attacco nucleare precoce che ha accompagnato la politica russa degli ultimi anni, con Putin che prospetta l’attacco preventivo, a ruoli invertiti rispetto alla realtà attuale ed alla Guerra fredda di un del tutto supposto maggior potere occidentale che si tradurrebbe in aggressione. 

Una minaccia ed una manipolazione dell’informazione come parte di una guerra ibrida ormai in corso che impone attenzione e nel nostro caso ha portato alla preparazione di un’analisi che ripercorre sommariamente gli ottant’anni dall’inizio della corsa al nucleare, della ricerca di una deterrenza credibile, dell’equilibrio basato sulla distruzione reciproca, del rischio regolato da e tra due superpotenze, sino gli ultimi decenni, sotto la minaccia del caos. 

Il testo di quest’analisi è consultabile e liberamente scaricabile su Academia.edu, al link https://www.academia.edu/177422180/MINACCIA_NUCLEARE_GUERRA_IBRIDA_E_DETERRENZA

Un confronto tra l’esperienza di chi ha vissuto gli anni della Guerra fredda (e dell’inevitabilità dello scontro) ed i nuovi protagonisti occidentali che devono “pensare diverso”, prevedere una qualche forma di equilibrio se non di prevenzione, pensare se esiste la possibilità di un equilibrio, pensare se e quanto vale la deterrenza e chi deve o dovrebbe esercitala.

Un diverso ordine nucleare basato sulle scelte strategiche degli Stati Uniti e di altre potenze nucleari, in particolare della Cina, non più solo della Russia come erede dell’URSS.

La Guerra Fredda è finita, è dimenticata, ma è anche l’unica competizione globale tra superpotenze dotate di armi nucleari che può darci indicazioni sulla “convivenza nucleare”.

L’orso che non era in grado di nuotare era forse una tigre di carta, quella carta dove peraltro si certificava come l’Unione Sovietica disponesse di enormi risorse che potevano soverchiare l’Occidente: con il senno di poi non era possibile, ma la minaccia si ripropone, in un contesto molto più complicato, non solo di proliferazione.

La Guerra Fredda generò anche antidoti, una sorta di principi per l’“ordine nucleare” che governarono i rapporti ed allontanarono l’olocausto, ordine le cui fondamenta sono ora in discussione, in uno scenario dove sono presenti altri attori, basta pensare alla Cina, un processo ancora in corso che in pochi anni la porterà a superare la Russia come “pari” nucleare degli Stati Uniti.

Sono oggi tutti da affrontare i rischi nucleari di una Cina in ascesa, di una Russia in discesa (soprattutto indebolita come armamenti convenzionali), degli alleati USA velleitari come forza nucleare combinata minima (sufficiente?) per la deterrenza.

La premessa della minaccia nucleare è quella della guerra ibrida, secondo la logica del logoramento, che sfrutta le asimmetrie delle democrazie (governi che dipendono dal consenso), polarizza la politica interna europea, amplifica e talvolta muove forze radicali e isolazioniste, soprattutto tende a dimostrare che l’Alleanza non sa difendere i propri membri da attacchi non convenzionali. 

Uno scenario ottimale per l’avversario di una NATO svuotata dall’interno, un disimpegno americano, un’Europa frammentata che riconosca alla Russia una sfera d’influenza sullo spazio post-sovietico: una nuova Yalta che restituirebbe al regime risorse, tecnologie e legittimazione interna.

Una prospettiva di crescente minaccia con minore (o nessuna) deterrenza estesa degli Stati Uniti porta a nuove scelte su strategia e ordine globale, ben diverse da quelle che condizionarono la Guerra Fredda: una competizione militare con Cina e Russia nel XXI secolo sarebbe diversa rispetto a quella sostenuta in precedenza con i sovietici, e gli Stati Uniti potrebbero non prevalere.

Un quadro certamente non rassicurante e sta principalmente all’Europa fare in modo che non diventi drammatico, o addirittura irreversibilmente negativo.

La sicurezza non è data dai rapporti con il Cremlino, ma dovrebbe essere quella che gli Europei sapranno progettarsi da soli, con la deterrenza, la coesione e la volontà politica di non stancarsi prima dell’avversario e di consolidare costantemente le alleanze, a volte con qualche concessione.

All’Europa non resta altro che togliere a Mosca il vantaggio della minaccia, e dell’ambiguità nella minaccia che va smontata con ogni mezzo, a partire da consapevolezza e preparazione della società civile: non solo piani di emergenza aggiornati, scorte e logistica strategiche, ma la formazione di una cultura della sicurezza che faccia comprendere ai cittadini che la pace non è una condizione gratuita e permanente, ma un bene collettivo da difendere.

Gian Carlo Poddighe

6 ottobre 2026    .

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