Mediterraneo allargato, ma soprattutto Mediterraneo ristretto per ingombranti presenze

di Gian Carlo Poddighe

Non esiste un conflitto con la Cina, ma certamente la Cina in Mediterraneo è più di un concorrente e su questo si deve fare una profonda riflessione.

Una metodica e consistente campagna propagandistica ultradecennale e una conseguente profonda divisione interna in termini di percezione del rischio (senza tornare a parlare del desueto “pericolo giallo”) deve farci riflettere sui prioritari interessi nazionali e sul futuro del Mediterraneo come “asset” nazionale.

Accesso al Mediterraneo come valore aggiunto del nostro paese nell’Unione Europea o rinuncia a tale ruolo e ripiego come propaggine sud dell’Europa? 

Questo deve essere il dilemma dell’Italia guardando alla Cina ed ai suoi interessi sia in Europa sia in Mediterraneo nonché alla forma in cui la stessa Cina li persegue con una visione del futuro, certamente maggiore e più strategica della nostra.

Non va dimenticato che per la Cina vale rigidamente il concetto “la Marina è una sola” con la flotta mercantile (e la COSCO ne è la massima espressione) e la flotta peschereccia sinergiche e integrate.

È superfluo riaffermare come il Mediterraneo sia vitale per l’Italia, possiamo persino provocatoriamente assimilare il nostro Paese ad un’isola per la quale il mare è una via commerciale irrinunciabile: il 90% delle nostre importazioni ed il 73% delle esportazioni si realizzano via mare e circa il 17% del PIL dipende direttamente dai traffici marittimi.

Il trasporto marittimo occupa il primo posto in Italia per quanto concerne la movimentazione delle merci.

Questo, oltre alla posizione geografica, non può che suscitare appetiti, considerando come in Mediterraneo convergano variabili esterne ai singoli stati e l’emersione di interessi di parte spesso confliggenti tra le agende politiche degli stati rivieraschi, oggi acuite da attori mediorientali e internazionali coinvolti nel mare magnum di criticità locali. 

Proprio la marcata presenza di fattori esterni all’interno di contesti locali e nazionali alimenta ancora una volta le dinamiche divisive che hanno influenzato le crisi regionali e ne hanno favorito la radicalizzazione. 

Il riacutizzarsi di antiche e nuove rivalità tra i diversi attori coinvolti si innesta infatti su complesse dinamiche che vanno dall’inasprimento degli scontri settari esistenti, all’implosione di alcuni stati dell’area, alla diffusione del terrorismo vero, di matrice religiosa, e indotto, di diversa matrice.

Una regione in cui rimangono ancora irrisolte le questioni politiche e rivendicazioni socioeconomiche che hanno caratterizzato le cosiddette “Primavere arabe”.

La stessa pluralità di interessi regionali e internazionali mette in evidenza le difficoltà di giungere a soluzioni negoziali nei conflitti in corso, con il Mar Rosso e il Golfo parte di questo quadro.

Una condizione di caos generalizzato che configura sempre più̀ il Medio Oriente come un terreno di scontro, nel quale sta avvenendo una ridefinizione degli assetti politici e strategici, non scevra da contraddizioni e dalla creazione di nuove (e forse più̀ pericolose) fratture sia nell’ordine dei singoli stati, sia delle alleanze, anche con l’aggiunta di ricomposizioni ed ambiguità.

In questo quadro oscuro e confuso si muove con estrema determinazione un “soggetto esterno” la Cina, lo fa dal 1980 ma – se si dovesse fissare un paletto di origine – da 30 anni, dal 1996, è stata oggetto di attenzione e preoccupazione di pochi, quelli che hanno continuato a produrre analisi, con pochi allarmismi e molte preoccupazioni.

Un esercizio interessante è il riesame di un’analisi multisciplinare risalente a dicembre 2016 (pubblicata e diffusa in vari siti).

Il contesto istituzionale e gli accordi settoriali

Dall’inizio degli anni 2000 le relazioni fra la Cina e i paesi arabi si sono progressivamente strutturate, prima attraverso l’istituzione di un meccanismo di dialogo, poi con la pubblicazione da parte di Pechino di un documento che ne definisce la politica verso il mondo arabo, il China-Arab States Cooperation Forum (CASCF), un meccanismo di cooperazione inaugurato nel 2004 dall’allora Presidente Hu Jintao durante una visita alla sede della Lega araba al Cairo.

Tale meccanismo di cooperazione non è unico nel panorama della diplomazia cinese, ma si somma ad altri che la Cina ha sviluppato in diverse aree, ovviamente con la sponda Nord del mediterraneo e tutta la UE come obbiettivo.

La BRI ne è la palese dimostrazione.

Tornando al CASCF, il documento presenta la Cina come un partner allo stesso livello dei paesi arabi, proponendosi in alternativa all’atteggiamento attribuito agli Stati Uniti o ai paesi europei.

Significativo il pieno sostegno a una Palestina indipendente e sovrana, con i confini definiti fino al 1967 e con Gerusalemme Est come capitale (nonostante ciò, la Cina – unica nel panorama mondiale – intrattiene ottimi rapporti con Israele fondati sulle relazioni commerciali così solide da resistere alle dichiarazioni e prese di posizione cinese sulla questione palestinese).

Il viaggio di Xi Jinping in Arabia Saudita, Egitto e Iran del gennaio 2016 può essere letto come un particolare esercizio di equilibrismo diplomatico, caratterizzato dalla preoccupazione di non guastare le relazioni con nessuno degli attori coinvolti, a maggior ragione ricordando come Xi Jinping sia stato il primo leader straniero non regionale a incontrare la dirigenza iraniana dall’accordo sul nucleare.

L’attenzione dedicata dal presidente cinese al Medio Oriente (e ancor più al Mediterraneo) va inserita in un contesto di maggiore assertività̀ cinese avanzata negli ultimi anni.

Se in passato la Cina era rimasta fedele alla direttiva di mantenere un basso profilo, progressivamente ha aumentato la propria proiezione esterna. In questo cambio di passo il progetto di maggiore evidenza è senza dubbio il rilancio della “storica” (via della seta, sotto la denominazione di Belt and Road Initiative – BRI).

Tale piano, promosso in due momenti distinti con apice nel 2013, è stato articolato in due direttrici di interconnessione fra la Cina, da un lato, e l’Europa, il Mediterraneo orientale e l’Africa orientale dall’altro.

Tali collegamenti si compongono di una parte terrestre (la cintura economica della via della seta) e una marittima (la via della seta marittima del ventunesimo secolo).

Un elemento portante del progetto del rilancio della nuova via della seta è costituito dalla prospettiva di avviare ingenti progetti infrastrutturali che consentano una migliore connettività̀ delle aree in oggetto (significa di prevalente interesse cinese). 

A questo proposito, a completamento del progetto, Pechino ha promosso l’istituzione di una banca regionale e di un fondo d’investimento dedicati, rispettivamente la Banca Asiatica d’Investimento infrastrutturale e il Silk Road Fund.

Come è ormai evidente, e allarmante, la BRI non si limita soltanto all’aspetto infrastrutturale, piuttosto è lo strumento e l’espressione di una più ampia politica di proiezione cinese che riguarda importanti accordi economici bilaterali con i paesi che ricadono entro l’ampio perimetro delle direttrici terrestre e marittima.

Tale narrazione, infatti, è volta a far percepire gli investimenti cinesi nell’area come un’opportunità congiunta e non come un’eventuale “invasione economica”. 

È l’asse portante di una propaganda massiccia, strategicamente gestita anche con soggetti non immediatamente identificabili, che ha avuto ed ha ampio spazio e peso anche nel nostro paese (con Trieste come primo obiettivo, senza tralasciarne di secondari, quasi creare margini di trattativa).

Tra le tipologie di accordi prospettati vi sono anche quelli sulla cooperazione industriale, con il trasferimento di capacità, ovvero accordi che promuovono la delocalizzazione della produzione dalla Cina come misura di aggiramento di dazi o misure protezionistiche.

Questa scelta è l’evoluzione della strategia di internazionalizzazione delle aziende cinesi chiamata “going global”, e non è la novità attuale, ma era già chiaramente in atto nel 2016.

È funzionale ad esigenze interne dell’economia cinese, affetta da una crisi strutturale di eccesso di capacità produttiva in settori quali, ad esempio quelli legati alle costruzioni e all’acciaio.

I punti salienti

L’attenzione della Cina nei confronti del Medio Oriente è in costante crescita dagli anni Ottanta, ma solo negli anni 2000 ha trovato piena strutturazione all’interno del CASF.

Da allora la Cina ha cercato di promuovere l’avanzamento delle relazioni economiche, cercando di non limitarsi all’interscambio degli idrocarburi. La crescita dell’interdipendenza economica aumenta il valore della stabilità regionale per la Cina, tema che pone il presidente Xi Jinping davanti a nuovi interrogativi a fronte del graduale disimpegno americano nella regione.

Commercio ed energia sono le due costanti, con l’energia che condiziona fortemente la politica nazionale in termini di sicurezza energetica.

La Cina ha conquistato quote sempre più rilevanti dei traffici globali di greggio fino a diventarne nel 2016 il primo importatore: prima destinazione delle esportazioni di petrolio dal Medio Oriente in prospettiva fino al 2035.

Già nel 2016 si prevedeva una continuità del trend di crescita delle importazioni petrolifere cinesi, aumentando così l’interesse di Pechino sulle risorse mediorientali, con la Libia come caso a parte, molto più complesso, tanto da meritare una trattazione separata, anche per le possibili sopravvenute interazioni cino/russe.

Al di là dei prodotti energetici, nel 2016 l’interscambio fra la Cina e i paesi dell’area Med era passato da circa 16 miliardi di euro a oltre 191, portando la Cina a superare gli Stati Uniti come primo partner commerciale della regione già dal 2010.

Nel 2015 le esportazioni verso i paesi del Golfo ammontavano a 61,2 miliardi di euro mentre quelle verso il Mediterraneo meridionale erano di 51,3, con una crescita rispetto all’anno precedente rispettivamente del 18,6% e del 22,6%.

Come interessi e proiezione importante il dettaglio che, come destinazione delle esportazioni cinesi, i principali paesi erano già Turchia ed Egitto nel Mediterraneo ed Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita nel Golfo. 

Il dato della Turchia è rimarchevole, per gli sviluppi successivi, e il continuo riposizionamento della Turchia in Africa e nella galassia islamica, più che nella sfera occidentale.

La crescita dell’interscambio cinese con la regione è ancora più significativa se confrontata con l’andamento delle relazioni commerciali con altri attori internazionali. 

Infatti, a fronte della moltiplicazione esponenziale del valore e del volume dei commerci da e verso Pechino, si rileva che – al 2016 – solo Germania, Regno Unito e Stati Uniti erano riusciti nello spiraglio di secolo a raddoppiare l’interscambio con la regione, con un preoccupante 50% della crescita degli scambi commerciali dell’Italia nella stessa area geografica.

Il dato dell’interscambio della Cina con la regione è ancora più̀ rilevante in quanto non era all’epoca giustificabile solocon la crescita della domanda di energia dell’industria cinese.

La Cina era già ampiamente in surplus (nel 2015 l’import cinese era di 8,5 miliardi di euro, mentre l’export ammontava a 53,7) con i paesi del Mediterraneo meridionale, mentre era sostanzialmente in pareggio con i paesi del Golfo (import 61,4 miliardi di euro; export 61,2) pur contando il peso dell’interscambio energetico citato in precedenza, un elemento che già confermava la forza commerciale cinese nella regione. 

All’interno dei flussi commerciali fra Cina e Medio Oriente merita una menzione particolare il capitolo della cosiddetta maritime economy.

I propositi di coltivare i traffici commerciali come enunciato nella componente marittima della BRI, hanno trovato realizzazione in una serie di operazioni di acquisizione di quote di porti della regione (oggetto di un separato rapporto, molto ampio e dettagliato, già pubblicato ed a disposizione degli eventuali interessati).

La prima operazione risale addirittura al 2004, quando la China Ocean Shipping Company (COSCO) entrò in possesso del 25% di Antwerp Container Terminal che opera nel porto di Anversa, ma ha avuto una decisa accelerazione nell’ultimo biennio con ben sette operazioni tra le quali spicca – oltre al caso dell’italiana Vado Ligure – l’acquisto del 67% del porto greco de Il Pireo.

Tale operazione, con un valore stimato di circa 1,5 miliardi di euro, non si limita all’acquisizione di quote della Piraeus Port Authority, ma prevede un impegno in investimenti che ne faranno uno dei principali hub del Mediterraneo.

Sulla sponda Sud alcuni paesi sono di forte interesse per la Cina, ai due estremi geografici Algeria e Israele.

Nel solo 2016, infatti, Pechino e Algeri hanno siglato accordi per la costruzione di un porto (Cherchell – 3,5 miliardi di dollari), di una moschea ritenuta tra le più grandi al mondo (Djamaa El Djazair – 1,2 miliardi di euro) e di una raffineria precedentemente gestita da una azienda francese (raffineria Sonatrach – 380 milioni di euro). 

Il nuovo ruolo della Cina e le implicazioni di sicurezza

Come accennato in precedenza, la politica estera cinese esibisce tradizionalmente principi di non ingerenza e non interventismo negli affari interni degli altri paesi.

Tale approccio era in passato rafforzato dal fatto che gli interessi della Cina e la sua esposizione economica con l’estero erano relativamente limitati. Di conseguenza, Pechino aveva gioco facile a tirarsi fuori dagli oneri di stabilizzazione regionale.

L’evoluzione dello scenario economico sopra descritto e, in aggiunta, il disimpegno americano hanno tuttavia sollevato interrogativi sul ruolo che la Cina potrebbe avere nella sicurezza non solo del Medio Oriente ma del Mediterraneo, in particolare dell’area MENA, aspirando addirittura ad una eventuale sostituzione degli Stati Uniti come potenza regionale.

Uno scenario di ulteriore competizione fra Pechino e Washington per assicurarsi alleanze nella regione e una graduale penetrazione cinese nel vuoto lasciato dagli Americani.

Un’analisi di questo tipo, mutuata in qualche modo da un modello di relazioni fra grandi potenze fondato sull’esperienza della guerra fredda, appare però fragile sulla base di una serie di considerazioni sugli interessi cinesi.

Pechino ha spunti ma sinora sembrerebbe fortemente cauta sui rischi derivanti da una azione diretta nel Medio Oriente, per i costi sia politici sia economici e militari.

Guardando all’indopacifico, al momento è interesse cinese che gli americani restino presenti nel Medio Oriente a sobbarcarsi gli oneri di stabilizzazione regionale e logorarsi riducendo di conseguenza la pressione nel Pacifico.

Questa considerazione, tuttavia, non impedisce alla Cina di avviare forme di cooperazione in ambito di sicurezza con gli attori regionali sia in materia militare che commerciale.

La Libia è in prospettiva il maggior campanello di allarme, ma l’Algeria non è da sottovalutare.

Considerazioni per un dibattito

La presenza della Cina nel Mediterraneo allargato è ormai una realtà dal punto di vista economico e una tendenza in crescita dal punto di vista delle politiche di sicurezza, ma la situazione era già tale nel 2016.

Una presenza nata sulla scia delle dinamiche energetiche, ha progressivamente assunto un peso sempre più̀ significativo non tanto per il ruolo dell’interscambio commerciale quanto degli investimenti infrastrutturali, che inevitabilmente pesano sulla politica interna ed estera dei paesi che li consentono, massimo nei paesi della sponda sud, ma non certo irrilevanti sulla sponda nord.

Significativi per quanto avvenuto in Grecia, allarmanti in Italia, non solo l’esempio di Trieste, ancor più allarmanti se considerano i tentativi a ventaglio di posizionamento strategico cinese vicino a infrastrutture critiche, come nel caso di Taranto, dalle rinnovabili offshore, alla cantieristica, al terminale container, anche con iniziative non commercialmente giustificabili né economicamente sostenibili che avrebbero dovuto (e dovrebbero ancora) suscitare ben più che perplessità sui motivi.

Con riferimento invece alla direttrice marittima della BRI, i flussi commerciali sono destinati ad aumentare nel bacino mediterraneo grazie all’acquisizione di porti su entrambe le sponde e come conseguenza delle maggiori opportunità derivanti dal raddoppio del canale di Suez inaugurato nel 2015, con scarsa attenzione da parte europea e dell’opinione pubblica sul fatto che, malgrado i blocchi di Bab el Mandeb e di Hormuz che spingono i traffici verso la circumnavigazione dell’ Africa, i transiti cinesi risultano indenni dagli attacchi nell’area, favorendo uno spostamento dei traffici a favore dei vettori cinesi.

La preoccupazione italiana verso la maggiore presenza commerciale cinese dovrebbe dipendere (ed ancora inspiegabilmente non è a livello di allarme) dalla necessità di intercettare questi flussi e di farsi hub non soltanto dei commerci verso il nord Europa, ma di tutto il bacino mediterraneo.

Guardando alle analisi del 2016, è assurdo che all’epoca si fosse suscitato un grande clamore (e invidia) per l’investimento cinese nel porto del Pireo, considerandolo addirittura un’occasione perduta per il nostro paese: il tutto veniva addirittura visto e sfruttato come imperativo a sviluppare progetti di cooperazione prima che si rafforzasse ulteriormente la concorrenza del Mediterraneo orientale o di altri partner del settore occidentale come Francia e Spagna.

Forse non si era capito nulla della strategia cinese, o l’accorta propaganda aveva fatto (come fa) in modo di fuorviare l’interpretazione, al fine di favorire la penetrazione in strutture critiche italiane, a cominciare da Trieste (obbiettivo costante cinese, da Sud e da nord attraverso società tedesche controllate).

Sul piano della cooperazione in ambito di sicurezza, vi è una decisa convergenza di interessi per il mantenimento della stabilità della regione.

Malgrado la ostentata diffidenza cinese nei confronti di una eventuale opzione militare laddove si verificassero crisi, Pechino sta comunque ampliando la propria capacità di intervento, ed occorre monitorare e se possibile prevenire (da parte di tutta la UE nella sua velleità di difesa comune) il consolidamento cinese, in particolare in Libia.

Il messaggio cinese è ingannevole, un approccio che sembrerebbe promuovere la stabilità tramite lo sviluppo economico, un argomento che a suo tempo aveva addirittura trovato sponda nelle politiche del governo italiano di contenimento del flusso dei migranti, mentre – osservato con attenzione – nasconde poco la proiezione strategica.

A suo tempo anche l’interesse della Cina a sviluppare un Forum di cooperazione con l’Europa Mediterranea, proposta non nuova e modello ricorrente, era stata correttamente valutata da Bruxelles come una possibile azione di divisione delle strategie politiche comuni dell’Unione europea, e per questo rigettata.

La Francia all’epoca era stata ambigua, con un coinvolgimento nell’ottica di un proprio ruolo nell’accompagnamento della Cina nel nuovo ruolo di attore regionale.

Le tentazioni, che si spera siano superate, erano state grandi anche da parte italiana in vista della possibilità di intercettare opportunità di investimento regionale: è irreale e suicida considerare che potrebbe essere di interesse nazionale provare a giocare un ruolo di primo piano nell’evoluzione dell’influenza cinese nell’area.

Una panoramica che sembra (ed è) attualità MA ERA QUANTO PROSPETTATO NEL 2016, un campanello di allarme disatteso.

Gian Carlo Poddighe, 26 luglio 2026