Coloni vecchi e nuovi

di Enrico La Rosa

Il periodo dal 900 al 1500 vide in tutta la parte settentrionale dell’Africa il sorgere di grandi stati, e contemporaneamente lo sviluppo di intensi scambi commerciali. Salvo poche eccezioni, ci è molto meno nota la storia dell’Africa a sud dell’equatore; ma anche qui le origini degli stati e del commercio si possono far risalire a questo periodo.

Nel periodo dal 1000 al 1500 l’Islam si diffuse verso sud: risalendo il corso del Nilo fino ai regni cristiani della Nubia, lungo le coste settentrionali e orientali del Corno d’Africa I musulmani attraversavano il Sahara come mercanti o viaggiatori, con le carovane di cammelli che regolarmente compivano l’avventuroso viaggio dall’uno all’altro dei grandi empori commerciali a nord e a sud del deserto, come Sigilmassa nel Marocco, a sud dell’Atlante, e Oualata nel Mali. Questo pericoloso commercio forniva articoli di lusso (e a suo tempo armi da fuoco) e sale – elemento vitale nella dieta delle popolazioni tropicali – ai paesi dell’Africa nera a sud del Sahara. In cambio venivano spediti al nord oro, schiavi e lavori in cuoio. Verso la metà di questo periodo, le economie del Medio Oriente musulmano e dell’Europa cristiana dipendevano dall’oro dell’Africa.

Questo sviluppo del commercio tran-sahariano diede impulso al sorgere di vari stati nella fascia sudanese. Il Ghana, VIII-XI secolo, fu fondato dal gruppo Soninke del popolo dei Mande nella-zona a nord dei fiumi Senegal e Niger. Seguì il regno del Mali, fondato dai Mande Malinke, un vasto impero che si estendeva dall’Atlantico in tutta l’area compresa nella grande ansa del Niger. Nel 1324 un re del Mali, Mansa Musa, andò in pellegrinaggio alla Mecca, portandosi dietro tanto oro che durante il suo viaggio la moneta del Cairo subì una svalutazione. Successivamente si registra la nascita del regno del Songhai, i cui centri principali erano le città del Niger Gao e Timbuctu. A oriente del Mali sorgevano le città-stato degli Hausa, alcune delle quali – Zaria, Kano, Katsina – raggiunsero una grande prosperità, anche se non si unirono mai a formare un unico regno hausa. Più a est ancora sorgeva l’impero Kanuri, fondato dalle popolazioni del deserto nel Kanem, a est del Lago Ciad; ma nel XIV secolo il suo centro politico si spostò nel Bornu, a ovest del lago. I re kanuri, conosciuti col nome di mais, appartenevano a una delle più antiche dinastie della storia, dinastia deposta solo nel XIX secolo.

Nel tardo Medioevo, perciò, mentre l’Europa attraversava un periodo di decadenza a causa della peste e delle devastazioni della guerra dei Cent’anni, i regni negri del Sudan centrale e occidentale erano in piena fioritura. Alcuni re africani, come Mansa Musa e Sonni Ali Kilnu, erano famosi in tutto l’Islam e il mondo cristiano per la loro ricchezza, per lo splendore delle loro corti e i capolavori artistici creati dai loro sudditi. Le loro capitali erano immense città circondate da mura, dove si affollavano mercanti di tutte le nazionalità. Accanto alle moschee musulmane fiorivano università (per esempio a Timbuctu e a Djenné) che attiravano studiosi e poeti da tutto il mondo. La sovranità di questi re africani era riconosciuta su grandi territori ed era sostenuta da un misto di forza militare e di alleanze diplomatiche coi principi locali. I giudici regi amministravano la giustizia e una classe di burocrati amministrava il fisco e il commercio.

A sud degli stati sudanesi, mercanti hausa e malinke (questi ultimi conosciuti come Diula) commerciavano con le tribù che vivevano ai margini delle foreste tropicali, soprattutto nelle regioni produttrici di oro. Nel 1500 erano già state poste le basi di molti dei più famosi “stati della foresta”, i regni dell’Oyo, del Benin e dell’Akan, in parte nati a seguito dei contatti coi popoli del Nord. Nel 1500 questi popoli avevano già ricevuto la visita dei primi navigatori europei, soprattutto i Portoghesi, che avevano esplorato la rotta attorno all’Africa occidentale, penetrando nel Golfo del Benin.

Lungo la costa orientale dell’Africa era sorta una serie di città-stato musulmane, come Mogadiscio e Kilwa Kisiwani sul continente, e l’isola di Zanzibar, che facevano parte del sistema commerciale dell’Oceano Indiano. Particolare importanza in questo sistema aveva l’oro dello Zimbabwe, che veniva imbarcato e spedito dal porto di Sofala, a sud dello Zambesi. Il Madagascar – uno dei membri minori del sistema commerciale dell’Oceano Indiano – era in via di colonizzazione da parte di Africani del continente. Nel 1498 Vasco da Gama veleggiò attorno alla punta meridionale del continente africano e toccò alcuni di questi porti africani della costa orientale mentre faceva rotta per l’India. Gli intrusi europei arrivavano a cacciar di frodo nelle ricche riserve dei mercanti musulmani.

Ha inizio il processo della progressiva colonizzazione del Continente nero da parte delle potenze e delle dinastie europee. Giogo dal quale lo stesso finì gradualmente di liberarsi solo nella seconda metà del XX secolo, cinque secoli di avida espropriazione e di spolpamento sistematico ed avido delle ricchezze africane. Nel frattempo, il petrolio subentrò all’oro nella scala delle ricchezze del sottosuolo africano, quasi ovunque, e l’Occidente ritornò alla carica del Continente, dando origine ad una nuova “reconquista” famelica e guerrafondaia.

La situazione, aggravata dall’avvento sfaldamento dell’Impero Ottomano e dal “riordino” dei suoi territori con l’istituzione di nuovi stati voluti dalle potenze occidentali, a soddisfare proprie esigenze strategiche e geo-economiche. I fantocci posti a capo di questa miriade di stati dagli ex colonizzatori costretti a ritirarsi o dalle potenze europee vincitrici della prima guerra mondiale, con la palese connivenza di Stati Uniti e Russia, non furono all’altezza della situazione. Furono nella generalità dei casi soppiantati da capi ribelli, rivoltatisi, divenuti molto spesso feroci dittatori, per lo più portatori di interessi di quelle stesse potenze straniere che ne hanno favorito la rivolta e l’insediamento.

Questa lunga introduzione per spiegare le dinamiche delle guerre a pezzi dell’oggi, le mire di ulteriore arricchimento dei nuovi e vecchi potentati, l’avidità feroce, espansiva e penetrativa dei soci in affari ebreo-americani, di cui troviamo evidenti tracce in tutte le malefatte e le “manovre” riguardanti l’equilibrio tra stati e comunità di stati.

Ma, soprattutto, per sottolineare che – a parte alcune altre situazioni virtuali, ma non di fatto – gli unici popoli ancora oggi vittime di feroce colonizzazione nel quadrante geografico di cui si parla sono quello palestinese e quello dell’ex Sahara spagnolo.

Del martoriato popolo palestinese si è parlato a lungo e senza esito positivo, con un generale consenso in sede ONU per la causa della Palestina e dei suoi territori. Tutti, inclusa la Cisgiordania! A parte una piccola manciatina di Paesi, che non rappresentano neanche il 25% della popolazione mondiale e del suo PIL!

Qui parleremo solo del Sahara Occidentale, o Sahara Spagnolo che, liberato dal giogo spagnolo, si è ritrovato colonizzato dal Marocco, ossia da un’altra ex colonia Spagnola. Senza che la Spagna sentisse il dovere di intervenire in favore del popolo Saharawi e del suo diritto all’autodeterminazione. Con la palese avversità/indifferenza di gran parte dell’Europa e con il sostegno attivo fornito al Marocco da Israele e Stati Uniti.

Il 25/6 scorso L’Espresso ha pubblicato il seguente articolo, molto circostanziato e preciso sulla attuale situazione marocchina:

“IN MAROCCO TRANSIZIONE A DUE FACCE FRA TOLLERANZA DI CULTO E GUERRA NEL DESERTO”

Nel regno alauita, preoccupato dalla salute del sovrano, sono ripartiti gli scontri fra l’esercito regolare e i ribelli del Fronte Polisario, in lotta per l’indipendenza dopo il ritiro spagnolo. E il nuovo gasdotto potrebbe offrire un’alternativa alle difficoltà energetiche dell’Europa

I Mondiali di calcio hanno riportato il Marocco in evidenza con la sua squadra formata quasi per intero da remigrati, secondo la terminologia reazionaria.

Il fenomeno diciottenne Ayyoub Bouaddi, nato 50 chilometri a nordest di Parigi, guida un gruppo di calciatori che hanno preferito giocare con la nazionale nordafricana anziché con la maglia del paese dove sono nati e dove molti di loro, prima di diventare ricchi e famosi, sono stati poveri e discriminati. Sotto la patina calcistica ci sono temi politici che stanno riportando l’attenzione internazionale sul Regno d’Occidente, con i suoi 38 milioni di abitanti più altri 3,2 milioni residenti all’estero.

La monarchia alauita è guidata da Mohammed VI, un sovrano così amato da essere stato risparmiato dalle proteste della Primavera araba del 2011, diretta a vari esponenti del suo entourage. Lo stato di salute del sovrano preoccupa i cittadini in vista di una successione non semplice. L’erede, destinato al trono con il nome di Hassan III, ha 22 anni ed è molto legato alla madre Salma Bennani, ingegnera informatica di famiglia borghese che ha divorziato dal re nel 2017.

Secondo quanto rivelato dal libro inchiesta pubblicato da poco a firma del giornalista marocchino Omar Brouksy(“Maroc, fin de règne”), il delfino potrebbe rivoluzionare gli equilibri di un assetto dominato dagli apparati di sicurezza e da alcune figure vicine a Mohammed VI come i fratelli Azaitar, un clan di pugili-wrestler nati a Colonia in Germania. Da entrambi i centri di potere sono arrivati motivi di serio imbarazzo per la corona, per esempio con le intercettazioni dei telefoni di Pedro Sánchez ed Emmanuel Macron attraverso lo spyware israeliano Pegasus, anche se le fonti governative hanno negato ogni addebito.

Il refrain abusato sul “paese ricco di contraddizioni” è un luogo comune che si adatta alla situazione. La nazione alauita si presenta da anni come elemento di moderazione nelle relazioni tempestose che agitano il Medio Oriente. Il paradosso del Marocco è nel volersi portatore di politiche conciliatorie, costruite sulla tolleranza, e contemporaneamente vivere una guerra in casa che ha creato frizioni politiche fra il regno di Mohammed e la comunità internazionale.

Le bombe di Donald Trump e Benyamin Netanyahu hanno il loro riflesso nella parte meridionale del Marocco dove sono ripartiti gli scontri fra l’esercito marocchino e i ribelli della Repubblica Araba Sahrawi Democratica, la Rasd formata dal Fronte Polisario che lotta per l’autodeterminazione e l’indipendenza da quando la Spagna si è ritirata dai suoi possessi coloniali nel 1975. Meno di due mesi fa, l’Espresso ha pubblicato un intervento sulla questione sahrawi di Laura Boldrini, presidente del comitato diritti umani della Camera che ha visitato i campi profughi nel deserto.

Da allora la situazione, già difficile dopo che a novembre del 2020 è stato interrotto il cessate il fuoco, è peggiorata. L’8 giugno scorso, un’operazione militare condotta per mezzo di droni che il Marocco compra da Turchia, Israele e Cina ha ucciso uno dei principali esponenti della guerriglia sahrawi, Lahbib Abdelaziz, figlio del capo militare Mohammed e fratello di un altro leader, Jalil.

Eppure l’ultimo quinquennio è stato segnato da notevoli successi diplomatici. A marzo del 2022 la Spagna ha chiuso la lunga parentesi della neutralità sulla guerriglia sahrawi alimentata dalle armi algerine e libiche. Due anni dopo è stata la Francia a riconoscere la legittimità del Marocco sui territori sahariani. L’anno scorso il consiglio di sicurezza dell’Onu si è allineato. Per quanto riguarda i paesi africani, ad aprile 2026 il Mali in crisi per la ripresa degli attacchi jihadisti e dei separatisti tuareg ha rotto i ponti con il Polisario, dopo il Ghana a e lo Zambia.

L’Italia, che a luglio del 2025 ha nominato ambasciatore Pasquale Salzano, diplomatico ed ex manager di Eni, Simest e Cdp, si barcamena per non irritare il partner algerino che fornisce il 30 per cento del fabbisogno energetico nazionale attraverso il gasdotto Transmed.

Sullo sfondo di questi accordi l’emergenza energetica aggravata dal blocco dello stretto di Hormuz porterà ulteriori cambiamenti. L’accordo fra Nigeria e Marocco alla firma entro il 2026 prevede di rivoluzionare le rotte del gas con un tracciato alternativo a quello algerino. La nuova infrastruttura da 25 miliardi di dollari, chiamata African Atlantic Pipeline, collegherà il porto di Lagos con Tangeri, all’imbocco occidentale dello stretto di Gibilterra, dopo un percorso lungo quasi 7 mila chilometri misto tra terra e mare. Al momento, è stata realizzata solo una piccola parte della rete, da Lagos a Takoradi in Ghana.

Per gli scambi commerciali l’Unione europea è la principale destinataria dell’export con un valore di 26 miliardi di euro per il 2025. L’intesa cordiale con la Francia rimane in primo piano non soltanto per i circa 2 milioni di emigrati ma anche per la presenza in Marocco dei grandi gruppi transalpini (Engie, Alstom, Safran, Véolia, Total). Ma oltre alle fabbriche della Renault e della Peugeot (gruppo Stellantis), è stata aperta una partnership anche con la Cina che sta realizzando la Mohammed VI Tech City per produrre componenti per l’industria automobilistica su un sito da 500 ettari proprio a Tangeri, di fronte alla penisola iberica.

Combinare gli elementi del puzzle non è semplice. Il Marocco è uno dei paesi mussulmani che ha mantenuto buoni rapporti con Israele, aldilà dei droni Bluebird della Israel Aerospace Industries (Iai) che dall’anno scorso vengono prodotti a Ben Slimane, a nordest di Casablanca. Re Mohammed è stato il quarto leader islamico a normalizzare le relazioni con Tel Aviv il 20 ottobre 2020 dopo gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein e il Sudan.

Fra i consiglieri più apprezzati del sovrano, e prima di suo padre Hassan II, c’è André Azoulay, 85 anni portati brillantemente. Nato a Essaouira da famiglia ebraica, Azoulay ha un piede a Rabat e uno a Parigi dove la figlia Audrey è stata prima ministro della cultura del governo di Bernard Cazeneuve sul finire della presidenza socialista diFrançois Hollande (2017) e poi direttrice generale dell’Unesco per otto anni (2017-2025).

Azoulay, che a fine marzo è stato il primo inviato della corona alauita a rendere omaggio in Vaticano al nuovo papa Leone XIV, in occasione del cinquantenario delle relazioni diplomatiche fra i due Stati, non ha dimenticato le sue radici nella comunità ebraica di Essaouira, l’antica Mogador centro carovaniero sull’Atlantico per i commercianti diretti a sud verso il Sahara e oggi nota per i suoi festival culturali, fra i quali una kermesse dedicata al cinema italiano che è arrivata alla quinta edizione.

«Qui un tempo risiedevano 16 mila sudditi di religione ebraica oggi quasi tutti emigrati in Francia», dice Azoulay. «Molti tornano qui in visita perché si sentono protetti dal re. Il dialogo è l’unica strada, contro la prepotenza di alcuni leader». Bayt Dakira, la casa della memoria dentro la Medina di Essaouira. Crollata, ricostruita e inaugurata dal re il 15 gennaio del 2020, è uno dei centri culturali più visitati. Un’oasi nel deserto in espansione dell’intolleranza.

https://lespresso.it/c/mondo/2026/06/25/marocco-instabilita-ribelli-sahrawi-salute-mohammed-vi/62979

Alla Rappresentanza del Fronte Polisario in Italia non sfugge l’accusa di “terrorista” attribuito dal giornalista dell’Espresso al Fronte.

Pronta (27/6) la replica al giornale:

Alla Direzione de L’Espresso 

ho letto con attenzione il vostro articolo «Marocco, instabilità, ribelli sahrawi e la salute di Mohammed VI». Il pluralismo delle opinioni è il fondamento di ogni democrazia e il giornalismo ha il dovere di interpretare la realtà. Ma proprio per questo, quando si affronta una questione internazionale ancora iscritta all’agenda delle Nazioni Unite, è essenziale distinguere tra opinioni e fatti. L’articolo contiene infatti diverse imprecisioni storiche e giuridiche che rischiano di trasmettere ai lettori una rappresentazione non conforme al diritto internazionale. 

La prima riguarda la definizione del Sahara Occidentale. Non si tratta di una “provincia marocchina”, bensì di unTerritorio Non Autonomo, inserito dalle Nazioni Unite nell’elenco dei territori da decolonizzare nel 1963, dodici anni prima dell’ingresso delle truppe marocchine e dieci anni prima della nascita del Fronte Polisario. Questo dato non è una tesi politica: è il punto di partenza dell’intera vicenda. (EUR-Lex) 

Anche la descrizione del Fronte Polisario come semplice “gruppo ribelle” non restituisce la realtà giuridica. Il Fronte Polisario è il movimento di liberazione nazionale riconosciuto dalle Nazioni Unite quale parte del processo di pace e interlocutore nei negoziati condotti sotto gli auspici del Segretario Generale. Dal 1976 rappresenta la Repubblica Araba Saharawi Democratica, Stato membro dell’Unione Africana. 

L’articolo sembra inoltre presupporre che il Marocco eserciti una sovranità riconosciuta sul territorio. È vero l’esatto contrario. Il 16 ottobre 1975 la Corte Internazionale di Giustizia stabilì che non esistevano legami di sovranità territoriale tra il Regno del Marocco e il Sahara Occidentale tali da giustificarne l’annessione. Da allora nessuna Nazione Unite, nessuna Corte internazionale e nessuna istituzione europea ha mai riconosciuto la sovranità marocchina sul territorio. (EUR-Lex) 

Negli ultimi anni, inoltre, la giurisprudenza europea ha rafforzato ulteriormente questo quadro. Con le storiche sentenze del 4 ottobre 2024, la Grande Sezione della Corte di giustizia dell’Unione europea ha confermato che il Sahara Occidentale possiede uno

status separato e distinto rispetto al Marocco; ha ribadito che il popolo saharawi è titolare del diritto all’autodeterminazione; ha affermato che esso costituisce una parte terza rispetto agli accordi conclusi tra Unione europea e Marocco; e ha stabilito che qualsiasi accordo riguardante il Sahara Occidentale può produrre effetti soltanto con il consenso del popolo saharawi, non attraverso consultazioni con gli abitanti presenti nel territorio sotto amministrazione marocchina. Per queste ragioni la Corte ha annullato gli accordi commerciali e di pesca nella parte in cui venivano applicati al Sahara Occidentale. (EUR-Lex) 

Si tratta di una pronuncia di enorme rilevanza, che non rappresenta un’opinione politica ma il più autorevole orientamento giuridico oggi esistente nell’ordinamento europeo sulla questione.

Anche la narrazione secondo cui il Fronte Polisario costituirebbe il principale elemento di instabilità regionale meriterebbe maggiore equilibrio. L’instabilità non nasce dall’esistenza del Polisario, ma dal fatto che, dopo oltre cinquant’anni, uno dei più antichi processi di decolonizzazione delle Nazioni Unite non è stato ancora completato e il referendum di autodeterminazione promesso al popolo saharawi non è mai stato celebrato. Nel testo manca inoltre qualsiasi riferimento alla situazione dei diritti umani nei territori occupati: arresti arbitrari, restrizioni alla libertà di stampa, limitazioni all’accesso di osservatori internazionali, processi più volte contestati dagli organismi delle Nazioni Unite, torture documentate e l’esistenza di prigionieri politici saharawi. Omettere questi elementi significa offrire una rappresentazione inevitabilmente incompleta della realtà. 

Infine, ridurre il conflitto alla salute del sovrano marocchino o alle dinamiche interne del Regno rischia di oscurare il nodo centrale della questione: il Sahara Occidentale rimane l’ultima colonia africana iscritta nell’agenda delle Nazioni Unite e il suo futuro non può essere deciso unilateralmente da uno Stato che ne controlla militarmente la maggior parte del territorio, bensì attraverso l’attuazione del diritto all’autodeterminazione previsto dalla Carta delle Nazioni Unite. 

Il compito del giornalismo non è quello di aderire alle posizioni di una delle parti, ma di fornire ai lettori tutti gli strumenti necessari per comprendere la complessità dei fatti. Sul Sahara Occidentale il dibattito politico è legittimo; ciò che non dovrebbe essere oggetto di interpretazione è il quadro giuridico internazionale, ormai consolidato da decenni e recentemente ribadito anche dalla più alta giurisdizione dell’Unione europea. 

Fatima Mahfud 

Rappresentante del Fronte Polisario in Italia 

Roma, 27 giugno. 26 

Lettera rappresentano Polisario a L’Espresso

Abbiamo personale stima per il giornale, ed è per questa stima che ci meravigliamo per la ancora non pervenuta risposta, quasi che gli interlocutori siano “selezionati” dagli organi di stampa!

Il nostro dovere ha atteso anche troppo e, a conoscenza di questi fatti molto di più di tanti giornali che preferiscono rimanere in apnea, avendo atteso anche troppo tempo la risposta non pervenuta, ottemperiamo, almeno noi, al dovere di cronaca.

Enrico La Rosa