Mediterraneo Oggi e Domani

Un Arcipelago di problematiche urgenti e di infinite risorse

di Lavinio Gualdesi

Introduzione

Il Mar Mediterraneo è una fonte inesauribile di energia. 

A differenza degli oceani, il Mar Mediterraneo offre caratteristiche generali molto interessanti dal punto di vista della gestione delle sue risorse, che beneficiano per di più di situazioni locali ancora più favorevoli.

Data la connotazione eminentemente divulgativa delle considerazioni che seguono, non saranno esibiti esempi della cospicua messe di dati raccolti negli anni in tantissime banche dati ambientali, ma se ne terrà conto per illustrare come la loro raccolta, seguita da minuziose analisi scientifiche, facciano di questo bacino il più osservato e studiato del mondo. Un bacino dotato quindi di unicità, di grandi potenzialità, ma anche di una delicata fragilità.

La soglia di Gibilterra, infatti, impedisce l’ingresso nel Mediterraneo di acqua fredda e profonda dell’Oceano Atlantico e quindi i valori termici nei fondali restano sempre al di sopra dei 13 gradi centigradi. L’azione più moderata di questi fenomeni fa sì che il Mar Mediterraneo goda di un clima più temperato realizzando eco-sistemi unici e preziosi. Ciò ci mette inoltre al riparo da violente manifestazioni naturali quali uragani e tifoni.

Pressione Antropica ed Isole Minori

Tutto ciò comincia ad essere sempre più perturbato da mutati equilibri termodinamici che rischiano di farci assistere a fenomeni sempre più violenti via via che alcune variabili, in particolare la temperatura e la densità del mare, vengono modificate dai cosiddetti cambi climatici. Anche modeste variazioni di temperatura superficiale associate a variazioni di pressione atmosferica possono generare forti instabilità locali.

Un’altra fonte di criticità del bacino è rappresentata dalla pressione antropica.

Le sue coste sono densamente popolate pressoché ovunque e persino in zone prima desertiche ed ora rese abitabili tale apporto è sempre più evidente.

Nelle piccole isole, negli arcipelaghi, nelle isole costiere anticamente utilizzate dai Fenici come base dei loro traffici marittimi, le problematiche sono più evidenti ed aggravate dalla stagionalità della pressione antropica e dalla scarsa popolazione invernale che ne tuteli il recupero.

Di seguito, i maggiori problemi esistenti: 

  • costruzione di edifici sulle coste, che, oltre a deturpare il paesaggio naturale dal punto di vista estetico e turistico, ostacolano l’importante osmosi naturale tra mare e terra che genera quelle bellissime zone che sarebbero invece da valorizzare per la presenza di un eco sistema naturale che deve essere lasciato incontaminato a tutela della sopravvivenza di specie naturali e secolari vestigia;
  • scarichi dannosi derivanti dalle attività umane che si possono riassumere così: 
    • rilascio di acque reflue non trattate appropriatamente;
    • rilascio di acqua calda proveniente da impianti di refrigerazione;
    • dispersione in costa di acqua salata derivante da impianti di dissalazione;
    • apporto gassoso inquinante in atmosfera proveniente da centrali elettriche, traffico terrestre e marittimo;
    • rilascio in mare di detriti. In particolare, materie plastiche di varia origine;
    • microplastiche derivate da lavaggio dei tessuti e frammentazione di prodotti usa e getta;
    • idrocarburi rilasciati dal naviglio costiero;
    • detriti alluvionali portati da corsi d’acqua.
  • inquinamento acustico.

Soluzioni per la tutela

Appare evidente che le attività umane stanno seriamente e rapidamente compromettendo questo patrimonio naturale che rischia di divenire un enorme problema, anziché una inesauribile risorsa.

Siccome questo fenomeno è sotto esame del mondo scientifico già da molti anni, i provvedimenti urgenti auspicati e poi messi in opera non si sono fatti attendere.

Isole Minori ed Aree Marine Protette

Ecco, quindi, il nascere e propagarsi rapidamente nella penisola italiana, ma anche in moltissime altre aree mediterranee, delle Aree Marine Protette e delle “zone parco”, dove le attività umane dovrebbero essere regolamentate, o addirittura interdette, a tutela dei valori presenti in tali zone. A pensarci bene, è come se permettessimo ai ladri di entrare in casa e girare indisturbati perché abbiamo messo al sicuro in cassaforte i gioielli, i denari e i quadri di valore. Ma il Mediterraneo continua ad essere lì e a poter offrire molto di più.

Il Patrimonio Archeologico

Sulle sue coste, ad esempio, in fondali tra la riva e i primi trecento metri, attorno agli Arcipelaghi sede di antiche rotte commerciali, è situato il più grosso patrimonio archeologico sottomarino proveniente da centinaia di secoli di traffici costieri marittimi. Da un rapporto della Scuola Normale Superiore di Pisa, redatto nel corso del progetto europeo “Thesaurus”, emerge che nel solo arcipelago toscano ci sarebbe da esplorare e mettere in sicurezza numerosi siti archeologici e vari reperti.

Anche se a prima vista possa apparire come un paradosso, non può che essere l’attività umana di ricerca, la tecnica, l’ingegneria e la ricerca ambientale marina a mitigare e risolvere le problematiche sopra elencate.

Data l’origine multiforme dei problemi, si rende però necessario un approccio multidisciplinare sia dal punto di vista delle varie scienze ambientali che delle specialità dell’ingegneria.

Occorre, infine, coniugare sapientemente l’esperienza degli operatori dei vari settori con la creatività propria dei giovani interessati a risolvere i vari problemi per mezzo di progetti mirati. Qualunque versamento accidentale avvenga sulla terraferma finisce per creare problemi al mare e alle sue isole.

La tecnologia degli idrati di CO2

Anche le acque calde provenienti da refrigeranti di impianti termici e le acque salmastre derivate da impianti di installazione fanno parte di un complesso quadro di possibili interventi industriali che avrebbero le potenzialità del risolvere tutti questi aspetti mediante soluzioni innovative.

L’impiego delle tecnologie degli idrati, ad esempio, permetterebbe di utilizzare la compressione della anidride carbonica emessa dalle centrali per creare, attraverso opportuni reattori, degli idrati di CO2, che forniscono acqua dolce dissalandola dal mare e concentrano i sali marini che possono essere avviati agli impieghi industriali e non essere dispersi in mare.

L’acqua dolce così prodotta può essere impiegata sia per scopi irrigui e domestici oppure essere utilizzata per diluire zone di mare particolarmente compromesse ed acidificate.

Anche i reflui domestici o industriali che sulle isole costituiscono spesso un problema, potrebbero utilizzare questa tecnologia per concentrare gli inquinanti e fornire acqua pulita.

Ma su questa tecnologia grava la forte incognita della sorte della anidride carbonica.

Dal protocollo di Kyoto in poi, infatti, questa grande colpevole dell’effetto serra è stata tenuta sotto osservazione.

Da allora tutti gli specialisti sostengono che il tasso di CO2 è in così forte crescita che occorrerebbe regolamentare le emissioni. A più riprese, visto che di fatto la quantità presente non diminuisce, ma anzi cresce, ci si propone di arrivare agli anni 50, poi 40, poi 30 di questo secolo, con un obiettivo di emissioni zero. Quanto ciò sia solo un discorso utopistico lo spiega il fatto che, se un paese emette meno del livello limite fissato dal protocollo di Kyoto, i paesi più industrializzati comprano le quote da esso risparmiate, in modo che se il totale aumenta non sia colpa loro, ma di chi ha venduto loro le quote.

Ma con la tecnologia degli Idrati anche l’apporto di CO2 in atmosfera potrebbe diminuire visto che il catalizzatore di questi impianti sarebbe proprio la CO2 compressa fino alla fase liquida, come oggi avviene nelle bombole commerciali.

L’Odissea della COsembra una storia infinita e la ridda internazionale dei costi di questo prodotto oscilla tra pagare grosse cifre per disfarsene e pagare cifre altrettanto forti per ottenerla in fase compressa. 

L’Utopia della plastica

Il problema delle plastiche e microplastiche, poi, non ha una soluzione efficace poiché qualunque sistema di recupero, raccolta e smaltimento, per efficace che possa essere, si scontra inesorabilmente con la realtà dei numeri.

Non si può neanche pensare a risolvere un problema nel quale chi bonifica con grossi sforzi – spesso anche economici – una quantità convenzionale di 100 unità, si trova subito dopo investito da una dispersione nello stesso luogo di 100.000 unità.

“Una fatica di Sisifo”, si direbbe. Però a questa attività, per ora inefficace, si potrebbero affiancare due elementi di grande futuro: 

  • la bonifica, conservazione e tutela dei siti più delicati e preziosi mediante tecniche di sbarramento, filtraggio, monitoraggio e tutto ciò che può essere efficace su piccola scala in aree sensibili come le Isole Minori e le loro Aree Marine Protette.
  • attuazione di una politica di educazione e sensibilizzazione aiutati da didattica e normative orientate a far capire quanto danno si riesce a fare con la pratica commerciale dell’“usa e getta” e quanta fatica costi riparare i danni da essa causati.

Inquinamento acustico e cetacei

Un cenno, infine, all’inquinamento acustico.

Considerando che i cetacei comunicano tra loro mediante emissione di segnali acustici si può facilmente immaginare come l’emissione di rumore da parte di natanti possa nuocere a questi mammiferi marini. 

Ancora una volta la scienza, sotto forma di acustica sottomarina, aiuta non solo a registrare i suoni emessi da Zifii, Stenelle, Tursiopi e Calderoni, ma l’ascolto esperto dei biologi marini consente attraverso apposite apparecchiature idrofoniche di fare delle utilissime determinazioni di comportamento delle varie specie. Ciò permette di comprendere e studiare le loro esigenze di nutrimento, riproduzione e comunicazione e anche metterli in sicurezza da collisioni accidentali. L’ascolto passivo, ovviamente, aiuta già molto a comprendere. Le emissioni in bassa frequenza invece, essendo molto pericolose per le specie, sono state bandite da tempo. Persino le esercitazioni militari con i sonar di scoperta sottomarina, che emettono secondo Protocolli di Sicurezza, avvengono in aree sgombre da mammiferi marini e su frequenze meno pericolose.

L’istituzione del Santuari dei Cetacei, infine, ha costituito un’azione di tutela molto efficace, anche se si fatica a far rispettare le norme ad essa legate.

E, in tema di emissioni acustiche dannose, si sta delineando uno scenario dagli effetti perversi.

Pale eoliche – Siccome il ricorso terrestre alle cosiddette fonti di energia alternative sembra diventato una parola d’ordine alla quale tutti si devono uniformare per avvicinare la data delle emissioni zero e siccome gli impianti eolici emettono quando lavorano a pieno regime un rumore assordante, si parla insistentemente di trasferire il problema in mezzo al mare. Così, dopo aver inquinato e deturpato parte del paesaggio terrestre, si pensa ora che un impianto eolico in mare possa risolvere il problema. Quest’idea, scientificamente non condivisibile ed anche inadeguata e pericolosa, è figlia di un matrimonio mal riuscito tra i due mondi che non dialogano: quello dell’impianto terrestre e quello degli impianti marini. Si riesce forse a sommare gli svantaggi di entrambi.

Una torre eolica ha bisogno di fondamenta importanti e di bassi fondali per ridurre i costi di installazione. Ma la sua rumorosità e impatto visivo non consentono di installarla vicino alla costa. Impianti offshore prevedono scavi importanti sul fondo marino sia per realizzare il basamento impiantato sul fondale, sia lo scavo per interrare il cavo di energia elettrica da convogliare a terra. Inoltre, le specie ivi presenti dovranno adattarsi a questo rumore pressoché costante. Dal punto di vista della sostenibilità, si pensi a quanta CO2 possa consumare questo importante impianto per la sua costruzione. Altro punto dolente sono i materiali. Chi fa pale eoliche terrestri ha poca dimestichezza con l’ambiente marino e le potenziali rapide corrosioni a cui sono soggetti i materiali impiegati, se non preventivamente selezionati con cura. Piacerebbe conoscere “formalmente” quanti anni di esercizio sono necessarie per raggiungere la parità tra energia spesa per costruire un impianto e l’energia così prodotta e solo quando c’è il vento. Non si può dimenticare che al primo impianto costruito dalla ditta svedese di eliche Ka.Me.Wa, questa comunicò che, per ammortare la spesa di energia usata per la loro elica a pale orientabili, ci sarebbero volute due generazioni di tempo in produzione teoricamente continua.

Bisognerebbe smettere di vedere il Mare Mediterraneo come la pattumiera dell’indifferenziato.

Energia dai moti del mare

Allora con i colleghi esperti di oceanografia fisica la domanda è sorta spontanea: “ma se utilizzassimo direttamente le correnti marine e il moto ondoso”? L’ingegneria sottomarina ha già molte risorse per intervenire a trasformare i moti naturali in energia. Ed ecco che la gran massa di dati che esistono sia di oceanografia fisica che di biologia marina del Mediterraneo possono costituire la base preziosa di partenza per conferire affidabilità e continuità ad impianti di produzione che si basano su fenomeni ripetitivi e prevedibili. Sia le correnti che il moto ondoso sono fenomeni essenzialmente a regime stazionario stagionale e quindi c’è la possibilità di distribuzione di piccole centrali distribuite sui fondali marini ove sia opportuno dal punto di vista sia fisico che biologico con un impatto ambientale trascurabile rispetto a quello fortemente invasivo di pale eoliche e fotovoltaico. 

Un ottimo e non trascurabile vantaggio di questo tipo di impianti è che potrebbero fornire energia più continuativa di quella intermittente di pale eoliche dipendenti dal vento e di pannelli fotovoltaici dipendenti dal sole perché in caso di diminuzione di correnti marine e moto ondoso esistono meccanismi di accumulo energetico naturale (senza accumulatori a batterie) che ritrasformano l’energia potenziale accumulata dal moto ondoso in energia cinetica di tipo Idroelettrico nei rari momenti di calma piatta. Nelle isole minori, dove c’ è fame di energia, ma anche la possibilità che la dinamica possa poi essere agevolata da situazioni locali favorevoli per correnti locali importanti, ciò costituirebbe un vantaggio sensibile e da esplorare con mezzi opportuni.

In certe isole per la loro conformazione che resta rispettata e valorizzata certi accumuli in lagune di acqua di mare anche attraverso una modesta variazione di altezza di marea la restituzione in regime idroelettrico sarebbe anche a costo zero. 

Tutto quanto sopra dovrebbe essere studiato nei vari contesti da biologi marini, fisici oceanografici ed ingegneri ambientali per verificare costi-efficacia, impatto ambientale, sostenibilità, affidabilità, dimensionamento di moduli affidabili per conferire efficacia energetica a costi ambientali praticamente trascurabili.

Lavinio Gualdesi

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