Acqua e pace in Medio Oriente

15 ottobre 2011
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di Patrizia E. Cipollone e Ferruccio di Paolo

Il Medio Oriente è una zona estremamente arida, terreno di dispute ideologiche, religiose, geografiche. Una regione in cui l’approvvigionamento idrico ha avuto evidenti implicazioni strategiche, una terra dove la scarsità d’acqua aumenta anche a causa della siccità e dove tutti si chiedono come riusciranno a soddisfare i bisogni dovuti all’aumento della popolazione, a quello drammatico della domanda d’acqua per uso civile, irrigazione, energia e consumi industriali al fine di garantire un futuro alle nuove generazioni.

Israele, Palestina, la Striscia di Gaza, la Cisgiordania ovvero il problema delle acque del bacino fluviale del Giordano[1] è uno dei nodi cruciali attuali nei rapporti tra Israeliani e Palestinesi.

“Acqua e pace in Medio Oriente”, convegno promosso da Federutility, dal Gruppo Iren e dal Comune di Genova si è svolto a Genova il 6 settembre scorso. Un incontro con molte aspettative, all’interno del quale si sono succeduti relatori altamente qualificati ai quali Federutility ha chiesto di esporre la propria posizione: M. D’Ascenzi, Vice presidente delegato di Federutility; Marta Vincenti, Sindaco di Genova; G. Guerello Presidente Consiglio Comunale di Genova; Sabri Ateyeh, Ambasciatore delegato Generale della Palestina in Italia; Lyronne Bar-Sadh, Vice ambasciatore dell’ambasciata di Israele in Italia; Uri Nusinow, Arava Insitute for Environments Studies; Gaby Bar, Direzione regionale Medio Oriente; Massimo D’Alema Presidente Fond. Italiani-europei ex ministro Affari esteri.

Dei diversi interventi riteniamo opportuno illustrarne tre, quelli che a nostro avviso riassumono il significato dell’incontro e che tracciano un quadro riassuntivo dell’attuale situazione nei rapporti israelo-palestinesi con particolare riferimento alla questione acqua. E che chiariscono le rispettive visioni e soluzioni dei problemi legati alla carenza idrica, in un momento storico, come questo, caratterizzato, tra l’altro dalla richiesta di riconoscimento dello Stato di Palestina da parte dell’ONU, presentata da Abu Mazen lo scorso 23 settembre.

Questo articolo riporterà, quindi, tre posizioni. Una esclusivamente politica, a cura di Shaddad Attili, Ministro delle Risorse idriche dell’Autorità Nazionale Palestinese, con un intervento basato sostanzialmente sul richiamo ad alcuni principi di diritto internazionale in materia di risorse idriche e loro applicazione in Palestina ed Israele; una seconda posizione attraverso la quale Oded Fixler, Presidente dell’Autorità dell’Acqua per lo Stato di Israele, ha fatto emergere la leadership in campo idrico degli Israeliani, con un intervento tecnico, sulle sfide nel settore idrico in Israele: paese leader a livello mondiale nel campo della tecnologia applicata a questo settore. Infine una posizione che potremmo definire neutrale, ma estremamente euristica, che ha dato ampio spazio ad un’etica umanitaria corroborata da un esperienza tecnica e professionale, quella di Walter Mazzitti, che si presenta sotto la veste di rappresentante dell’Unione per il Mediterraneo.

Difficile per Shadad Attili, aprire l’incontro a pochi giorni dalla 66/ma Assemblea generale dell’Onu in cui, come abbiamo detto, il presidente palestinese Abu-Mazen ha consegnato al segretario generale delle Nazioni unite Ban Ki-moon la richiesta ufficiale per il riconoscimento da parte dell’Onu dello Stato palestinese, che intende con ciò diventare il 194° membro delle Nazioni Unite.

La scarsità d’acqua in Medio Oriente impegna tutti a fare attenzione alla situazione che si svilupperà da qui ad appena venti anni, avverte il ministro palestinese, nel breve termine, ed è per questo che i Palestinesi chiedono in questa sede, da subito, aiuto alla comunità internazionale, e in maniera specifica all’Italia, anche per il fatto che il convegno si svolge sul suolo italiano.

L’equa e sostenibile ripartizione delle risorse idriche; l’accesso all’acqua come diritto umano inalienabile; l’obbligo di cooperazione tra gli Stati rivieraschi: questi principi di diritto internazionale sono stati sostanzialmente i punti cardine dell’intera relazione. L’importanza di questi punti è stata affrontata ripercorrendo le tappe storiche fondamentali che hanno portato alla attuale situazione di difficoltà, seppur in diversa misura, per entrambe le nazioni. Tappe, attraverso la cui illustrazione il relatore ha cercato di mettere ordine alla questione e definirne i diversi aspetti a livello internazionale.

Il problema della ripartizione delle risorse idriche
Con riferimento alla ripartizione delle risorse idriche e agli usi dei corsi d’acqua internazionali, questione principale da cui scaturisce una reale cooperazione tra i popoli, richiama la Convenzione di New York del 1997, che affrontò il principio dell’equa e ragionevole utilizzazione dei corsi d’acqua. Essa, lo ricordiamo, specifica che gli usi di un corso d’acqua si devono effettuare al fine di raggiungere un’utilizzazione ad un tempo “optimal and sustainable” introducendo così il concetto di uso “sostenibile” di un corso d’acqua. Aggettivo che tutti hanno indistintamente sottolineato nel corso dell’intera giornata. “Sviluppo sostenibile” a cui si richiama il ministro per sottolineare come i popoli del Medio Oriente stiano ora quotidianamente lottando per garantire un futuro alle nuove generazioni.

La definizione di “sostenibile” implica per gli Stati rivieraschi di non compromettere, durante lo sfruttamento di un corso d’acqua, i suoi usi futuri e li obbliga a partecipare in maniera equa e ragionevole all’uso, sviluppo e protezione del corso d’acqua. Per richiamare ulteriormente la nozione di uso sostenibile delle risorse idriche transfrontaliere e il diritto d’accesso all’acqua per i paesi rivieraschi, il ministro ha fatto riferimento all’art. 40 dell’Accordo firmato tra Israeliani e Palestinesi nel 1995[2].

La stessa convenzione stabilì il principio di cooperazione disciplinando l’aspetto procedurale in cui esso si articola con la previsione dell’obbligo di scambio di informazioni e dati rilevanti in materia di corsi d’acqua internazionali.

Altro punto su cui si è soffermato l’intervento di S. Attili è stata la Risoluzione ONU del 28 luglio2010. Per la prima volta nella storia, in questo documento, si dichiara il diritto all’acqua potabile e accessibile come un diritto umano universale e fondamentale. Essa sottolinea che l’accesso all’acqua potabile e per uso igienico, oltre ad essere un diritto di ogni uomo, concerne, più degli altri diritti umani, la dignità della persona. L’acqua è essenziale al pieno godimento della vita, ed è fondamentale per tutti gli altri diritti umani. Diritto che, afferma il ministro, è sostanzialmente negato ai Palestinesi.

Il loro consumo d’acqua è bassissimo. Secondo Amnesty International[3] “Il consumo palestinese di acqua a fatica raggiunge i 70 litri al giorno pro-capite, ben al di sotto del minimo di 100 litri raccomandato dall’Organizzazione mondiale della sanità (WHO). Il consumo pro-capite di acqua israeliano è quattro volte maggiore”. E nella Striscia di Gaza, dove la crisi umanitaria ha raggiunto livelli profondissimi, 1,6 milioni di persone non hanno affatto accesso all’acqua potabile.

Gli Accordi di Oslo o Dichiarazione dei Principi del 1993 non hanno risolto il conflitto arabo-palestinese. Restano aperte, dice il ministro, le questioni fondamentali che questi accordi avrebbero dovuto coprire: Gerusalemme, rifugiati palestinesi, gli insediamenti territoriali, la sicurezza, i confini. Tra queste l’acqua assume ora una valenza imprescindibile per raggiungere la pace: “dobbiamo risolvere il problema dell’acqua tra Israele e Palestina con l’obiettivo di giungere ad un’equa ripartizione delle risorse idriche”.

La fotografia attuale dell’area mediorientale è, e resta (ancora per quanto tempo?), quella di un paese eroso e “corroso” da odi etnici, da motivi etico e religiosi, da bibliche lotte fratricide per la conquista della terra, da un’infinita contesa politica. Ma è ora, soprattutto, quella di un Paese alle prese con la scarsità d’acqua. Un lungo periodo di siccità che dura ormai da sette anni avverte Oded Fixler, Presidente dell’autorità dell’Acqua dello Stato di Israele e che ha causato una ingente diminuzione dell’apporto idrico e quando nel 2050, come dicono le previsioni, il 45% della popolazione mondiale soffrirà di una cronica scarsità d’acqua, il MO sarà quella in cui questo fenomeno peggiorerà in modo drammatico.

Israele è un Paese pioniere nel trattamento delle acque reflue e marine, ed ha raggiunto una percentuale del 13% del fabbisogno idrico nazionale soddisfatta dalla desalinizzazione. Il costo al metro cubo di acqua desalinizzata è sceso sotto i 57 centesimi di euro, divenendo competitivo con quello della acqua dolce pompata direttamente fino alle utenze finali. Dai primi anni Cinquanta sono state investite molte risorse nell’irrigazione. È stato infatti dimostrato che l’irrigazione pressurizzata è molto più efficiente di quella in superficie. L’industria di attrezzature per l’irrigazione si è sviluppata soprattutto nei kibbutz, che hanno messo a punto delle tecnologie innovative come l’irrigazione a goccia (in superficie e sotto superficie), valvole automatiche, filtraggio automatico, spray a bassa emissione e mini annaffiatori.

Oded ha dato al suo intervento un taglio decisamente tecnico anche con l’obiettivo di riuscire a impressionare una platea tanto numerosa di esperti e tecnici del settore idrico. Così espone una relazione ricca di dati, apparati grafici e iconografici ai quali il Presidente israeliano dell’Autorità dell’Acqua, ha affidato il duplice compito (secondo noi), di spiegare la complessa situazione legata all’acqua, con i vari problemi di natura tecnica del settore, dalla soluzione dei quali dipenderà la stessa sopravvivenza dei due popoli ma anche di mostrare, con una punta d’orgoglio, la capacità ed il Know-how nel settore idrico per cui tanto gli Israeliani sono noti nel resto del mondo. Una relazione che nelle intenzioni di Oded ha voluto spiegare il motivo per cui, siccità a parte, non dipende da Israele la situazione di penuria d’acqua in cui versano oggi i Palestinesi.

 

La situazione secondo Israele
Dal punto di vista idrografico, il fiume principale di Israele è il Giordano che appartiene ad Israele solo per la parte superiore segnando per il resto il confine tra la Giordania e i territori palestinesi occupati; ad esso apportano acqua altri corsi d’acqua a carattere torrentizio di modeste dimensioni, che tendono a prosciugarsi nella stagione secca. Altro fiume con una cospicua portata è lo Yarkon (115 km) che scende nel Mediterraneo vicino a Tel Aviv, ed il lago di Tiberiade situato quasi interamente in territorio israeliano mentre il Mar Morto bagna Israele solo nel settore orientale ed è prossimo al punto più basso del pianeta, 400 m sotto il livello del mare.

Per rimpiazzare l’acqua piovana, la cui riduzione è stata stimata da -600 milioni di m3 fino a -3 milioni di m3 l’anno, e la conseguente diminuzione dell’acqua dolce pari a -1,2 milioni di m3 l’anno[4], gli Israeliani hanno dovuto mettere a frutto tutto il loro ingegno.

Il lago di Tiberiade è l’unica riserva idrica significativa Il cui potenziale di acqua annuo totale è pari a circa due miliardi di metri cubi. Le scarse precipitazioni impediscono di pompare l’acqua al di sotto di esso, poiché l’estrazione in queste condizioni creerebbe danni irreversibili agli acquiferi incrementando la salinità.[5]

Il consumo idrico in Israele è inferiore a 2 milioni di m3/anno. Gran parte di quest’acqua, che deriva perlopiù da impianti di riciclo, viene utilizzata in agricoltura, mentre il 45% è impiegata per il fabbisogno domestico. Nell’ultimo anno i consumi pro-capite sono stati ridotti passando da 100 m3 pro-capite d’acqua l’anno a 90 m3.

La fornitura d’acqua alla Palestina è di 52 milioni di m3/anno d’acqua, quella alla Giordania di 48 milioni di m3/anno.

 

Le misure adottate
A fronte di questa situazione Israele ha adottato misure significative ricorrendo, dice O. Fixler, anche a provvedimenti duri come l’incremento delle tariffe pari a +35%. Aumento che ha garantito, nonostante tutta la sua impopolarità, il necessario reinvestimento nelle infrastrutture.

È stata avviata una campagna mediatica per ridurre il consumo dell’acqua; operata una riduzione di acqua nel settore agricolo e nel settore del verde urbano; “il tutto”, sostiene l’esponente israeliano, “senza toccare la fornitura d’acqua alla Palestina e alla Giordania”. Fornitura che Israele garantisce ai suoi vicini Palestinesi grazie agli impianti di desalinizzazione, del riciclo delle acque reflue e salmastre. I tre impianti di desalinizzazione in funzione forniscono 300 milioni di m3 l’anno, che, con gli altri 2 impianti ora in costruzione, potranno fornire 500 milioni di m3 d’acqua/anno a partire dal 2014.[6]

Secondo gli accordi provvisori di Oslo, sottolinea il relatore, Israele avrebbe dovuto fornire alla Palestina 31 Milioni di m3 d’acqua ed invece ne fornisce 52 milioni. “Anche se”, ammette, “Israele ha più acqua dolce rispetto alla Palestina: 1,53 rispetto a 1,05 m3”.

Ulteriori misure sono state adottate anche nell’ambito di progetti formativi, e nello spirito del trasferimento delle conoscenze, con l’organizzazione e la realizzazione nel 2010 di due corsi finalizzati a rafforzare la cosiddetta capacity building dei Palestinesi nel campo delle risorse idriche.

 

Gli aspetti negativi
Secondo O. Fixler la situazione idrica palestinese non può essere imputata ad Israele. L’incapacità professionale dei Palestinesi di trattare le acque reflue negli impianti di depurazione in Cisgiordania, collocata geograficamente in posizione più elevata rispetto ad Isreale, fa sì che le acque reflue scendano verso la pianura israeliana inquinando gli acquiferi ed obbligando Israele a costruire impianti di depurazione “per depurare le acque inquinate dai Palestinesi”. La pratica palestinese di estrarre acqua da acquiferi condivisi sta facendo aumentare la salinità dell’acqua in Israele. Fuori dalla Cisgiordania sono stati realizzati 250 pozzi illegali disattendendo in tal modo gli accordi bilaterali in materia di costruzione dei pozzi.

 

La situazione nella striscia di Gaza
Il 14 agosto 2005 il governo israeliano ha disposto l’evacuazione della popolazione israeliana dalla “Striscia” e lo smantellamento delle colonie che vi erano state costruite (piano di disimpegno unilaterale israeliano.[7] Il 12 settembre 2005 il territorio della Striscia di Gaza passò in mano palestinese, e gli abitanti ebbero accesso alle aree che erano state loro precedentemente vietate. Alcuni Palestinesi ne approfittano per vendicarsi dell’occupazione dando fuoco alle sinagoghe abbandonate e a circa 10 milioni di dollari di infrastrutture fra cui serre per coltivazioni. Da allora i pozzi sono passati da 1400 con la presenza israeliana, a 6000 attuali e l’incremento dell’estrazione dell’acqua ha superato di molto i livelli consentiti.

Nonostante Israele avesse appoggiato la proposta palestinese di creare un impianto di desalinizzazione in Gaza e sostenuto i progetti per la creazione di serbatoi adeguati, ha dovuto constatare che i progetti non sono andati in porto. Non senza una leggera vena polemica Fixler ha affermato che “Israele fornisce a Gaza 5 milioni di m3 d’acqua/anno e, invece, a fronte di ciò, riceve missili”.

 

Proposte
L’intervento si è concluso con una serie di proposte finalizzate ad aprire la strada a soluzioni regionali per risolvere i problemi nello spirito di collaborazione e di buon vicinato, senza nascondere gli errori commessi ricorrendo a un susseguirsi di inutili accuse: il rispetto degli accordi bilaterali e il finanziamento di investimenti per rafforzare il settore idrico; la realizzazione di progetti di trattamento delle acque reflue vitali e indispensabili al MO, il rafforzamento della collaborazione tecnica; una azione congiunta al fine di mantenere un ambiente pulito con l’auspicio conclusivo che il Water Front sia una piattaforma di cooperazione e non di scontro.

Il terzo intervento che riportiamo è quello di Walter Mazzitti, “national water expert for the UPM[8] che si pone come una icona chiarificatrice tra i due interventi di parte palestinese ed israeliana.

Il tecnico ci fa partecipi delle sue esperienze e il suo intervento si dipana in modo tale che pare di poter usufruire di una sorta di menù a tendina, che può essere utilizzato dalla platea, fisicamente lontana dai luoghi dello scontro, per cercare quei dettagli, nascosti, che solo una visione neutrale riesce a fornire.

All’indomani del rapporto stilato dall’ambasciatore Miguel Moratinos[9], Mazzitti racconta di essere stato chiamato a far parte della task-force sull’acqua che l’Unione per il Mediterraneo aveva previsto nell’ambito del processo di pace in Medio Oriente, proprio come risultato delle indicazioni provenienti dal rapporto che lo stesso Moratinos aveva redatto individuando nell’acqua uno dei punti chiave su cui intervenire.

 

Una prima riflessione è sul processo politico avviato dall’Unione per il Mediterraneo.
Il processo è attualmente bloccato, per una serie di motivi e il “fronte acqua” sembra rappresentare uno dei nodi problematici. Nell’incontro svoltosi a Barcellona tra i 43 Paesi che aderiscono all’UPM per discutere sul nuovo futuro piano d’azione, i delegati non hanno approvato il documento ufficiale a causa delle relazioni arabo-israeliane che hanno fortemente pesato sulla Conferenza euro-mediterranea sull’acqua. L’impossibilità di giungere ad una posizione comune sulla definizione dei Territori palestinesi occupati[10] ha fatto riemergere i contrasti tra Arabi e Israeliani e impedito l’adozione di una strategia congiunta che garantisse le risorse idriche all’intero bacino.[11]

Riflessione sulla Striscia di Gaza
La panoramica che il tecnico presenta sulla Striscia di Gaza è impressionante dal punto di vista idrico, sanitario e umanitario.

Una città che non ha impianti, che scarica tutto nella terra e nel mare, che non ha risorse e che aspetta una soluzione più che da parte israeliana, da parte della Comunità internazionale.

Gaza soffre di una penuria d’acqua cronica. Qui 1milione e 300 mila Palestinesi hanno bisogno d’acqua. Una situazione che richiede necessariamente la costruzione di un impianto di desalinizzazione, progetto, avverte Mazzitti “di cui si parla dal 2003 e non ancora realizzato” e che egli stesso ha richiamato all’attenzione nell’incontro Upm svoltosi a Barcellona lo scorso giugno. Progetto approvato sul piano tecnico per il quale è ora necessario trovare fondi (circa 400 milioni di euro) per i quali si augura che l’Italia “voglia fare la sua parte”.

Emerge qui l’approccio umanitario del tecnico che giustifica la distruzione dei pozzi all’indomani del ritiro degli Israeliani da Gaza, “in quei giorni (2005) io ero lì. Un milione e 200 mila persone hanno letteralmente invaso il territorio correndo e distruggendo tutto ciò che incontravano, per il ‘piacere’ di riappropriarsi della loro terra e in questa concitazione hanno distrutto 24 pozzi Israeliani, gli unici che pescavano acqua buona in quell’area”. Ed ancora rifacendosi all’intervento di Oded Fixler “ Oded diceva che i Palestinesi hanno intanto costruito 6000 pozzi abusivi. …ma era l’unico modo per poter vivere, per avere acqua e piantare patate perché nel frattempo l’economia palestinese era ridotta a zero. Ognuno ha cercato di pescare acqua per cercare di vivere”. Da qui una serie di problemi: la perforazione delle falde sotterranee e di conseguenza l’infiltrazione dell’acqua marina con una salinizzazione dell’acqua pari all’80% che rende l’acqua ormai imbevibile.

Dal punto di vista sanitario la mancanza di impianti fognari e di scarico ha ridotto le persone a situazioni disperate, davvero ai limiti della civiltà. S’è creato addirittura vicino a Gaza “un lago dove ci sono 10 milioni di m3 di reflui dove le persone gettano anche l’immondizia. Pensate quanto possa essere pericoloso vivere in queste condizioni. Basta che si apra una parete di terra alta 8 metri come già accaduto nel 2006 quando morirono 30/35 persone annegate nei reflui”.

 Ulteriori riflessioni
Gli interventi urgenti, quindi, ruotano intorno all’inquinamento delle falde acquifere da parte dei cisgiordani che sversano i loro liquami direttamente a terra; alla necessità di realizzare impianti di depurazione e, anche, impianti di desalinizzazione. Gli Israeliani “immaginando la catastrofe” sono già intervenuti con tutto il capitale tecnico e professionale per realizzare impianti e oggi sono impegnati a fare ingenti investimenti come, ad esempio, l’impianto di desalinizzazione ad osmosi aperto nella città costiera israeliana di Hadera. Questo è uno dei più grandi impianti di dissalazione al mondo, ed è il primo ad essere stato finanziato attraverso fondi americani (350 milioni di dollari). L’obiettivo è che questi impianti di dissalazione riescano a fornire il 100% di acqua per integrare le fonti tradizionali di acqua fornite da precipitazioni, dalle falde acquifere e dal Mare di Galilea – che sta raggiungendo livelli pericolosamente bassi. E questo è un problema che non è solo degli Israeliani, ma di tutti.

 

Soluzioni proposte
Il richiamo forte con cui Mazzitti ha concluso la propria relazione è rivolto ad un intervento della Comunità internazionale affinché si attivi per portare un aiuto concreto a questi popoli. Un aiuto coordinato e organizzato all’interno di un quadro unitario e condiviso, tale da superare la debolezza di una Unione europea che non riesce ad avere “una politica sua e che subisce la prepotenza di alcuni singoli Paesi che vogliono autonomamente intervenire sul territorio”.

Sarebbe, poi, molto più proficuo, per una migliore ottimizzazione degli sforzi, che non vi fossero interventi autonomi e scoordinati non solo da parte dei singoli Stati, ma all’interno di questi anche dagli Enti locali (Comuni, Province, Regioni), o delle ONG, ma che possa attivarsi una azione sistematizzata e guidata dai Ministeri competenti.

La necessità di favorire e aumentare le occasioni di formazione, occasioni capaci di compensare le carenze professionali di cui soffrono i Palestinesi, è stata l’ultima, ma, ha sottolineato il relatore, non meno importante richiesta per una riduzione dei rischi sul territorio.

Ed anche in questo settore l’Italia potrebbe svolgere un ruolo da protagonista facendosi carico, grazie alle alte competenze presenti da noi, di formare i tecnici palestinesi attraverso un progetto unitario.

Dopo quanto esposto vogliamo chiudere con due riflessioni

Una delle risposte non può che essere la collaborazione internazionale, lo scambio scientifico e culturale tra tecnici, studiosi e professionisti di diverse nazioni, perché, prendendo spunto da un recente scritto del sociologo Ulrich Beck, noto per le sue teorie sulla “società del rischio”, le frontiere, comprese quelle armate, come può essere quella tra Palestinesi e Israeliani, anche se “non sono scomparse, sono diventate permeabili ai flussi di informazione, ai movimenti di capitali e ai pericoli ecologici.”[12]

Una seconda risposta trae le proprie origini dalle proposte presentate nei diversi Global Social Forum che pongono come alternativa alla diffusione di un unico modello di sviluppo, inteso come “globalizzazione”, una visione differente che prefiguri “un mondo che contenga molti mondi” dove non c’è un unico modello di sviluppo né un pensiero unico che consideri la superiorità di una cultura o civiltà.

La sostituzione del termine “mondialità” a “globalizzazione”, che nelle indicazioni teoriche di Riccardo Petrella[13] prevede di considerare come “crimini contro l’umanità” il non dare accesso all’acqua potabile, far morire di fame, far morire per l’assenza di medicinali”, e di arrivare ad un concetto di locale, dove è essenziale il principio della valorizzazione dell’altro “l’esistenza dell’altro è l’elemento centrale della nostra propria esistenza”.

Riferimenti Bibliogafici

  • Al Qaryouti Beissan Le risorse idriche nel diritto internazionale con particolare riferimento alla Palestina Tesi pubblicata da Centro studi per la pace su www.studiperlapace.it
  • Anzera Giuseppe, Geopolitica dell’acqua, Guerini studio, 2003
  • Beck Ulrich, Disuguaglianza senza confini, Laterza, 2011
  • Capecchi Vittorio, La responsabilità sociale dell’impresa, Collana Le Bussole /187, Scienze sociali, Carocci editore, 2005.

 

Maggiori info sul convegno
http://www.radioradicale.it/scheda/334956 

 


[1] – Il Bacino fluviale del Giordano comprende anche i paesi con cui Israele condivide risorse idriche e frontiere, ovvero Egitto, Giordania e Libano e, per quanto riguarda la Siria, le alture del Golan il cui limite nord- orientale è lo spartiacque del lago di Tiberiade.

[2] – L’art. 40 del General Agreement del 1995 riconosce il diritto all’acqua per i popoli rivieraschi. Rappresenta uno dei passaggi più importanti del trattato di Oslo ma come dicono i Palestinesi è rimasto inapplicato in quanto non viene loro riconosciuto questo diritto. A cosa dunque è servito l’art. 40? La domanda è tale da chiedere ad Israele che se, come è vero che il loro diritto all’uso dell’acqua in questa zona si è ormai storicizzato e se la popolazione sia israeliana che palestinese ha subito un notevole incremento, non sia necessario “guardare al futuro tutti assieme” con interventi mirati da parte della comunità internazionale volti alla realizzazione delle infrastrutture idriche

[4] – I dati si riferiscono al 2010

[5] – Il grado di salinità, spiega Fixler, aumenta quando i livelli di estrazione superano la ricarica naturale.

[6] – Ad Ashkelon, a sud di Tel Aviv, si trova il più grande desalinizzatore al mondo con una portata di 100 milioni di metri cubi di acqua potabile all’anno. L’acqua marina è pompata all’interno di 3000 cartucce contenenti ciascuna 37 m2 di membrane, ad una pressione di 72 bar, con la quale metà dell’acqua diviene dolce e potabile, cedendo il proprio contenuto di sale al restante di 50% che ricade in mare con una salinità raddoppiata.

[7] – L’occupazione della striscia di Gaza da parte di Israele è durata 27 anni. Dal Giugno 1967- la guerra dei sei giorni – al 1994 quando in maggio, a seguito degli accordi israelo-palestinese, gli accordi di Oslo, ha avuto luogo un graduale trasferimento di autorità governative per i Palestinesi. Gran parte della Striscia passò sotto il controllo palestinese. Le forze israeliane lasciarono Gaza City e le altre aree urbane, lasciando l’amministrazione alla nuova Autorità palestinese.

[8] – l’ Union pur la e Méditerranéen è un l’organismo internazionale istituito a Parigi nel 2008 su proposta di N. Sarkozy che intende avvicinare i rapporti fra Unione europea e le nazioni che si affacciano sul Mediterraneo con l’obiettivo di rilanciare i propositi nel Processo di Barcellona del 1995. L’UPM è la nuova forma che in tal modo ha assunto il processo di Barcellona, il quale – com’è noto – ha operato dal novembre 1995 al vertice di Parigi come Partenariato Euro-Mediterraneo (PEM).

[9] – Miguel Moratinos è l’autore del “Documento Moratinos”stilato dall’ambasciatore quale imparziale osservatore e delegato per conto dell’esecutivo dell’Unione Europea all’indomani delle consultazioni tra le delegazioni israeliana e palestinese presenti a Taba nel gennaio 2000, trattative intese a offrire uno sbocco positivo al processo di pace avviato a Oslo nel lontano 1993. Il Documento Moratinos non ha il crisma dell’ufficialità. Tuttavia, le parti direttamente in causa concordano nel ritenere che esso rappresenti un resoconto sostanzialmente corretto dell’esito dei negoziati allora in corso http://www.keshet.it/rivista/mag-giu-02/pag10.htm)

[10] – Israele avrebbe preferito la dicitura di “Territori sotto occupazione”.

[11] – Per ulteriori approfondimenti cfr. “Unione per il Mediterraneo. Cause di un lento declino”, di N. Pantaleo, http://www.cesi-italia.org/dettaglio.php?id_news=766; “Mare nostrum”, di M. Trovato, http://www.glieuros.eu/spip.php?page=print&id_article=4402&lang=fr)

[12] – Ulrich Beck, Disuguaglianza senza confini, Laterza, 2011

[13] – Cfr. Capecchi Vittorio, La responsabilità sociale dell’impresa, Collana Le Bussole /187, Scienze sociali, Carocci editore, 2005, pp. 37-38.

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