L’Europa e il futuro della sponda sud del Mediterraneo.

25 febbraio 2011
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di Guido Monno

I recenti avvenimenti in Tunisia ed Egitto hanno attirato l’attenzione del pubblico occidentale sulla sponda sud del Mediterraneo. Finalmente non ci si interessa più degli attacchi degli squali a Sharm el Sheykh, ma ci si comincia a chiedere cosa stia succedendo e perché e quali possibili futuri sviluppi potrebbero riguardarci direttamente.

Il silenzio e l’immobilismo dell’Europa, sia a livello della Comunità Europea, che a livello delle singole nazioni, ormai non sorprende più; nessuna dichiarazione d’intenti, nessuna presa di posizione, solo qualche imbarazzato commento e più spesso ridicoli silenzi. Quale contrasto con l’attivismo statunitense i cui interessi economici e strategici nella regione hanno imposto una velocizzazione delle decisioni, probabilmente frutto di studi ed analisi pregressi in cui gli scenari attuali erano già stati presi in considerazione e le eventuali contromisure già programmate.

Negli altri Paesi della regione nord-africana e mediorientale gli avvenimenti vengono seguiti con estremo interesse dalle popolazioni e dai regimi e governi, anche se per motivi certamente opposti.

I regimi tentano in tutte le maniere di porre la sordina alle informazioni sui fatti tunisini ed egiziani, nel timore che possa svilupparsi un effetto domino come i recenti avvenimenti in Giordania e Yemen stanno a dimostrare. Le popolazioni si affidano a internet e all’ormai onnipresente al Jazeera, al fine di ottenere notizie ed è un dato di fatto che in questo momento storico la maggior parte dei regimi stia guardando con apprensione agli avvenimenti, studiando la miglior maniera di impedire che possano accadere nel proprio stato. La tattica usata da Mubarak, che ha ritenuto di dover usare il massimo della forza per evitare di fare la fine di Ben ali, non ha funzionato.

Quella che si sta diffondendo è un’onda causata da numerosi fattori che sono arrivati a un punto in cui gli effetti si sono sommati e amplificati: disoccupazione, mancanza di sviluppo, una classe di giovani laureati senza alcuna prospettiva futura se non essere fagocitati dalla burocrazia governativa previa sottomissione al regime, un enorme baratro fra i pochi che possiedono tanto e i tanti che possiedono poco. Cause, a catena, della progressiva sparizione di una classe intermedia che sempre più sta infoltendo i ranghi dei poveri. Lo sviluppo economico di cui sta godendo l’Egitto risente anche dell’aiuto fornito dagli U.S.A., quantizzabile dal 1975 a oggi in 28 miliardi di dollari, come riporta David Rieff nel suo articolo “Quando Washington aiutava Mubarak”, pubblicato su Internazionale del 11 febbraio (al netto degli ulteriori 40 MD a partire dal 1979 costituenti gli aiuti militari, ndr). Esso non si è tradotto in una ricaduta generalizzata, ma è diventato appannaggio dei pochi collegati all’elite al potere. L’incapacità di tali elites di gestire la trasformazione delle società, associate alla loro avidità ha creato una situazione che era ormai insostenibile. Di fronte a tale ondata che stravolge per ora il mondo nordafricano e arabo, l’Europa e il mondo occidentale dovranno essere capaci di comprendere i futuri sviluppi, evitando di essere ciechi di fronte all’evidenza e tenendo in debito conto un elemento importante di quanto sta accadendo: i movimenti islamici.

Per decenni sono stati gli unici oppositori credibili ai governi e ai regimi che gestivano i paesi della sponda sud del Mediterraneo, pagando un caro prezzo sulla propria pelle, intesa non solo in senso metaforico, e acquistando un carisma e una legittimità di cui pochi movimenti laici godono nell’area.

Nel mondo occidentale tali movimenti vengono immediatamente caratterizzati come nichilisti, violenti, portatori di valori incompatibili con la società occidentale e con quanto la società occidentale cerca di esportare e propagare in termini di idee; nel loro contesto sono quei movimenti che svolgono spesso un’insostituibile opera di assistenza alle fasce più povere della società, in campo morale ma soprattutto materiale, spesso sopperendo alle carenze organizzative dello stato, in nome di una società migliore che abbia come obiettivo la giustizia sociale.

L’approccio occidentale verso tali movimenti è stato di chiusura totale, senza alcuna ricerca sulle ragioni della loro nascita e proliferazione. Hamas è stata inserita dall’Unione Europea come un’organizzazione terroristica e numerosi giornalisti e così detti esperti, ne hanno parlato come di un rischio alla sicurezza internazionale, senza riflettere sul fatto che tale organizzazione non ha mai compiuto attentati al di fuori di Israele e dei Territori Occupati. Anzi, come i Palestinian Papers sembrano dimostrare, proprio da una nazione facente parte dell’Unione Europea, la Gran Bretagna, si è cercato di condurre un’azione contro Hamas appoggiandosi agli Israeliani ed una dirigenza palestinese sempre più squalificata agli occhi dei suoi abitanti. Ennesima dimostrazione di come non esista una politica europea comune nell’aerea e di come si perseguano ancora dei vecchi schemi quali quelli seguiti dai Neo-Con statunitensi (i cui danni sono ormai evidenti) invece di rendersi conto che necessitano nuovi approcci che tengano conto delle aspirazioni popolari, invertendo la tradizionale tendenza dell’occidente a considerare il suo rapporto con il mondo arabo e islamico come un gioco a somma zero, attuato attraverso governi compiacenti e repressivi.

Ignorare tale situazione significa voler ignorare la realtà, e continuare a considerare in maniera semplicistica e approssimativa i movimenti islamici soltanto come organizzazioni terroristiche e non anche come strutture di freedom fighters o di gruppi portatori di valori ed idee sentite da un gran numero di persone nelle società di cui fanno parte. Questo potrebbe portarci ad accrescere un solco fra due culture e società, laddove la nostra si scorda spesso del proprio passato e di come si sia pervenuti alla libertà e democrazia.

Gli eventi cui stiamo assistendo adesso non sono ancora, a parere dello scrivente, la grande spallata del mondo arabo ed islamico ai regimi che ne hanno limitato lo sviluppo e la giustizia sociale intesa nel suo senso più ampio. Le varie elite al potere, in genere guidate e appoggiate da strutture militari che hanno come proprio ideale la concezione dello stato rifacentesi a Mustafa Kemal Ataturk, stanno attuando solo un cambio di facciata, concedendo qualcosa per non perdere tutto, in ciò appoggiate dall’Occidente, le cui idee geopolitiche si basano su un assetto consolidato nel tempo che vede privilegiato il legame con Israele e la gestione del mondo arabo attraverso l’esclusione di qualsiasi avventura politica in cui siano coinvolti gruppi islamici, tipo la Fratellanza Musulmana. Eppure le varie rivolte hanno rivelato come ci sia ormai un’integrazione sempre più forte fra le richieste inoltrate da tutti i gruppi politici antagonisti al potere egemone (e in piazza Tahrir si sono visti islamici assieme a copti accomunati nella protesta) proprio mentre le istituzioni classiche copte ed islamiche, tipo al Azhar, si sono schierate a favore di Mubarak. La necessità di riconoscere ormai la presenza dei partiti di estrazione islamica come una componente fondamentale, anche se non maggioritaria, all’interno delle società arabe e islamiche deve esser presa in considerazione dall’Europa e deve portare ad un dialogo di reciproca comprensione, pena l’esclusione per l’Europa e l’Occidente in genere da qualsiasi assetto strategico futuro di tale mondo.

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