La fine di Oussama Ben Laden, compiacimento e scetticismo

2 maggio 2011
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di Enrico La Rosa

Ci asteniamo, per il momento, da speculazioni sulle contiguità dei servizi pakistani, sulla incredibile vicinanza della residenza di Bin Laden alla capitale Pakistana, da ovvie espressioni di sollievo per l’eliminazione di un personaggio così crudele, sulla vera identità dell’ucciso, sul possibile colpo di coda del terrorismo internazionale decapitato, sulla vendetta consumata, sull’avvenuta eliminazione del terrorista più pericoloso.

Un’immagine di Osama Bin Laden mostrata da un sostenitore

Sono considerazioni già emerse nel nostro intimo, che stanno riempiendo le cronache dei giornali e che popoleranno i talk-show di tutto il mondo per chissà quanto tempo.

Preferiamo spostare il campo delle considerazioni su un diverso piano, esprimendo, probabilmente, considerazioni più banali e meno condivisibili.

Il primo brivido lo abbiamo provato ascoltando il comunicato ufficiale, che racconta degli Stati Uniti che hanno «ucciso» Bin Laden. E questo è per chi scrive motivo di forte disagio.

Ma, poi, esaurito il moto di piacere e di compiacimento per l’avvenuta eliminazione del mostro, non abbiamo potuto non pensare che il mostro esisterà sempre, quale che sia il suo nome, la sua identità, la sua origine, i suoi obiettivi.

Il male non cesserà mai di esistere ed i suoi autori saranno tanto più agguerriti quanto più discutibili saranno gli strumenti del bene. Si tratta solo di stabilire dove alloggi di più il male e dove il bene. Cosa sia il bene e cosa il male. Non c’è dubbio che chi uccide altri esseri umani è più vicino al male di chi non lo fa. Le motivazioni e le circostanze possono attenuare la colpa, comunque innegabile. Uccidere, poi, una sola persona o migliaia di esseri umani può essere misurato sulla bilancia delle aggravanti e delle attenuanti o dell’impatto mediatico, ma non su quella della giustizia.

Ci stordiranno nei prossimi giorni con le cosiddette «analisi» sull’uccisione di Osama Bin Laden. Pensiamo che sia lecito compiacersene, siamo convinti che gli analisti debbano cercare di eseguire l’esame completo degli eventi, del loro svolgimento e dei possibili sviluppi. Pensiamo, anche, che sia commercialmente corretto che le varie emittenti rinvigoriscano i rispettivi salotti di talk-show. Non possiamo non chiederci, tuttavia, quanto questa morte possa giovare nel prossimo futuro alle 1.280.000.000 persone che vivono con un reddito di un dollaro al giorno ed alle 2.560.000.000 persone che possono vantare un reddito giornaliero di ben 2 dollari, ossia il doppio del precedente. Quanto possa contribuire alla eliminazione del fenomeno dei 25 bambini che muoiono ogni minuto di malattie curabili e di denutrizione: più di 1.500 bambini in un’ora, più di un milione ogni mese, più di 12 milioni in un anno. In cinque anni la popolazione dell’intera Italia. Non quella reale, fatta al 50% di vecchi e anziani, ma un’Italia tutta di bambini, dell’investimento della razza umana per il suo futuro.

Sarà banale e ovvio, ma crediamo che il pericolo risieda non nel Guevara, o nel Carlos o nel Bin Laden di turno, ma nei processi che li generano, ne giustificano l’esistenza e ne legittimano l’azione sotto certe prospettive.

E torniamo alla considerazione iniziale. Il male, come negazione del nostro ‘benessere’, non può cessare di esistere. Ma gli strumenti del male sono generalmente creati dalle stesse difese costruite contro di lui. E gli Stati Uniti sono stati i creatori unici, inconfutabili ed irresponsabili, dei maggiori mostri dei due ultimi decenni: Saddam Hussein e Osama Bin Laden, divenuti, successivamente, i nemici n. 1 dell’intera umanità.

Crediamo che esitano dei mali ancora peggiori, meno visibili ed appariscenti, che, al contrario, fanno molto male a quei poveri 3.840.000.000 esseri umani, il 60% dell’intera popolazione mondiale, vittima della maggior crescita (quasi doppia) delle esportazioni rispetto a quella del PIL mondiale, dell’incremento delle esportazioni industriali, che continuano ad aumentare molto più in fretta (5 volte tra il ’90 ed il 2002) rispetto a quelle di prodotti agricoli e minerari, del grave problema dell’acqua, teoricamente sufficiente per tutta la popolazione mondiale in presenza di una efficiente distribuzione e di un consumo equo. Approfondendo questo aspetto, sulla disponibilità dell’acqua nel pianeta, un autoctono dispone di 80.000 m3 ogni anno in Oceania, 3.000 in Asia, 5.000 in Europa, 6.000 in Africa. Ma un africano non riceve più acqua potabile di un europeo, e ciò a causa dell’inesistenza di risorse economiche e tecnologiche in grado di garantire alle popolazioni un adeguato accesso alla sua fruizione. Nel mondo una persona su cinque non dispone di acqua igienicamente sicura e metà dell’umanità non è servita da una rete di distribuzione adeguata. Nei Paesi in Via di Sviluppo oltre 1.400 milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile e oltre 2 miliardi e 400 milioni non hanno servizi sanitari in casa. Ogni anno 3-4 milioni di persone nei PVS muoiono di malattie trasmesse attraverso acqua non pulita, tra cui almeno 2 milioni di bambini. 26 paesi africani e mediorientali, dove vivono 230 milioni di persone, sono in condizioni di scarsità d’acqua e ben 80 stati del mondo, corrispondenti al 40% della popolazione mondiale, sono toccati dalla crisi idrica. Entro 20 anni si prevede che altri 25 paesi (molti dei quali europei) saranno nelle stesse condizioni. Anche in Europa, infatti, come in Africa, le zone aride sono in fase di espansione.

Quando la popolazione mondiale avrà la percezione che questi problemi realmente esistenziali saranno nel mirino dei potenti della Terra, dalle sue viscere nasceranno probabilmente dei Bin Laden meno feroci e vendicativi.

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