LA LIBIA

26 novembre 2017
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Il ritorno delle “criticità mediterranee” di OMeGA

 

Convegno organizzato presso il Circolo del Ministero degli Esteri in data 12 novembre 2015

atti del convegno

Come noto l’attività di studio e di raccordo di OMeGA si realizza attraverso tre direttrici, complementari e convergenti, l’attività del giornale <omeganews.info>, l’organizzazione di convegni di approfondimento e di confronto e, ultimamente, i viaggi in Paesi rivieraschi finalizzati al confronto in un quadro più ampio e allo scambio di conoscenze e di opinioni.

OMeGA non possiede soci in grado di sostenere interamente l’onere di tale attività. Viene supportata per niente sul piano finanziario, se si esclude una donazione straordinaria di Fondazione di Sardegna nel 2017; sul piano organizzativo dalla Marina, dall’Ordine dei Giornalisti del Lazio e dalla Società Canottieri (e velica) Ichnusa di Cagliari, dal Sailing Club di Cagliari e sul piano intellettuale da organizzazioni, quali il Circolo Studi Diplomatici e Unimed, e da analisti diplomatici giornalisti studiosi, che accettano, compatibilmente con i loro impegni professionali, di riempire con i loro interventi i convegni organizzati da OMeGA.

L’attività congressuale, iniziata il 10 maggio 2011 con il “caso Sahara Occidentale”, poi interrotta per motivi organizzativi interni, è ripresa il 12 novembre 2015 con l’esame della situazione libica.

Da allora non ci siamo più fermati, presi dal sacro furore di spiegare e “incontrare” il Mediterraneo. L’ultimo nostro “scambio” è avvenuto a Tunisi, il 6 luglio, dopo lo sconcerto della visita allo splendido museo del Bardo in una solitudine abissale: che tristezza! Tuttavia, l’incontro è stato utile e proficuo sotto il profilo dell’esposizione dei rispettivi punti di vista, in gran parte convergenti.

E ci ha rafforzato nella volontà di dedicarci alla ricerca, condivisione e spiegazione dei motivi per i quali valga la pena ripristinare la grande amicizia e affinità dei popoli del Mediterraneo. Ed intendiamo farlo al di fuori dell’ottica della cooperazione europea, perché pensiamo che l’Europa sia stata nella storia dei rapporti con i popoli della Regione sud la peggiore sventura per il Mediterraneo, il peggior nemico che esso abbia mai avuto, non necessariamente cosciente o premeditato. Ed è per questo che non parleremo di Europa. Non ci accoderemo all’esercito di statisti, politici, analisti, giornalisti, studiosi e semplici lettori che continuano ad ispirarsi all’“euromediterraneo”.

Preferiamo, al contrario, pensare che esistano le condizioni per stimolare un dialogo completamente interno al bacino e sensibilizzare i popoli rivieraschi sulla necessità di recuperare l’antico spirito collettivo e unitario nel loro stesso interesse, per costruire condizioni e prospettive di pace prosperità e giustizia sociale e consegnarle alle generazioni future mediterranee nello spirito della lunghissima tradizione di almeno 19 secoli di cammino fatto insieme.

Sperando di farvi cosa gradita, vi offriamo, di seguito, gli atti del primo della rinnovata serie dei convegni, sulla Libia, opportunamente depurati dai difetti e dalle lungaggini propri del “parlato”.

Enrico La Rosa

Le criticità mediterranee” di OMeGA: il caso Libia

Giovedì 12 novembre 2015 – 1700/2000 – Circolo del Ministero degli Affari Esteri

Presidente di OMeGA

brochure omega 12 0ttobreSignori buonasera. Buonasera, mi chiamo Enrico Rosa sono il presidente dell’associazione Omega che ha organizzato questa serata, vi auguro il benvenuto e vi ringrazio per essere qui. Prima di dare inizio consentitemi due parole sugli organizzatori dell’evento. OMeGA è quasi un’associazione di volontariato, registrata come no-profit, è apolitica, tentiamo di esserlo il più possibile, apartitica, aconfessionale, non ammette discriminazione di sesso, razza, lingue o religione, nazionalità, opinioni politiche, condizioni personali e sociali. Non abbiamo referenti di natura politica o preferenze intellettuali settoriali. Il nostro sostentamento è assicurato dalle poche quote associative e da saltuari spettacoli ed eventi culturali e conviviali che organizziamo e offriamo per autofinanziarci.

OMeGA è un acronimo che sta per “Osservatorio Mediterraneo di Geopolitica e Antropologia”. Come è comprensibile dal suo nome la nostra associazione è osservatorio in quanto aspira a osservare, approfondire e analizzare gli eventi e i fenomeni dell’attualità correlandoli alla prospettiva storica che li ha generati e formulando previsioni sui possibili sviluppi futuri. Mediterraneo, in quanto intende limitare lo studio e le ricerche al bacino Mediterraneo e alle aree limitrofe strettamente collegate o correlabili. Di geopolitica giacché solo attraverso lo studio di fenomeni politici si può riuscire a capire secondo noi quale sia la tendenza purché si riesca ad analizzare gli avvenimenti con costanza, obiettività e freddezza. Antropologia, infine, in quanto crediamo che per capire con una certa affidabilità quali siano le linee di tendenza occorre indagare in tutti gli ambiti dell’essere umano. Non bastano la politica e l’economia, occorre anche studiare tutto il contorno attorno all’uomo. Le sue aspirazioni, le sue capacità di esprimersi e di relazionarsi con il mondo circostante attraverso discipline e attività che possono sembrare meno nobili della politica e dell’economica, che danno tuttavia la misura delle potenzialità espressive di un popolo o degli abitanti di un’area. Mi riferisco alla religione, alle tradizioni popolari, alle abitudini e alle profilassi igieniche, alle abitudini nutrizionali, alle espressioni dell’arte, dello sport, della moda eccetera.

LUIGI MACCAGNANI

È noto dalla stampa di questi ultimi giorni il tenore sostanzialmente positivo se non trionfalistico delle dichiarazioni congiunte o meno dei governi occidentali a sostegno dell’accordo fra le due entità libiche, e soprattutto l’esclusione esplicita di possibili interventi militari. A ciò fa da contraltare il rigetto che tale opzione sta suscitando nel paese “internal rejection and external approval” come titolava Libia Channel riprendendo una manifestazione tenutasi a Bengasi contro l’accordo definito del “governo ipocrita”. In ambito occidentale risalta la voce critica di Sir Dominic Asquith ambasciatore britannico in Libia dal 2011 al 2013 che era sopravvissuto ad un attentato a Bengasi nel giugno del 2012, il quale, intervenendo alla camera dei comuni, ha denunciato gli errori del post rivoluzione soprattutto la delega in bianco concessa alle milizie per garantire la sicurezza sul territorio. Sir Asquith ha ricordato, altresì, che a Luglio di quest’anno la Camera dei Rappresentanti di Tobruch aveva già siglato la quarta versione della bozza di accordo rifiutata dal General Congress che poi è stata modificata fino al testo attuale per recepire le richieste del General National Congress di Tripoli. Col risultato che l’ultima stesura non sembra essere trattabile per alcuna delle parti. Ecco quindi il senso della frase che abbiamo appena citato, vale a dire “internal rejection and external approval”. Un’altra domanda che sorge da questo scenario è come, dal momento che si esclude l’opzione intervento, si possono convincere le milizie a mobilitare, dal momento che apparentemente non ne hanno la minima intenzione. È assodato che gran parte delle milizie non fa capo e non risponde al alcuno dei rappresentanti politici, come risponderebbero ad esempio le formazioni di Libya Dawn o di Anṣār al-Sharīʿa per non parlare delle frange libiche dell’Isis. Temiamo che la Libia di oggi sia ostaggio di una piccola minoranza. A fine 2013 era stata condotta dal ministero degli esteri danese un’indagine demoscopica titolata “Committed democracy and unity” ed è emerso che più dell’80% degli intervistai era in favore dell’unità nazionale e di un governo democratico, questa non è una novità. Nell’indagine demoscopica condotta nel 1947 da una commissione multinazionale nel contesto del trattato di pace a seguito della seconda guerra mondiale, risultò che il popolo libico desiderava unità ed indipendenza, con il risultato che dopo un periodo di transizione, venne nominato il re Idris. È stato calcolato che gli effettivi appartenenti a milizie non siano più di 200mila unità a fronte di una popolazione che è stimata oggi superare i 6,6 milioni.

MARCO LOMBARDI

Ringrazio Luigi Maccagnani, ringrazio l’ammiraglio La Rosa, vi do il benvenuto. Ora comincia la nostra tavola rotonda mi tocca fare da chair con piacere con una tavola rotonda che vede ospiti di grande prestigio e un parterre altrettanto. D’altra parte il tema è di quelli “sfruguglianti” evidentemente, soprattutto in questi giorni abbiamo un paio di serbi rapiti, il governo serbo che sta governando sta negoziando la liberazione di questi, ieri abbiamo il bombardamento nella zona di Bengasi su milizie di Daesh. Insomma ogni giorno ce n’è una nuova, c’è Bernardino León che va via, diciamo così va via perché guarderà da un’altra prospettiva la medesima situazione anche perché va a governare un’istituzione dietro la quale ci sono interessi fortissimi sulla Libia e azioni sulla Libia intraprese da questi paesi in maniera molto silente, quindi è un interessante groviglio che con questa splendida tavola rotonda cercheremo non di risolvere, ma di entrarci dentro. Avviamo questa tavola rotonda dando la parola al generale Arpino che è qui con noi visti i suoi trascorsi, viste le sue posizioni. Potrebbe essere un utilissimo innesco e sapendo anche quanto nella sua nuova veste di giornalista sa e riuso la parola “sfrugugliare” il pubblico con determinatezza e decisione potrebbe essere il lancio interessante per gli esperti che poi lo seguiranno. A lei generale.

MARIO ARPINO

Se invece in queste sortite inseriamo anche tutte quelle che non sono combat ma tutte le altre noi ne abbiamo arruolate il 22% del totale, mentre abbiamo utilizzato il 10% dell’equipaggiamento, del munizionamento di precisione quindi, preciso più sicuro, ma anche molto più di tutta la coalizione. Di tutte queste sortite circa 16mila su 23mila sono state catalogate come combat, cioè sortite militari da combattimento che fanno male e di queste ne abbiamo arruolate circa 2mila, 2mila l’Aeronautica e circa 200 la Marina. Quindi Aeronautica e Marina hanno raggiungo un totale del circa il 12% di sortite combat sopra la Libia. Quindi il contributo è stato veramente grosso, notevole, pero è passato inosservato, fatto passare inosservato, è stato fatto passare sotto traccia. Probabilmente fatto tracciare perché tutti sapevano di non avere fatto una cosa granché bella: fare un trattato a un Gheddafi e poi, 20 giorni dopo, andarlo a bombardare. Insomma, non è una cosa fatta bene, no? Non va bene! Quindi è passato tutto sotto traccia e ho notato una cosa curiosa. Obama nel vertice di Nizza successivo, subito poco dopo il termine delle operazioni, che ha preceduto di qualche giorno il G20, sempre a Nizza, se ricordo bene, aveva lodato Sarkosy e la Francia e qui cito virgolette dicendo: la Francia, Sarkosy “senza i quali questa guerra non si sarebbe potuta fare”, ecco io avrei una gran voglia di correggere, e direi “senza il quale questa guerra non si sarebbe fatta”. Perché l’ha voluta solo lui. Cosa ci abbiamo guadagnato in tutta questa avventura? Non ci abbiamo guadagnato niente, abbiamo solo perso in questa avventura. Siamo stati trascinati in una guerra dove abbiamo bombardato i nostri interessi, quindi non potevamo far altro che perdere, non potevamo far altro che rimetterci. E per di più c’è anche la beffa, perché poi, mi pare sia il 2016, quando, cessate le operazioni a fine bombardamenti sono spariti tutti. In due, tre giorni sono spariti tutti, non si sono mai più né visti né sentiti per i successivi otto mesi e noi siamo rimasti lì, cioè qui, con il cerino in mano a bruciarci le dita e ce le stiamo continuando a bruciare. E ne parlavo prima con il dottor Maccagnani che di Libia se ne intende veramente e io leggo con avidità le cose che lui scrive, perché la Libia mi interessa, sono innamorato, come molti Italiani, sono innamorato della ex quarta sponda. Credo che sia stato compromesso tutto quel paziente lavoro di tessitura lenta durata venti, trenta anni, fatto da tutti i nostri governi. Da tutti coloro, piano piano, per fare gli interessi italiani e per ricostruire. Ecco, dopo la cacciata dei 20mila era stato fatto questo lavoro, la formichina che era in fondo alla buca stava risalendo e adesso è franato l’ultimo granello e siamo tornati in fondo, siamo tornati in fondo e così è la vita. Abbiamo parlato del prima e del durante, un altro minuto per parlare del dopo. Il dopo è questo slancio politico che si è visto. Ah no, per i primi mesi, i primi anni dopo questo sconquasso la politica non si è fatta vedere, non si è fatta viva. Tutto silenzio, non c’eravamo, non ci siamo stati, non ci hanno ricordato. Va beh, va benissimo! Però poi è arrivato Monti, poi è arrivato il presidente Renzi, il quale, con uno slancio politico che per me è stato affrettato ed è stato anche approssimato ha detto “Ecco benissimo, andremo noi prenderemo noi la guida di questa spedizione eccetera, eccetera, promettiamo questo, quello e quell’altro”. E va benissimo, e ha proposto l’Italia come leader di una forza di stabilizzazione, di attività da fare sotto l’egida dell’ONU e con il consenso di un governo unitario che non c’è mai. Va beh, comunque può darsi che qualcosa prima o poi si finisca col fare. Adesso come ci diceva il dottor Maccagnani, il 3 novembre c’è stato questo accordo, ma questo accordo, sì bello, interessante, noi lo abbiamo supportato, abbiamo puntato tutta la nostra politica su questo! Però, l’accordo, se c’è, è stato firmato, ma non approvato ancora dai governi, vero? Ecco, ed è stato firmato tra i moderati di Tobruk e i moderati di Tripoli, che hanno partecipato al tavolo. Quindi le milizie non c’erano. I moderati non hanno le armi e non hanno le milizie. Io non vedo perché le milizie dovrebbero obbedire a un governo di moderati che non ha le armi. Staremo, staremo a vedere. Comunque sembra un successo, noi abbiamo puntato su questo nella nostra politica, non chiedetemi cosa avremmo dovuto fare invece, non ve lo so dire, quindi non chiedetemelo per favore, perché la cosa è così intricata. Nel frattempo cosa è successo? Gli ex gheddafiani, che erano tutto sommato nostri amici perché avevamo firmato l’accordo, sono diventati nostri nemici, ci ritengono dei traditori, dei calpestatori di trattati firmati da 2 governi e anche ratificati, e ci hanno distrutto il cimitero per l’ennesima volta, meno male che non c’è quasi più nessuno dei nostri dentro, è vero Luigi? Mi pare che abbiamo portato via tutto ormai.

MACCAGNANI

Per non lasciare le salme dei propri cari in un contesto molto sfavorevole riuscirono a portarli via, e quindi chi e rimasto lì? I più poveri, e vi assicuro, mi ricordo ancora quando ero in Libia dal 2000 al 2005, che, esito anche a riferire questo tipo di dettagli, certe volte passando attraverso i vialetti di questo cimitero, era una cosa straziante ed è continuata così. Quindi ci siamo inimicati i gheddafiani, che ci hanno distrutto il cimitero, quelli di Tobruk hanno minacciato le nostre navi perché, perché è lungo da spiegare, ma probabilmente qualcuno lo spiegherà. Stiamo anche favorendo molto l’Egitto ma alla fine gli interessi nostri e dell’Egitto finiranno per divergere eh in Libia, non è, va bene che c’è l’Isis da combattere eccetera, invece il governo illegittimo di Tripoli fa lo gnorri sul rapimento dei quattro tecnici, ci accusa di aver fatto delle scorribande con le forze speciali per ammazzare i capi banda dei terroristi, e così via. Insomma dopo tutto questo forzo sembrerebbe proprio che siamo riusciti ad inimicarci proprio tutti. A questo punto credo anche che la nostra leadership della forza di stabilizzazione italiana, a guida italiana più volte diciamo annunciata sia diventato qualcosa di problematico, io credo venga messa in discussione mentre ho sentito che i soliti francesi, i soliti inglesi tutti amici per carità, io voglio bene a entrambi, sono i nostri cugini eccetera, eccetera, stiano già tagliandoci l’erba sotto le scarpe e qui si vedrebbero alla fine poi i motivi per cui questa guerra è stata fatta, alla fine, io non lo so, qui non ci sono l’ambasciatore francese e l’ambasciatore inglese quindi lo posso dire così come libera espressione. E poi per nostra fortuna voglio aggiungere anche la parte piena del bicchiere, no? A salvaguardare i nostri interessi noi ci riusciamo maluccio ufficialmente pero c’è sempre l’ENI e anche se non è più l’AGIP di Luigi Maccagnani insomma riesce a fare molte cose.

LOMBARDI

Ringrazio il generale Arpino per questa introduzione di innesco al dibattito. Ha dato numerosi spunti alla nostra tavola rotonda, dai problemi di leadership, di sorpresa, prevedibilità e imprevedibilità a quello che è accaduto e non solo sullo scenario libico. Il tema dell’interesse nazionale prima, durante e dopo e nel futuro come sarà tutelato. Spunti che fanno riflettere anche il numero delle incursioni se paragonate a quelle che la coalizione contro il Daesh ha fatto, sono dei numeri interessanti perché fanno emergere delle volontà molto differenti in contesti. Sono spunti che prego ciascuno dei partecipanti di prendere in considerazione, rispetto il loro punto di vista, non è mio compito, non me la sento di poterli dividere in questo momento tra di voi ma chiedo a ciascuno, nella mezz’ora che resta prima del coffee break, di fare dei rapidi interventi precisi su alcuni di questi spunti, abbiamo dai 2 ai 5 minuti a disposizione per ciascuno dipenderà quindi la lunghezza da quanti round riusciamo a fare in questa prima tornata, e darei subito la parola mi sembra giusto alla signora ambasciatrice Laura Miracchian.

LAURA MIRACHIAN

Siccome questo non è uno scacchiere, quello libico, che si può isolare da quello che sta succedendo lì intorno, anzi è uno scacchiere che in qualche modo ha avuto ripercussioni negative da quello che stava succedendo ormai da mesi se non da un annetto nel medio oriente, e cioè da questo Isis che nel giugno del 2014 approda a Racca. Dove, Racca sta nel nord-est della Siria, scavalcando le fila irachene e proclamando questo stato islamico. Nel novembre dello stesso anno viene proclamato ad Erna il califfato Beida che era il vecchio nome della Crenaica. Questo califfato praticamente per dire la contaminazione come è stata diretta, no? Da quello scacchiere al Nord Africa e poi oltre, oltre come noi sappiamo ma voglio dire è chiaro che dei combattenti libici con l’Isis in Siria e Iraq da qualche mese, se non da qualche anno, e che rientrano in Libia e fondano il cosiddetto gruppo Batar e il consiglio della Shura della gioventù islamica ad Erna. Quindi, siccome c’è questa dimensione regionale, mi sono concentrata su un altro dossier. Lo chiamo dossier perché burocraticamente è stato trattato fin dall’inizio, e burocraticamente ancora rischia di essere trattato, quindi non è un problema, non è una questione di impostare relazioni con la sponda sud. è semplicemente un dossier nella visione di Bruxelles. Cosa è stato fatto? Allora questa sponda sud del Mediterraneo è stata trattata fin dagli anni Settanta, anche grazie ai nostri governi democristiani che avevano capito che c’era qualcosa che succedeva nella sponda sud e che sarebbe successo molto presto e che era meglio prevenire, sono loro che hanno dato lo spunto al dialogo, che fu chiamato euro-arabo. Dialogo euro-arabo di cui Andreotti fu protagonista. Ma non è il solo che dopo qualche anno si impantanò a fronte della guerra del Kippur. E questo dialogo euro-arabo comprendeva anche Israele e i cosiddetti palestinesi, e questi, ci fu questa crisi, una crisi che cominciò con la prima intifada, poi andò avanti insomma con la guerra del Kippur e poi praticamente intervennero gli Americani che sfilarono il dossier dagli Europei, presero in mano solo la componente Israele-Palestina e transitarono il tutto verso gli accordi di Oslo, 1993. Quindi voi capite negli anni l’Europa perde la presa sulla sponda sud, perde la sua politica, se mai aveva una visione, eccetera, eccetera. Viene isolato il contesto israelo-palestinese proprio perché nel frattempo c’era stata questa guerra dei 6 giorni, o del Kippur o non so che cosa, comunque una crisi. Questa cosa di Oslo poi ha un suo tragitto, ha un tragitto di crisi dopo crisi e diciamo, per farla breve, perché voglio tornare poi all’Europa, si conclude con l’assassinio di Rabin, 1995, cioè il leader israeliano che aveva firmato gli accordi di Oslo. Allora l’Europa lascia fare per un po’. Nel 1995 la commissione Prodi. Ancora una volta, quindi, l’ltalia che rilancia questa sponda sud del Mediterraneo, praticamente organizza il processo di Barcellona. Prodi e Solana, che era il coordinatore per la politica estera e di difesa (all’epoca non c’era l’Alto Rappresentante) questo processo di Barcellona ebbe qualche fortuna. Comprendeva 12, 15 paesi della CEE. (C’era ancora la CEE, non l’Unione Europea) e 12 paesi della sponda sud, ma ancora una volta Israele e la Palestina. Perché, in realtà, in questa visione europea, c’era il fatto che questa sponda sud doveva essere raccordata anche sul piano multilaterale oltre che con segmenti bilaterali, proprio per cercare di contribuire a risolvere la questione israelo-palestinese. Evidentemente fu un fallimento in quel senso ma fu un fallimento anche in altri sensi perché questo processo di Barcellona praticamente finisce o non finisce a coda di pesce, nel senso che dopo qualche anno si esaurisce. Perché? Per tre ragioni, che io ho identificato, ce ne possono essere anche altre, perché poi ho dei suggerimenti concreti per vedere di non ripetere questi errori che abbiamo fatto e che ci hanno portato a una cosa scandalosa, quando le primavere arabe sono cominciate. Nella sponda sud a svilupparsi, nessuno, nessuno si accorse, nessuno aveva una qualche strategia e queste politiche mediterranee adesso ho esaminato soltanto quelle del processo di Barcellona, poi si arrivò alla politica del vicinato, perché nel 2004, cosa successe? Ecco dove finì, uno scandalo, una cosa strepitosa è che quando queste primavere arabe sono scoppiate nessuno aveva strumenti per gestirle. Non solo, ma nessuno le aveva previste e furono chiamate infelicemente primavere. Cioè una cosa un po’ leggera. Dovevano essere delle spontanee manifestazione democratiche, per la democrazia. Il terzo passaggio di questa politiche europea diciamo verso il Mediterraneo fu nel 2004, in cui praticamente il Mediterraneo passò in secondo piano e fu assorbito in quella che si chiama ancora “politica di vicinato”. La politica del vicinato raggruppava una serie di paesi: tutti quelli del Sud, i 3 del Medioriente, i 3 del Nord Africa, l’Egitto ma anche il Caucaso, i 3 del Caucaso, ma anche i tre paesi dell’est Moldova, Ucraina, Bielorussia. Quindi era una specie di calderone, è una specie di calderone che infatti tale è rimasto. Ma vale la pena di notare come dice Federica Mogherini, molto, molto fiera di dirlo, dal 2007 al 2013 12 miliardi di euro sono stati dati, regalati, grants proprio in dono a 12 paesi sulla base di questo partenariato, di questa politica di vicinato, PEV la chiamiamo. Il quarto passaggio interviene nel 2008 ancora una volta Sarkosy. Quando c’è Sarkosy di mezzo… quando c’è la Francia di mezzo… Insomma, adesso amiamo tutti gli amici francesi, che sono cugini, eccetera, però devo dire che è accaduto qualcosa di molto vistosa. Nel 2008 Sarkosy si sveglia e pensa, ma questa politica di vicinato che raggruppa tutto questo calderone non può essere, riprendiamo il Mediterraneo! E lancia quella che è chiamata “l’Unione per il Mediterraneo”, e siamo nel 2008, “Unione del Mediterraneo”, 2008. Cosa succedeva nel frattempo?

LOMBARDI

Questo inquadramento europeo era necessario, quindi abbiamo inquadrato in maniera direi sistemica la questione libica, continuiamo con quella che dovrebbe essere una tavola rotonda. Avremo due interventi dall’interno, 5 minuti per ciascuno da parte di un giornalista che ci dà una visione diversa dalla diplomazia, dall’interno intendo, con l’esperienza libica, e poi, per chiudere, gli ultimi 5 minuti vorrei l’ambasciatore Pacifico che ci porta l’altra sua visione della diplomazia sempre dalla Libia.

FRANCO VENTURINI

Se c’è un tentativo diplomatico di un rappresentante dell’ONU, sostenuto dall’ONU, noi lo appoggiamo, benissimo. Però da un lato oggi non possiamo nascondere di essere tutti un pochino sorpresi dall’aspetto etico di questo mediatore che nel momento in cui lascia il suo incarico diventa direttore di una fantomatica accademia diplomatica degli Emirati che era una delle parti in causa perché gli Emirati, il Qatar, l’Egitto e la Turchia erano le quattro fonti che finanziavano le principali due parti in lotta, per esempio l’Egitto non è più l’Egitto che finanzia Tobruch ma è un cugino di Gheddafi residente in Egitto che gestisce questi denari che arrivano comunque dove devono arrivare. La Turchia ha detto che non manda più soldi. Ci è mancato l’appoggio di coloro (gli Stati Uniti) che potevano rivolgersi a questi paesi con un peso diverso dal nostro e dire: “No, tu adesso me lo devi garantire sul serio”. Il punto centrale è che se questo esercizio diplomatico affidato al nuovo negoziatore tedesco andasse in porto, noi stiamo facendo, se ci riusciremo, un governo di unità nazionale con i moderati di Tripoli e i moderati di Tobruch, ma non è così che si ottiene un accordo efficace. Sul campo non cambierebbe nulla perché il campo è tenuto, armi alla mano, dai non moderati di Tripoli e dai non moderati di Tobruch. C’è un episodio di pochi giorni fa proveniente dal generale Haftar che non è stato risolto in alcun modo dal negoziatore diplomatico che Tripoli naturalmente non accetta come ministro della difesa di Tobruch e capo dell’esercito libico, mentre Tobruch vuole mantenere avendo tutto l’appoggio degli egiziani. Costui ha accusato tre navi italiane di aver violato le acque territoriali libiche. Non era assolutamente vero ma Haftar non è pazzo, ha fatto una provocazione per dire in un momento che poteva essere importante del negoziato: “State attenti perché noi vi spariamo perché voi siete l’ex potenza coloniale”. Allora quando io vedo una certa linea che mi sembra piatta, troppo piatta, sul negoziato León, quando ho motivo di dubitare che il nuovo mediatore possa comunque fare meglio, quando sento parlare di una autorizzazione ONU a una spedizione di peacekeeping, mi domando quale peacekeeping? Il peacekeeping si fa quando esiste il peace allora si manda un numero relativo, contenuto di militari sul terreno non con gli aerei, mi perdoni generale Arpino, ma Lei sa quanto me, e quelli mantengono il peace. Attualmente se facessimo una operazione di peacekeeping autorizzata dall’ONU conteremmo i morti molto più di quanto purtroppo abbiamo dovuto contarli in Afghanistan. Aggiungo che c’è qualcuno che follemente, qualcuno tra miei colleghi (devo dire così riequilibro tra giornalisti e diplomatici) che parla di peace-enforcement non sapendo a cosa si riferisce, ma il peace-enforcement in Libia, secondo quanto ho letto, richiede da 60 a 100mila uomini e in un panorama di questo genere insistere per avere il ruolo guida, perché noi storicamente temiamo che la Francia si metta d’accordo con l’Egitto prendendosi il ruolo guida, mi sembra altrettanto imprudente.

LOMBARDI

Riprendo un refrain problematico tra tutti voi che è quello del “non abbiamo mai coinvolto i cattivi nel processo di negoziazione e questo crea un problema”. Tutti voi lo avete ripetuto ma signor ambasciatore lei dal suo punto di vista ha davanti un bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno in questo momento? Perché si sono espressi così i colleghi che l’hanno preceduto. Glielo chiederei in 5,6 minuti se possibile, poi riprendiamo il giro.

CLAUDIO PACIFICO

… uno, un complotto interno che se volete posso pure spiegare. Due, un complotto esterno, fra l’altro il complotto interno veniva ispirato dal complotto esterno; per il complotto esterno i protagonisti erano i francesi e gli inglesi. Guarda caso la storia, che vedo stare molto a cuore a Omega, ci insegna che ai tempi dell’indipendenza del regno di Libia ci fu una lotta feroce fra Francia, Inghilterra. L’Italia era uscita sconfitta se si dovevano creare due stati o meno, quindi, per non perdermi, un complotto interno e un complotto esterno occidentale in cui poi sono stati coinvolti, un po’ recalcitranti, gli americani; e, terzo, e questo è un punto fondamentale che non dobbiamo dimenticare soprattutto oggi se vogliamo ricostruire, un complotto arabo. Una delle dimensioni, una delle chiavi di lettura fondamentali per capire questo tsunami che si è abbattuto negli ultimi anni sul Mediterraneo e che quindi ci pone gli enormi problemi che stiamo vivendo, è proprio quello di capire che da decenni è in atto una lotta senza quartiere all’interno del mondo arabo. Innanzi tutto è un contrasto dell’islam laico, dell’islam moderato contro l’islam radicale, di Sunny contro Scia, e poi, adesso, fra Daesh e Quaeda, quindi anche di Sunny contro Sunny, ma, soprattutto per quanto concerne la Libia era tra Gheddafi al pari di Saddam Hussein al pari persino di Mubarak che forse tra questi dittatori era l’autocrate più moderato, nemico giurato delle monarchie oscurantiste come l’Arabia Saudita, in secundis il Qatar che ha finanziato persino l’Isis, hanno finanziato il terrorismo, ha finanziato il radicalismo, poi, nel caso del finanziamento all’Isis, pentendosi. Guardian sostiene che gli Emirati Arabi Uniti hanno dato uno stipendiuccio di 50mila euro al mese perché il signor León facesse il presidente di questa fantomatica accademia diplomatica. Allora, a parte questo pettegolezzo politico, come è stato giustamente citato dal Dottor Venturini, ha un significato perché gli Emirati in questo momento sono fra quei paesi che vogliono essere protagonisti nella soluzione della crisi con la Libia. Un’azione decisamente devastante è stata svolta dal Qatar, dal piccolo Qatar, dal piccolo, ricchissimo Qatar che per gioco di ambizioni del suo emiro voleva svolgere questo ruolo e in effetti ha svolto un ruolo in queste cosiddette primavere arabe, e in particolare in Libia. Allora, qual’è la conclusione? Due punti, uno: il collega Perrone giustamente vi dice come stanno le cose, vi dice quello che diplomaticamente si può cercare di fare, ed è bene che si cerchi di fare, però io non mi farei troppe illusioni per le ragioni che sono già state espresse, sulle possibilità che attraverso queste metodologie si riesca a ricomporre questo disastro che anche per responsabilità nostre, europee, occidentali è stato creato. E allora che cos’è che si dovrebbe cercare di fare? Si dovrebbe innanzitutto cercare di capire chi sono quelli che remano contro e quelli che remano a favore, incominciare a guardare con più chiarezza fra questi nostri “alleati arabi” perché dovremmo capire chi è che sta cercando di soffiare sul fuoco e chi può dare un aiuto importante a stabilizzare la situazione, e terzo punto, che forse è quello più importante, è dare un impegno diplomatico per cercare di formare una coalizione di paesi arabi che sono comunque interessati a ristabilire una pace nella regione. Fra questi paesi c’è evidentemente innanzitutto l’Egitto, c’è la Tunisia, e, anche se in questo momento esistono delle divergenze, ci potrebbe essere se opportunamente coinvolta, l’Algeria, per poi proseguire con altri paesi come la Giordania. Questa forse è la vera cornice di fondo che andrebbe costituita con un’alleanza occidentale e poi si potrebbe cercare di passare a prendere in considerazione tutti quei punti più operativi dai safe haven con cui cercare di stabilizzare gli emigrati con un cordone marittimo che faccia da controllo. Però, se queste premesse non sono costruite a monte, io temo che difficilmente si riuscirà entro tempi brevi a vedere una soluzione della crisi libica.

LOMBARDI

Focalizziamoci soprattutto sul presente e sul futuro della Libia. Ci sono stati numerosi inneschi, tra cui l’ultima riflessione dell’ambasciatore Pacifico. Venturini ci ha lasciato è in arrivo Negri, abbiamo verificato quindi avremo il nostro nuovo partecipante fra poco. Continuerei rapidamente.

MACCAGNANI

Ho un un problema culturale con la Libia, ha una popolazione di cui il 65% con meno di 40 anni di età, il 45% ha meno di 30 anni di età e l’80% di loro sono urbanizzati, si sono trasferiti a Tripoli come diceva il professore emerito (…) che è stato mio mentore sulla geologia della Libia. Metà della popolazione che vive a Tripoli ha parenti e famiglie a Bengasi quindi non credo molto nel problema tribale, invece di concentrarmi su quelli che sono i problemi di adesso delle due fazioni Tobruch, Tripoli, le milizie, cento, i trafficanti di migranti, la droga, le armi tirate fuori dai depositi di Gheddafi, penso a quell’80% della popolazione che sta soffrendo tutto questo e che non riesco a trovare nei giornali e nella politica che giustamente si concentra sugli attori che rappresentano, però, una piccola minoranza che tiene la Libia in ostaggio; cosa si possa fare al riguardo non lo so. Ho apprezzato moltissimo l’intervento dell’ambasciatore Pacifico, anche se faccio una piccola differenza: la rivolta in Libia è stata spontanea, da parte di quei giovani della generazione internet per intenderci, ma poi questa rivoluzione spontanea è stata catturata e sfruttata dai complottisti. Dopo gli eventi della Tunisia sono stati i giovani ad andare in strada a protestare. Sono anche convinto che l’intervento internazionale, militare internazionale, se non vogliamo dire a sostegno della rivoluzione, possiamo dire contro Gheddafi abbia evitato un massacro più grande che sicuramente Gheddafi avrebbe perseguito. Quello che è mancato è stato il dopo e continua a mancare nel senso che questo accordo patrocinato dall’ONU con Bernardino León mette insieme delle entità estremamente fragili. House of Representatives, la Camera dei Deputati di Tobruch, è composta da 192 elementi. Per essere approvata una norma di questo tipo, ha bisogno di ¾ del consenso. Quelli che si sono dichiarati, dichiarati disposti a firmare l’accordo di León sono 85, ne servono 152. È impossibile, Tripoli non controlla la milizia principale che è Alba Libica che si è già divisa in tre o quattro fazioni. L’unica possibile soluzione che mi può venire in mente è che questo mondo occidentale decida chi deve, chi può, chi ha più diritto. Diciamo che Tobruch è il governo, il parlamento internazionalmente riconosciuto, chiedono aiuto. Scegliamo qualcuno, non stiamo sempre da una parte e dall’altra, che non risolveremo assolutamente niente. Nell’introduzione ho fatto cenno al nuovo rappresentante ONU che viene dal Congo dove sono di istanza circa 20mila caschi blu. In realtà quanti sono? Sono 19.784 persone in uniforme, di cui 18.232 militari, 462 osservatori. In più ci sono 1.090 poliziotti che controllano i confini del Congo. Una soluzione del genere non credo sia possibile in Libia, né è talmente in difficoltà il mondo arabo, che forse è più l’Europa che dovrebbe occuparsi della Libia che è vicina a noi, 450 km da Lampedusa e decidere chi ha più diritto e cercare di portare aiuto. Non vedo altre soluzioni.

LOMBARDI

Grazie Dottor Maccagnani per la sua lettura esperta e diamo la parola all’ambasciatore Pacifico.

PACIFICO

Desidero rispondere al Dottor Maccagnani che evidentemente anche in Libia sono state chiamate primavere arabe. C’era, soprattutto fra i giovani, una protesta nei confronti del regime, protesta tra l’altro ben meritata perché nei suoi 40 anni Gheddafi ne ha combinate di tutti i colori. Non era però, è questo che si è capito troppo tardi, non era la cosa più evidente, ossia, mentre io da un lato solidarizzo molto, credo come tutti coloro che hanno vissuto lunghi anni in Libia, con la gente semplice, con le brave persone, dall’altro proprio da qui scattano questi pregiudizi culturali per cui adesso vediamo in ogni libico un potenziale terrorista armato di Kalashnikov. Purtroppo questo è tipico di tutte le crisi in cui salta l’ordine e la legalità, in cui praticamente lo stato è fallito e i primi a pagare il prezzo sono proprio quelle classi più indifese: donne, bambini, anziani che sono la maggioranza e che pagano prezzi altissimi in termini di istruzione economica, e istruzione di vita. Per farla breve, su questo punto, è chiaro che anche questo elemento non è stato evidenziato solo in Libia, ma anche nel resto dei cosiddetti “paesi delle primavere”, un elemento determinante, secondo la mia analisi, perché non pretendo di avere la sfera di cristallo.

Per riprendere l’argomento di fondo di come può finire la situazione libica, vi devo dire che sono in genere molto pessimista sul fatto che a breve questa catastrofe epocale possa risolversi perché, come sapete, proprio dalla Libia si è esteso il disastro in tutto il Sahel, e anche lì ci sono tragedie, vere tragedie umanitarie che fra l’altro rimpinguano molto i traffici di questi poveri esseri disperati che scappano, non solo dalla Siria, ma anche dal Mali, dalla Nigeria, da un sacco di posti. Allora, ho paura che non ci sarà una possibilità di risolvere entro breve queste crisi e vedete noi continuiamo ad applicare dei sistemi che poi si potrebbero definire i classici pannicelli caldi con cui si vuole curare magari un malato terminale, perché sono sistemi che non funzionano, e lo abbiamo visto in tutti questi ultimi anni. Non sono sufficienti, né da un punto di vista militare, né diplomatico e non sono impiegati in modo tale che funzionino. Allora, ritorno a sviluppare il concetto sul quale avevo un po’ frettolosamente concluso il mio intervento. E’ da un parte chiaro che bisogna fare qualche cosa, bisogna fare qualche cosa anche perché non è che la situazione rimane così, la situazione si ci sta ritorcendo contro e quindi io vedo delle responsabilità occidentali che non solo sono state facilone nel permettere e nel sostenere certi sviluppi che appunto che hanno distrutto le vite di decine, centinaia di migliaia di povera gente innocente, senza nessuna responsabilità ma adesso noi ci rivediamo, se mi permettete, ugualmente imbelli e ugualmente incapaci di fare qualche cosa mentre quest’onda adesso si ritorce contro di noi, sia nella forma di questa ormai emigrazione quasi biblica di povera gente. Noi abbiamo trasformato, o abbiamo contribuito a trasformare questa parte di mondo in un inferno e, secondo punto, in questa pericolosissima avanzata del terrorismo, che sii sta continuando ad espandere. Allora è chiaro che in una situazione di questo tipo, noi dovremmo essere più attivi ma non attivi seguendo passivamente, non vorrei essere troppo critico di questi tentativi dell’ONU, di León, eccetera. Hanno fatto quello che potevano, quello che abbiamo fatto in altre circostanze. Penso a un’altra realtà che conoscevo molto bene, alla Somalia, dove da 40 anni facciamo accordi di pace, senza portare a niente, ai paesi arabi, a quelli confinanti con la Libia cominciando dall’Egitto di Al-Sisi che si è in parte riuscito a salvare (non dimentichiamo l’episodio recente dell’aereo di Sharm el-Sheikh e altri fatti gravissimi tra cui l’attentato contro il consolato italiano al Cairo), a dimostrazione che l’Egitto si trova in una posizione non semplice. Idem per la Tunisia, che per adesso ci fa sperare che possa essere uno dei paesi che escono positivamente, però c’è una situazione ancora di incertezza. Poi c’è l’Algeria che ha tutta una sua politica, ha dei rapporti non sempre armonici, come spesso accade fra vicini, ma che è ugualmente molto preoccupata e molto esposta per questa avanzata. L’Algeria si è molto impegnata e si è molto spesa per cercare di trovare delle soluzioni diplomatiche nel Sahel, nelle crisi del Mali eccetera. Allora, innanzitutto questo gruppo di paesi ha un interesse diretto, vitale a cercare di intervenire per cercare di arrestare l’avanzare di questa crisi. Quindi, è questo, e concludo, quello su cui noi ci dovremmo concentrare. Noi dovremmo concentrarci a ricostruire un blocco occidentale che naturalmente si faccia carico delle sue responsabilità, ma il cui primo obiettivo è quello di essere sul terreno. A un certo punto se si rende necessario contenere le bande bisogna poi cercare di mandare anche dei soldati sul terreno e vedere di creare un’alleanza con questi paesi. Ora, non è facile creare un’alleanza con questi paesi, però vedete in certi casi, guardate ad esempio l’Egitto, questa alleanza non è sufficientemente ricercata perché si dice che in effetti l’attuale sicurezza in Egitto è assicurata da un generale che ha fatto un colpo di stato militare. Certe volte, come era stato detto a proposito della Siria, bisogna saper scegliere fra i vari mali; è inutile seguire un discorso astratto, bisogna cercare di essere concreti e scegliere quale è il male minore, il male minore oggi per la Libia e per il Mediterraneo sarebbe cercare di promuovere, incoraggiare, sostenere questa alleanza di questi paesi che hanno senz’altro degli interessi in gioco e poi cercare di ricostruire una situazione di normalità. Grazie.

GIUSEPPE PERRONE

Cerco di cogliere qualche spunto che è circolato prima anche in maniera un po’ disordinata. è stato detto che forse sarebbe il caso che la comunità internazionale e la politica estera italiana scegliesse qualcuno. Fosse così semplice lo avremmo fatto, evidentemente non lo è. La nostra convinzione è che questa crisi non si può risolvere militarmente, non si può risolvere sostenendo una parte a spese dell’altra altrimenti questa scelta sarebbe già stata fatta. C’è stato chi ha provato a schierarsi da una parte piuttosto che dall’altra. La nostra convinzione invece è che come Italia, ma su questo credo che ci sia ormai un consenso internazionale abbastanza consolidato. Comunque, in ambito occidentale, europeo, dovremmo incoraggiare il dialogo. Al di fuori di una soluzione politica, questa crisi non finirà perché la Libia da un punto di vista prettamente militare è divisa in due parti. Una, quella che è a Tobruch, che ha ancora un riconoscimento di legittimità da parte della comunità internazionale, e che controlla una parte limitata del territorio; e l’altra, che è a Tripoli, che controlla un’altra porzione di territorio. Solamente incoraggiando il dialogo, e solamente trovando un compromesso possibile, sostanzialmente un accordo di power sharing, perché di questo si tratta, si può trovare una soluzione, non è un’impresa impossibile e in questo senso sono stati fatti numerosi progressi nell’ultimo anno. Mi dispiace che non ci sia più Venturini. Lui ha detto di essere in linea con quello che ritiene un appiattimento sul Leon, però poi ha criticato le opzioni di peace-enforcement o peacekeeping. A me non pare che ci siano molte terze opzioni, o si sostiene il dialogo con convinzione e, se pure questo viene visto come un appiattimento, il dialogo, il sostegno non può avere dei distinguo, deve essere una cosa fatta con convinzione, altrimenti non ha senso, non è efficace. Oppure ci si rivolge a delle opzioni militari che possono essere di sostegno a una parte, ma non mi pare che questo sia efficace o che porti a una risoluzione. Penso, anzi, che sia estremamente pericoloso. Oppure, ancora, missioni di peace-enforcement, ma penso che nessuno voglia mandare dei soldati in una situazione di estremo pericolo. Questo non sarebbe neanche politicamente saggio, perché non si può imporre ai Libici soluzioni dall’esterno. Le soluzioni devono maturare all’interno, quindi diciamo tertium non datur. Queste sono le opzioni e perciò noi siamo sempre stati convinti del sostengo al dialogo. Certo, la soluzione, come dicevo, deve essere libica, quindi è chiaro che devono essere i Libici a volerlo, noi non possiamo imporre una soluzione altrimenti lo avremmo già fatto, quindi è un percorso che richiede pazienza. La diplomazia richiede una tessitura costante. La Libia proviene da una situazione non solo di conflitto, ma prima ancora del conflitto, da uno stato che non aveva delle strutture istituzionali né sociali quindi non è facile ricostruire uno stato democratico dal nulla. Per questo, è un’opera che richiede tempo, pazienza, unità di intenti della comunità internazionale. I paesi arabi e quelli della regione, non solo arabi, che prima sono partiti con delle posizioni sulla crisi libica molto più differenziate, oggi si trovano abbastanza uniformemente propensi a sostenere l’accordo politico, il che mi sembra un dato importante ed è quello che ha permesso dei progressi nel negoziato politico. Ora, quello che bisognerebbe fare andando avanti è cercare di spiegare ai libici che questo assetto è un assetto transitorio non è permanente. La miopia o il malinteso che purtroppo non ha permesso di giungere alla chiusura dell’accordo è che questo dato della transitorietà non è compreso fino in fondo per cui c’è la tendenza a pensare che sia permanente, per cui chi subentra, chi riesce ad occupare le posizioni di potere è come se le occupasse per sempre. Poiché non è così, e su questo bisogna continuare a fare opera di convinzione, perché trovare una soluzione è possibile.

LOMBARDI

Grazie ministro Perrone sia per i tempi che per quanto ci ha detto. È arrivato Alberto Negri, è un giornalista che conoscete bene, è esperto del campo e come giornalista gli permettiamo di entrare a piedi uniti in un dibattito che non ha ascoltato, in una tavola rotonda cui non ha partecipato. Pericoloso per Alberto, magari ma è un pubblico pacifico malgrado il tema, è un parterre pacifico ma interessante per il dibattito che viene dopo. Allora io chiederei ad Alberto 5 minuti di un suo flash sul futuro libico, poi lasciamo chiudere altri 5 minuti OMeGA e ritorniamo da dove si è cominciato, al generale, così ci restano un quarto d’ora circa per le domande dal pubblico.

ALBERTO NEGRI

Oggi abbiamo un paese, che un tempo aveva una popolazione di poco più di 6 milioni e mezzo di abitanti, di gente armata. E cosa fa con queste armi? Sono miliziani, e che cosa fanno i miliziani? Militano tutti il giorno? No, i miliziani fanno un’altra, cosa fanno commercio, contrabbando, contrabbando di uomini, contrabbando di merci. Queste milizie si sono fortemente radicate con aspetti, diciamocelo pure, illegali criminali, quindi sarà difficile toglierli da lì, soprattutto sarà difficile, come dire, destrutturare questa situazione che ormai si sta sempre di più solidificando. E queste Libie si moltiplicano: la Libia occidentale con Tripoli, la Libia orientale con Tobruch, quella centrale della Sirte dove adesso ci sono quelli dell’Isis con l’afflusso anche di jihadisti stranieri dall’estero, il Fezzan con tutte le sue problematiche tribali complicate, insomma quattro, cinque parti di un paese che non c’è più come la Siria, come l’Iraq, come tutti questi paesi. E nell’ipotesi, e qui concludo, che si pensi anche a delle missioni militari. Che vadano oltre il mero contenimento del traffico dei migranti. Già questo sarebbe un impegno notevole, lo si vede tutti i giorni da parte della marina militare italiana ma anche delle altre marine che fanno questa missione, nel caso qualcuno gli venisse per la testa di dire sbarchiamo in Libia e cerchiamo di mettere a posto questa situazione, ci vorrebbero decine e decine di migliaia di uomini pronti a dover anche combattere e a dover affrontare situazioni di battaglia, punto e chiuso. Cioè, perché strappare il fucile dalle mani a questi signori è ormai diventato quasi impossibile, comunque difficile. Ci vorrà chissà quanto tempo. Per questo si parla di soluzioni politiche e negoziali perché gli unici che possono mettere a posto la Libia sono i libici stessi, quando vorranno, se vorranno e se mai succederà.

LOMBARDI

Grazie Alberto rapido e efficace nel sottolineare un punto che non è solo libico ma è di una molteplicità di Libie che non appartengono solo all’ex territorio libico, ma si tratta di tanti territori di conflitto come hai ben evidenziato. E per chiudere formalmente la tavola rotonda e aprire un minimo di question time OMeGA torniamo all’inizio quindi generale a lei gli ultimi 5 minuti al massimo di chiusura.

ARPINO

Grazie. Per me ci sono dei misteri, i misteri non riguardano tanto il mondo arabo perché il mondo arabo è quello che è. Non sappiamo bene cos’è, abbiamo cercato di studiarlo, presumiamo di conoscerlo, ma non lo conosciamo, prendiamo atto di com’è e basta. In occidente vivo da 80 anni e ancora non ho capito cosa vogliamo fare. Cosa vuole l’Occidente? Vuole portare stabilità o democrazia? Perché le due cose non coincidono, soprattutto nel mondo arabo, sono in antitesi, cosa vogliamo allora? Per adesso abbiamo abbattuto dittatori dappertutto e abbiamo avuto un sacco di guai, quindi vorrei una riposta a questo, cosa vuole l’Occidente? C’è qualcuno che sa darmela, perché non la trovo. Mi domando, come ha fatto Sarkosy a convincere tutti in pochi mesi che bisognava intervenire, che l’ONU doveva fare una risoluzione?

LOMBARDI

Grazie, generale. Chiude con una provocazione. Bene, abbiamo ancora un quarto d’ora vorrei che venisse sfruttato al massimo, dando a tutti la possibilità di intervenire quindi vi prego punti, non statement, punti precisi, domande precise rivolte a qualcuno e lo specificate, rapidità e concisione, due minuti massimo per ogni domanda per dare a tutti la possibilità di rispondere.

NEGRI

Il problema libico, riallacciandosi anche alla questione tunisina e magari anche a quella algerina, è che noi ci troviamo di fronte a tre grandi cesure che sono stati anche tre errori, forse quattro o cinque. La prima è stata la guerra dell’Afghanistan con l’invasione sovietica del ‘79 cui ha fatto seguito una guerra contro Mosca e contro il regime filosovietico alimentata da migliaia e migliaia di mujaheddin in parte finanziati dai soldi sauditi sostenuti dagli americani, e via discorrendo. Questo è stato il primo nucleo del jihadismo degli ultimi 35 anni. Poi cosa si è fatto? Si è fatta la guerra dell’Iraq contro l’Iran sul presupposto che l’Iran sarebbe crollato in poco tempo e che Saddam avrebbe fatto un boccone della repubblica islamica e sapete tutti come è andata. Poi c’è stata l’invasione dell’Iraq del 2003, anche lì un altro errore di calcolo, pensando di poter facilmente buttare giù il regime di Saddam Hussein, ma gli americani non hanno mai occupato l’Iraq, ci sono transitati e sapete bene come è andata a finire e il quarto, per limitarci a quattro, è stata la Siria quando nel 2011 si è pensato che con l’afflusso di migliaia di jihadisti, decine di migliaia di jihadisti dalla Turchia soprattutto potessero abbattere in pochi mesi il regime di Hassad e anche questo è stato un calcolo sbagliato. E poi c’è stato l’ultimo che è la Libia. Bombardamento, tentativo di esportare non si sa che cosa, perché il generale Arpino ha ragione, cioè non bastavano i precedenti che avevamo avuto per capire che eliminare un regime crea un vuoto che poi è difficilmente riempibile. È difficilmente gestibile soprattutto se poi ce ne andiamo lasciandoli al loro destino, e quindi c’è stato il quinto errore. In questo quinto errore ci sono state tre generazioni di jihadisti che si sono passate il testimone, quella afghana l’ha passato a quella irachena e quella irachena l’ha passato a quella siriana. E oggi questo jihadismo è davanti alle nostre coste in Libia dove nella Sirte stanno aumentando clamorosamente l’afflusso dei militanti stranieri. Ora questo jihadismo è, che ci piaccia o no, una forma, per quanto primitiva, per quanto come dire rozza, dell’islam che si presenta oggi. Gli imam sono quattro scalzacani che spesso fanno soltanto della propaganda, non conoscono le scritture, non conoscono l’interpretazione, le āyāt eccetera, eccetera. Però questo abbiamo davanti cari signori. è anche questa una forma di islam su cui noi dobbiamo riflettere, io sono d’accordo col signore perché molto spesso ci dimentichiamo della mentalità altrui, ma su cui deve riflettere anche il mondo musulmano. Perché io faccio un piccolo esempio, in Siria tutto sommato abbiamo delle fazioni che conosciamo. L’ambasciatore, il nostro ex ambasciatore Buccino, li conosce tutti perfettamente nome e cognome, benissimo, in Libia, ma in Siria chi mettono dall’altra parte del tavolo a negoziare con il regime di Hassad? Jabhat al-Nuṣra? Il califfato? L’esercito di liberazione siriano che non è un’opposizione moderata come viene detto ma è un’altra costellazione jihadista? Eh beh, qui c’è un problema, cioè il problema della grande frammentazione non dell’islam di per sé, che la conoscevamo, non solo della contrapposizione tra l’islam sunnita e sciita, ma della disgregazione del mondo sunnita che probabilmente non si arresterà certamente alla Siria, all’Iraq o alla Libia o ad altre stazioni, ma colpirà con ogni probabilità anche la mecca e l’Arabia saudita.

LOMBARDI

Grazie per questo ulteriore commento, raccogliamo al volo, supponendo di finire in ritardo, le ultime due massimo tre domande per un ultimo giro.

MACCAGNANI

Penso di poter dire che ogni governo, ciascun governo che si è susseguito in Libia ha cercato e chiesto l’aiuto del mondo internazionale, di tutti, Al-Thani è andato dagli arabi, è andato alla Russia, è andato dagli europei, dagli americani e sta subendo come tutti gli altri un embargo totale sulle armi che riescono ad affluire solamente alle N fazioni di milizie o bande criminali. Anche la Libya Dawn, l’Alba Libica che era la principale sostenitrice del governo “di Tripoli” si è divisa in diverse fazioni che si combattono fra di loro, come diceva il Dottor Negri sono tutti armati. Benissimo, tranne quelli che in realtà dovrebbero esserlo. Poi capisco è difficile scegliere, credo quello che posso dire è che per la Libia normale, il popolo che anche se di religione musulmana, non è ideologicamente coinvolto, non è jihadista la maggioranza, ci sono anche i musulmani che sono musulmani e basta senza vedere l’aspetto ideologico della religione; hanno un grosso risentimento non in particolare contro l’Italia ma contro il mondo occidentale che, intervenuto nel 2011, poi è stato aguardare.

PERRONE

Si beh, su questo punto non ho nulla da aggiungere l’ha già espresso chiaramente l’ambasciatore Pacifico, riprenderei però altri due punti che mi sembrano fondamentali, uno è quello che diceva prima Alberto Negri sulla presenza di armi in Libia che è probabilmente la sfida più grossa che bisognerà superare nel dopo governo unitario perché la presenza di queste milizie pesantemente armate su tutto il territorio è effettivamente la minaccia più grave che può esserci per la stabilità, per la tenuta delle nuove istituzioni libiche. Questo cosa significa? Significa che bisognerà trovare una soluzione anche al problema delle milizie, una soluzione che non può essere semplice perché molte di queste milizie rispondono a delle terminali, a dei terminali estremisti che non possono far parte della nuova Libia. è vero che dobbiamo parlare con tutti ma chi deve guidare la nuova Libia è la maggioranza dei libici, che è una maggioranza moderata che vuole quello che vogliono tutte le persone di buona volontà. Vuole partecipare alla vita politica, non vuole la violenza, vuole uno sviluppo economico normale quindi direi che il problema sarà di come fare in modo che queste milizie possano essere recuperate al gioco politico, come possono essere reintegrate in un maniera che sia diciamo funzionale da un punto di vista anche politico e istituzionale senza stravolgere le regole del gioco. Questo sarà decisivo perché le milizie sono i principali spoiler, potenziali che possono determinare la caduta di un esperimento democratico e quindi vanno rimotivate, vanno riconfigurate, vanno reintegrate in un modo che sia istituzionalmente accettabile. Questa sarà una sfida che non può aspettare perché deve procedere di pari passo altrimenti ci sarà una discrasia e avremo un governo nazionale che però non è in grado di essere sostenuto da forze di sicurezza leali, efficaci e autenticamente democratiche.

NEGRI

Riflettendo sul rapporto tra l’Italia e la Libia che poi è quello che ci riguarda molto da vicino ricordiamoci che l’Italia è stato l’unico paese a firmare con la Libia un accordo strategico d’amicizia e cooperazione, l’unico. Nonostante tutto quello che è successo, qui a Roma due anni fa sono venute tutte le fazioni, tutte le fazioni. L’Italia è il paese che la Libia l’ha storicamente unita. Gli altri l’hanno fatta a pezzi e questo i libici lo sanno.

LOMBARDI

Grazie, grazie anche per questa chiusura, grazie a voi per aver partecipato, è stato un onore essere qui con questo parterre, con questo gruppo in questa tavola rotonda. Penso che ci rivedremo perché OMeGA ha lanciato una serie di tavole rotonde e quindi su temi di grande attualità. Grazie, buona serata a tutti.

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