Debutta la rubrica «Antologia mediterranea» di <omeganews.info>

1 maggio 2017
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della Redazione

 

0105201701Con il numero odierno la Redazione di <omeganews.info> da l’avvio ad una rubrica che si spera possa durare il più a lungo possibile, intitolata “Antologia mediterranea”, consistente nella pubblicazione periodica e serrata di brani letterari o giornalistici aventi per oggetto il Mediterraneo, in qualsivoglia visuale.

Siamo, peraltro, aperti a collaborazioni esterne. Anche non pianificate, gratuite, appassionate e finalizzate ai nostri stessi obiettivi. In forma sia palese, sia anonima.

Cominciamo con uno dei maggiori cantori del nostro mare, Fernand Braudel, il grande storico francese, la cui opera indimenticabile è degna di un vero vate!

Il brano riportato è tratto dal libro “Il Mediterraneo”, pubblicato per la prima volta da Flammarion nel 1985 con il titolo originale “La Mediterranée”.

Il brano che vi proponiamo risale alla VI edizione “Saggi tascabili” di Bompiani dell’agosto 1996, è tratto dal capitolo “Un solo Dio” scritto da Roger Arnaldez, paragrafo intitolato “L’Islam”, alle pagine 162/168.

 

L’Islam

Un giorno, dai deserti dell’Arabia, si precipitarono sul vecchio mondo quelli che furono chiamati i “Cavalieri di Allah”. Alcune città tentarono di resistere alla loro avanzata, ma invano; molte si arresero, come Gaza, che, a detta dello storico Balâdhurî, fu consegnata al nemico dal suo vescovo. Non si trattava di invasori comuni, avidi soltanto di conquiste e di bottino (anche se gli uomini non sono mai immuni da tali forme di avidità): portavano con sé una fede, quella che era stata predicata dal profeta Maometto e che si presentava come un richiamo alla fede di Abramo, il padre dei credenti, l’amico di Dio. Era, a loro dire, una fede da restaurare, in quanto gli ebrei e i cristiani l’avevano alterata, dissimulando o modificando le verità contenute nell’autentica Torah e nell’autentico Vangelo, rivelate ai profeti Mosè e Gesù.

Il Corano, parola di Dio eterna e increata, afferma il monoteismo assoluto nel modo più brusco e perentorio. “Predica, nel nome del tuo Signore e creatore” (96, 1). Tale ordine diretto al Profeta è, secondo una tradizione, il primo versetto rivelato. La rivelazione è concepita come la discesa, tanzîl, della Parola di Dio su un profeta. Essa non ha, per così dire, che una dimensione verticale, a sottolineare l’assoluta trascendenza di Colui che rivela. Non si inscrive nella continuità di una storia, ma viene a cadervi a un certo punto; quanto la precede nel tempo, si tratti della vita del profeta o della vita del popolo, non conta assolutamente niente. Il Dio unico decreta, giudica, governa dall’alto. Crea tutto ciò che esiste e non è Lui, e “nulla è simile a Lui” (42, 11). Crea ciò che vuole e quando vuole; quando decide di creare, non ha che da dire: “Sia!” (kun) e la cosa è (2, 117; 3, 47; 16, 40; 19, 35; 36, 82; 40, 68). è onnisciente, onnipotente, saggio; parla. Così come fa ciò che vuole, comanda ciò che vuole. L’uomo non deve interrogarlo né sulle Sue azioni né sui Suoi comandi, in quanto è Lui, al contrario, a interrogare l’uomo (21, 23). Ai Suoi servitori è richiesta la più stretta ubbidienza e la sottomissione alla Sua volontà. La parola islâm indica appunto tale sottomissione. L’islam, di conseguenza, come legge fondamentale, non soltanto richiede che non si associ a Dio, nel culto o nella fede, alcuna cosa e persona, ma che non si ubbidisca ad altro o ad altri che Lui: l’uomo che si lascia guidare dalle proprie passioni, desideri o interessi, e allo stesso modo chi segue la propria ragione e il proprio giudizio personale, si rende colpevole di shirk (associazione). Ogni verità promana da Dio, e ciò che non viene da Lui è illusione. La scienza conferita a questa creatura che Egli ha dotato di ragione e di cuore (qalb) è il solo e unico valore per l’uomo. L’opinione che si forma il pensiero umano lasciato a se stesso è condannabile. Dio è il creatore, al-Khâliq, ed è anche Colui che fa sussistere ciò che ha creato, al-hâziq. Egli illumina e aiuta, si impietosisce e perdona coloro che si pentono delle loro colpe, ricompensa con il paradiso i fedeli osservanti, punisce con l’inferno gli infedeli e i ribelli. Si può dire che il dogma fondamentale dell’islam sia il tawhîd: l’affermazione dell’unicità divina.

Il Corano denuncia le divisioni che contrappongono ebrei e cristiani, ebrei e altri ebrei e cristiani e altri cristiani, e soprattutto il rifiuto da parte di costoro di riconoscere la verità della rivelazione maomettana, poiché Maometto, il “sigillo dei profeti”, è stato annunciato nei loro Libri sacri. “Gli ebrei dicono: i cristiani non capiscono niente; e i cristiani dicono: gli ebrei non capiscono niente; eppure leggono il libro. Parlano così coloro che non sanno, facendo affermazioni simili a quelle. Dio giudicherà tra loro, al momento della Risurrezione, circa le cose su cui divergono” (2, 113). Dio aveva accettato l’alleanza con i cristiani, ma Egli dice “essi hanno dimenticato una parte di ciò per cui hanno ricevuto la Chiamata (il Vangelo); per questo Noi abbiamo suscitato tra loro l’inimicizia e l’Odio sino al Giorno della Risurrezione” (5, 14). Le controversie che mettono i cristiani gli uni contro gli altri sono quindi dei castighi inviati da Dio per punirli della loro infedeltà alla rivelazione che hanno ricevuto attraverso Cristo.

Di fronte a tale situazione, l’islam si presenta come la restaurazione di una verità unica che deve determinare l’unità di tutti i credenti. “Di': – O genti del Libro [ebrei e cristiani], accedete a un proposito che sia uguale tra voi e noi: che entrambi adoriamo soltanto Dio e non Gli associamo nulla; che non ci prendiamo reciprocamente per signori, al di fuori di Dio! – Se voltano le spalle, dite: – Siate testimoni che siamo noi ad essere sottomessi (muslimûn). O genti del Libro! Perché litigate a proposito di Abramo, quando la Torah e il Vangelo furono rivelati solo dopo di lui? Non avete buon senso? Abramo non era né ebreo né cristiano; era un giusto (hanîf) , sottomesso a Dio (muslim), e non apparteneva agli associatori. Sì, in verità gli uomini più degni di Abramo sono coloro che lo seguono, lui e questo profeta [Maometto], coloro che credono. Dio è l’amico e il protettore dei credenti” (3, 64-65, 67-68).

Certo, nella semplicità del suo dogma l’islam può presentarsi come la fede che dovrebbe essere comune ai tre monoteismi. Agli ebrei e ai cristiani chiede di escludere dalle loro credenze tutto quanto vi hanno aggiunto e che ai suoi occhi non appartiene a Dio. Un solo Dio, una sola fede, una sola comunità: ecco quali sono, per i musulmani, le basi di un autentico ecumenismo. E la fede, secondo un celebre hadîth, consiste nel credere in Dio, negli angeli, nei Libri, negli Inviati, nell’Ultimo Giorno, in ciò che è predeterminato nel bene e nel male. Apparentemente, in effetti, tutti i monoteisti dovrebbero trovarsi d’accordo su un tale credo.

In realtà, invece, i tre monoteismi, in quanto religioni positive rivelate, non possono pervenire a un’intesa. Libri e Inviati non sono gli stessi, e non vengono recepiti allo stesso modo. Il solo denominatore comune sarebbe il dio unico del filosofi. Esso però non è oggetto di un culto, né è fondamento di una comunità religiosa. Tutt’al più induce a un semplice teismo, o addirittura a un deismo ancora più vago. È accaduto che i philosophes del Settecento pensassero che il Corano predicasse un Dio del genere. Ma non è affatto così. Quel che invece appare credibile è che l’Islam abbia potuto diffondersi con relativa facilità nei territori dell’impero bizantino perché il giogo di Bisanzio era odiato, e scarsamente tollerate ne erano l’assillante ortodossia, le lotte dei vescovi per le sedi episcopali e le controversie teologiche dette appunto “bizantine”. La predicazione musulmana, per la sua stessa semplicità e per gli ideali di uguaglianza, giustizia e liberalità cui si richiamava in nome di Dio, fece molta impressione ed esercitò una forte attrattiva; caratteristiche, del resto, che conserva ancora oggi.

 

I cristiani, però, cui Dio ha rivelato il proprio mistero, non potevano accontentarsi di quel Dio che si presentava come pura volontà, nell’ambito di una schiacciante trascendenza. L’Islam, da parte sua, negava con orrore la Trinità e l’Incarnazione. Quanto agli ebrei, di primo acchito si direbbe che avrebbero potuto, da un punto di vista astratto, essere sensibili all’insegnamento coranico. Le analogie tra il giudaismo e l’Islam sono profonde, e il Dio della Bibbia ha molti tratti in comune con quello del Corano. L’Islam, però, ammette la profezia di Gesù e la sua concezione verginale: due elementi che gli ebrei non potevano accettare. Soprattutto, i Figli d’Israele trovavano la loro storia praticamente tagliata fuori dal Corano. Certo, vi si parla di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, delle dodici tribù, di Mosè ecc. Ma le attività di quei patriarchi e di Mosè stesso sono ridotte a quelle comuni nell’ islam, a tutti gli Inviati. Predicano l’unicità di Dio e incitano all’ubbidienza. Variano, naturalmente, le circostanze storiche, ma costituiscono una specie di scenario appena abbozzato. Il popolo cui il Profeta è inviato ascolta, risponde, obietta, accetta, ubbidisce o si ribella. L’ alleanza che Dio conclude con lui vale soltanto per il tempo della missione profetica che gli è diretta. Israele non è che uno tra i tanti popoli cui sono stati inviati profeti. L’Islam lo espropria così della sua peculiare individualità e della sua storia, che ignora deliberatamente in quanto ai suoi occhi la rivelazione è una discesa verticale e non una pedagogia orizzontale che si collochi nel tempo degli uomini.

L’Islam, del resto, ha dovuto affrontare gli stessi problemi del giudaismo e del cristianesimo. Nell’annunciare il Dio unico nei paesi pagani, e prima di tutto in Arabia, si è trovato a sua volta nella necessità di islamizzare antiche consuetudini. Fu così che la Kaaba della Mecca e la Pietra Nera divennero il centro religioso, e i riti del Pellegrinaggio (che esisteva già ai tempi della Jâhiliyya, “i tempi dell’ignoranza”) furono integrati alle nuove pratiche. Più tardi, lo sviluppo del culto dei santi e delle confraternite dei marabutti, in particolare nell’ Africa del Nord, fece risorgere antiche pratiche e antiche credenze berbere. L’Islam, esattamente come il cristianesimo, conobbe le divisioni in sette e le guerre tra credenti. E la discordia regnò tra i musulmani esattamente come tra gli ebrei, i cristiani e i sostenitori dei tre monoteismi.

Vi fu un settore, tuttavia, in cui si manifestarono alcune convergenze. L’idea di un Dio unico solleva problemi che sono comuni a tutti: quello degli attributi, quello della creazione, quello del governo divino, quello della predestinazione e del libero arbitrio, quello dei fini ultimi. In tutte e tre le religioni vi furono senza dubbio dei letteralisti e dei fondamentalisti. La filosofia greca finì però per imporre dappertutto taluni quadri concettuali, e la logica aristotelica taluni metodi di ragionamento. A Baghdad, nella Casa della Saggezza, Bayt al-Hikma, fondata dal califfo Ma’mûn, si concentrò l’eredità filosofica e scientifica di Alessandria. Eruditi ebrei, cristiani e musulmani si incontravano per tradurre le opere greche. Relativamente al periodo tra il IV e il X secolo, Abû Ayyan al- Tawhîdî ci ha lasciato un’importante testimonianza a proposito di tali sedute notturne, durante le quali, senza distinzione confessionale, le menti più elette della capitale del califfo discutevano, su un piano di uguaglianza, dei massimi problemi. In Spagna, a partire dalla stessa epoca e soprattutto nei secoli VI-XII, ebbero luogo scambi analoghi, anch’essi dovuti a una libera, e per questo estremamente feconda, circolazione delle idee. Basti ricordare i grandi nomi di Averroé e di Maimónide, la scuola dei traduttori di Toledo e l’influsso esercitato da tale intensa attività sul pensiero medievale latino.

Su un altro piano, infine, quello della spiritualità e della teologia mistica, la meditazione sul Dio unico indusse menti forti e profonde, a dispetto delle differenze dogmatiche, a descrivere esperienze e a definire valori di vita che avevano tra loro più di un punto in comune.

Sarebbe bene sollecitare la ripresa di tali contatti tra i pensatori dei tre monoteismi mediterranei, in condizioni che oggi potrebbero essere ancor più favorevoli che in passato. La nostra cultura e la nostra civiltà ne ricaverebbero certamente, come già avvenne a suo tempo, grandi vantaggi. Pur- troppo, però, si direbbe che le tre religioni che adorano un solo Dio siano destinate a rimanere separate. E tuttavia è scritto: “Tutte le estremità della terra si ricorderanno del Signore e si convertiranno a Lui; e tutte le famiglie delle nazioni adoreranno nel Suo cospetto” (Salmo 22, 27). “Uomini! Temete il vostro Signore che vi ha creati a partire da una persona unica” (Corano 4, 1). E lo stesso desiderio di unità tra gli uomini non più soltanto intorno a Dio, ma in Lui, è espresso nel Vangelo di Giovanni (17, 11) dall’ultima preghiera di Cristo: “E io non sono più nel mondo, ma essi sono nel mondo, e io vengo a te. Padre santo, conservali nel tuo nome, essi che tu mi hai dati, affinché siano uno, come noi”.

Atene e Gerusalemme, diffondendosi lungo tutto il perimetro del Mediterraneo, hanno fondato, con il concorso delle loro culture filosofiche e religiose, la civiltà del mondo occidentale. Il pensiero greco, quello ebraico, quello cristiano e quello musulmano sono occidentali sin dalle origini. Oggi, però, le religioni monoteistiche si sono diffuse in tutto il mondo. Hanno dovuto perciò diversificarsi e adattarsi a diverse mentalità, continuando però a contrapporsi con i propri dogmi rispettivi e specifici. Ora, lo sviluppo del pensiero occidentale nelle scienze fisiche e umane, nelle tecniche e nella filosofia dei valori, pensiero che esse hanno ispirato e nutrito per secoli sembra oggi ritorcersi contro di loro e farle vacillare. Di fronte alle minacce che su di esse fa pesare la modernità, riusciranno a trovare la via, se non dell’unità, almeno di una riscoperta degli ideali comuni che le animano e dei valori che, da tutte condivisi, costituiscono la loro forza e la loro originalità? Accetteranno di difenderli e di diffonderli insieme, dopo un così lungo sforzo parallelo di riflessione e di meditazione, che rimane ineguagliato e la cui patria di origine fu il bacino del Mediterraneo?

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