Libia, qualcosa è andato terribilmente storto

Un Paese ostaggio di una sparuta ma agguerrita minoranza armata e di una staffetta di dirigenti inermi, in un panorama di abbandono internazionale – Un Paese di opportunità perdute

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Karim Mezran e Katherina Pruegel in un loro recente articolo (Limes, Sett. 2014) offrono una ricetta per risollevare il paese: a) il cessate-il-fuoco con ritiro delle milizie da Tripoli e Bengasi; b) lo schieramento di una forza internazionale di interposizione; c) un governo di unità nazionale.

 

La situazione attuale è fuori controllo: sul campo si combattono da una parte milizie islamiste centrate sulla città di Misurata (città che più di altre ha subito la reazione del regime di Gheddafi nel 2011), e dall’altra quelle di area “anti-islamista” o laica, liberamente alleate alla milizia di Zintan. Lo scenario è reso ancora più complicato dalle armi sottratte ai depositi saccheggiati del vecchio regime, dai finanziamenti provenienti da attività illecite e dal sostegno – si sospetta – di organizzazioni esterne. Il tutto in un vacuum di controllo del governo centrale, inerme per mancanza di esercito e polizia, assolutamente incapace di garantire un minimo di sicurezza nel Paese, tanto meno la nascita di istituzioni democratiche. La strategia delle milizie – di entrambe le parti – di boicottare la produzione di petrolio e gas (la produzione in barili di petrolio equivalente, greggio + gas, a fronte di una potenzialità di 3 milioni di BOE/giorno è scesa a meno di 400,000 BOE/giorno) sta privando il governo centrale delle necessarie risorse finanziarie per condurre eventuali azioni di contenimento.

 

La Libia ha una popolazione di circa 6,5 milioni; un’indagine demografica, promossa dal Ministero degli Esteri della Danimarca, condotta nella seconda metà del 2013 su un vasto campione comprendente tutte le regioni del Paese, ha indicato che l’80 percento degli intervistati crede che la miglior forma di governo sia la democrazia, l’85% degli abitanti della Cirenaica intervistati è contraria alla separazione dalla Libia (il 66% fortemente contraria), l’84% dei cittadini nelle regioni Sud (Fezzan) è ugualmente contraria (il 63% fortemente contraria). Da notare che anche nel 1947, quindi nell’immediato dopoguerra, un’indagine demoscopica condotta dall’ONU aveva dato risultati simili, e ciò prima del gap generazionale post era- internet.

Le parti in causa? La somma degli effettivi delle milizie e dei “politici” che li sostiene non supera al più che qualche migliaia di elementi, nulla contando il volere della maggioranza “inerme” della popolazione.

 

La domanda è: ce la può fare la Libia – da sola – a venir fuori da questo impasse?

 

Vale, penso, la pena ricordare gli eventi che si susseguirono negli anni seguenti la fine della seconda guerra mondiale cercando possibili analogie e analizzando cosa è andato storto.

1.      Allora

Conferenza di Postdam (Germania, 17 Luglio – 2 Agosto 1945): venne deciso dagli Alleati che la Libia non sarebe stata restituita all’Italia (di cui era colonia dal 1911); USA, UK e Unione Sovietica non si trovarono comunque d’accordo, i primi favorendo un periodo di transizione gestito dal Trustee-ship delle Nazioni Unite, UK favorevole ad una immediata indipendenza, URSS incline a dividere la Libia in tre amministrazioni mandatarie rispettivamente sotto controllo di Russia, UK e Francia.

Trattato di pace del 1947: la Libia avrebbe mantenuto uno stato di indipendenza pro-tempore nell’attesa che una commissione di indagine multinazionale formulasse una proposta. Dopo le opportune indagini demoscopiche, la commissione trovò che il popolo Libico desiderava unità di territorio e indipendenza, ma che fosse ancora immaturo per governarsi autonomamente ed il problema fu deferito all’assemblea generale ONU.

Risoluzione ONU Novembre 1949: fu definito un periodo di transizione da concludersi al più tardi nel Gennaio 1952; l’amministrazione del Paese fu affidata ad un Consiglio di 10 membri – tre ciascuno per ognuna delle regioni principali – Tripolitania, Cirenaica e Fezzan – più un rappresentante delle minoranze etniche. Fu poi nominato l’olandese A. Pelt come commissario per l’applicazione del piano di Indipendenza.

Durante il periodo di transizione, l’amministrazione corrente di Tripolitania e Cirenaica fu curata dalla Gran Bretagna, quella per il Fezzan dalla Francia.

Assemblea Costituente Libica, Novembre 1950: formata da 21 membri, sette per ciascuna regione; a conclusione del loro lavoro scelsero per la Libia un governo federale, comprendente le tre regioni, sotto un unico monarca rappresentante tutto il popolo Libico. L’approvazione formale della Costituzione avvenne nell’Ottobre 1951.

Indipendenza, 24 Dicembre 1951: inizia il regno di Re Idris 1, poi a cavallo degli anni sessanta è arrivato il grande corruttore – il petrolio – e infine la rivoluzione di Gheddafi il 1° Settembre 1969.

2.      Adesso

La Primavera Libica: Febbraio 2011, scoppia la rivolta contro il regime di Muammar Gheddafi;

Marzo 2011 inizia l’intervento militare internazionale (risoluzione ONU 1973, dello stesso mese) e, dopo un primo intervento aereo della Francia segue la NATO e, a fine Marzo, il Qatar. L’azione militare della cosidetta Operazione Unified Protector (OUP) è limitata ad interventi aerei e navali di supporto con azioni di contenimento sulle forze di Gheddafi, ma senza una presenza sul terreno. Il 20 Ottobre 2011, con la morte di Gheddafi, viene dichiarata la “liberazione”.

Il Consiglio Nazionale Transitorio (NTC – National Transitional Council of Libya): la sua formazione fu annunciata in Bengasi il 27 Febbraio 2011 come “faccia politica” della rivoluzione, di fatto ha governato per circa 10 mesi, dalla morte di Gheddafi all’8 Agosto 2012, insediamento del nuovo Congresso (General National Congress – GNP) dopo le elezioni del 7 Luglio ’12 (votanti l’85% degli aventi diritto): questo è forse il periodo in cui la Libia ha mancato di cogliere la sua grande opportunità, ed in cui i Paesi che avevano partecipato all’OUP, almeno i Paesi occidentali, non hanno saputo erogare quel supporto che sarebbe stato fondamentale per uno sviluppo democratico della Libia.

Elezione Assemblea Costituente, Febbraio 2014: Elettori registrati il 31,7%, evidente un’insidiosa perdita di fiducia nel sistema politico in essere.

Giugno 2014, nuove elezioni politiche: Elettori registrati il 44% degli aventi diritto. Il GNC (General National Congress) che ne esce è sbilanciato a favore delle fasce islamiste, complice l’Isolation Law, legge che interdiva da qualsiasi posizione politica o manageriale chiunque avesse avuto un ruolo durante il periodo di Gheddafi, impedendo qualsiasi “riconciliazione” e mettettendo fuori gioco quella classe dirigente, che pur essendo stata in varia misura coinvolta con il passato regime, avrebbe potuto mettere al servizio della nuova Libia la propria capacità. Da notare che nell’indagine di fine 2013 il 52% delle persone intervistate si erano dichiarate contrarie alla suddetta Isolation Law.

4 Agosto 2014, House of Representatives (HoR):a seguito delle elezioni di Giugno, viene eletto un nuovo parlamento.

14 Agosto 2014. Bernardino Leon, già Special Representative dell’Unione Europea dal 2011, viene nominato Special Representative delle Nazioni Unite e Capo della United Nations Support Mission in Libia.

25 Agosto 2014. Una minoranza di membri non rieletti alle elezioni di Giugno, di area islamista e sostenuti dalle relative milizie, dichiarano un nuovo GNC, ed eleggono un loro “Primo Ministro”, Omar El-Hassi. Questo self-proclaimed GNC, ed il conseguemte PM, non sono riconosciuti a livello internazionale.

Nel frattempo, per ragioni di sicurezza, la House of Representative si trasferisce a Tobruk.

7 Novembre 2014. La Corte Suprema Libica emana una sentenza dichiarando nulle le elezioni del 25 Giugno, e quindi illegittima la HoR di Tobruk.

 

Non è stata resa pubblica, a tutt’oggi, la posizione delle Nazioni Unite (ultima risoluzione la 2174 del 27/8 http://www.un.org/en/ga/search/view_doc.asp?symbol=S/RES/2174%20%282014%29), né sono state rese pubbliche posizioni dell’Europa o di singole nazioni (solo la Turchia ha permesso al suo rappresentante in Libia di incontrare El-Hassi, il PM indicato dal GNC). Certo, senza un aiuto concreto dalla comunità internazionale, la Libia rischia davvero di diventare uno Stato Fallito, (dall’articolo Limes citato: “preda di trafficanti di ogni genere e organizzazioni terroristiche”) con tutte le conseguenze non solo per il popolo libico. Nel frattempo la CRT (Mezzaluna Rossa Tunisina) e UNHCR stanno affrontando il problema del massiccio afflusso di libici che stanno entrando in Tunisia, preparandosi con unità mobili dislocate a Zarzis, Djerba e Medenine per prestare i primi aiuti, cure mediche e trovar loro una sistemazione.

 

Eppure i segnali dei problemi a venire erano evidenti da tempo. Scriveva  Abdullah El-Maazi su Libya Herald il 27 Novembre 2013, The Hijacking of Libya: il periodo post-rivoluzione ha semplicemente rimpiazzato un livello della struttura di Gheddafi, dai “Comitati della Rivoluzione” agli “Althuwar”, o i rivoluzionari – gli uomini con le armi hanno rimpiazzato Gheddafi come arbitri del fato della Libia (e non è detto che gli uomini con le armi di adesso siano gli stessi della prima ora, che nella maggior parte sono tornati alle loro attività).

La struttura tribale della Libia è molto cambiata dai tempi della seconda guerra mondiale, gli anziani con la levatura, l’influenza e la saggezza che avevano consentito l’evoluzione verso l’indipendenza dalla fine della guerra al 1951 non ci sono più, persone con capacità gestionale sviluppata nei 43 anni di Gheddafi sono state escluse dalla “Isolation Law”, non ci sono – dall’una o dall’altra parte – nell’era post-rivoluzione personalità con carisma e capacità sufficienti per raggiungere un compromesso e persuadere i loro seguaci – più o meno tribali – ad accettarlo.

 

Poco importa l’ottimismo di Husny Bey, uno degli uomini di affari di maggior successo in Libya, che ha subito carcerazione e tortura ai tempi di Gheddafi, che commentando dopo il risultato delle elezioni del Giugno scorso scriveva: “Troppo presto per chiamare la Libia uno Stato Fallito (Libya Herald, 11.06.2014)”, e salutava come segno positivo la nascita dell’House of Representative, e portando come ulteriore segno positivo lo sviluppo del settore privato Libico, e la potenziale nascita di una “middle class”, un settore privato capace potenzialmente di creare posti di lavoro e ricchezza. L’evoluzione della situazione nei quattro mesi che sono seguiti, culminati con la decisione della Corte Suprema del 7 Novembre ultimo scorso – purtroppo – sconfessano il suo ottimismo, e fanno tornare all’analisi di Al-Maazi.

 

Di fatto c’è un’altra differenza fondamentale con il periodo post seconda guerra mondiale: all’epoca a garantire sicurezza e stabilità fu una amministrazione controllata da Paesi stranieri – si usciva da un periodo coloniale e dalla guerra mondiale – ma quella sicurezza e stabilità consentirono un negoziato sereno e costruttivo tra interlocutori responsabili.

 

Sicurezza e stabilità sono ora assenti perché i governi eletti, sei dal 2011, non hanno avuto né la capacità né gli strumenti per garantirla,  dall’altra parte, al posto dei responsabili anziani tribali ci sono incontrollabili warlords con interessi ben diversi dall’evoluzione democratica del Paese tanto agognata dalla stragrande maggioranza della popolazione, che è lasciata sola.

 

Luigi R. Maccagnani