Le donne algerine

Gli articoli scritti dalla brava Deborah Nancy Simeone sulla scrittrice franco-algerina Assia Djebar ci danno lo spunto per qualche riflessione assolutamente personale che scaturisce da una lunga ricognizione sul campo, ed anche da curiosità soddisfatta con documentazione delle fonti aperte d’informazione. E ciò allo scopo di illustrare ai nostri lettori il contesto sociale e politico nel quale è potuto verificarsi una realtà così apparentemente atipica.

Che la componente femminile abbia un ruolo marginale nella religione islamica e, di conseguenza, nella storia politica e sociale di quei Paesi che hanno fatto dell’Islam la religione ufficiale nazionale, è considerazione che ha nel migliore dei casi del banale. Che venga attribuita a Mohamed l’affermazione «se si potesse ordinare ad un essere umano d’inchinarsi davanti ad un altro essere umano, dovrebbe essere la donna a farlo davanti all’uomo» [121,VI,411] è del tutto opinabile, ma risponde alla logica della tradizione religiosa che esige la sottomissione del genere femminile.

Questa tendenza dei Paesi islamici è più o meno della stessa portata di quella dei Paesi non musulmani nelle stesse aree geografiche. Quando, però, in questi ultimi esse hanno cominciato ad emanciparsi e ad uscire dal secolare stato di soggezione, alle prime non è stato concesso di seguire lo stesso percorso. L’era dell’emancipazione della condizione femminile coincide anche con la progressiva divergenza fra il mondo occidentale e quello islamico per molti altri motivi, prevalentemente di natura economica ed energetica. L’arroccamento dei due mondi sulle rispettive posizioni radicali e la loro inarrestabile divergenza ha fatto molte vittime, fra esse le donne musulmane residenti nei Paesi d’origine, alle quali non sono state concesse equivalenti opportunità di emancipazione, comunque non gli stessi tempi.

A chi si recasse oggi in una grande città della costa meridionale del Mediterraneo non si presenterebbe uno spettacolo molto diverso da quello di una grande città della sponda opposta. Ragazze o signore senza il chador e in jeans non sono la regola generale, ma è spettacolo esibito in quantità, per cui – almeno in pubblico e nei grandi centri – i passi fatti sono da giganti. Grava sulle donne la soggezione familiare ed un ordinamento sul quale si fa pesare l’influsso religioso, e che prevede forti iniquità nel codice della famiglia, nelle libertà individuali, nell’impossibilità di poter prescindere dall’autorità e dalle autorizzazioni formali di padre o marito.

In questa cornice non troppo esaltante per la condizione della donna musulmana in termini di diritti civili, ancorché la tradizione non solo islamica, ma anche della stragrande maggioranza dei Paesi mediterranei, quale che sia la sponda di appartenenza, le assegni l’incontrastato ruolo dell’educazione dei figli in età preadolescenziale, in questa cornice – dicevamo – si pone il caso di una scrittrice come Assia Djebar e di tante altre scrittrici, algerine o franco-algerine, come Maryse Rey Benferhat, Khalida Massaoudi, Malika Mokeddem e molte altre, oltre ad un nutrito stuolo di agguerrite giornaliste non dell’ultima ora, quali Salima Tlemçani, Baya Gacemi, Ghana Khelifi, e tante altre di cui sarebbe inutile qui fare l’elenco senza avere spiegato il motivo della loro presenza in così grande numero e senza aver tentato di far capire il perché di una presenza al femminile così massiccia nel mondo intellettuale algerino ed ai vertici di tante organizzazioni private e di stato.

Il caso algerino merita un discorso a parte, giacché i centotrenta anni di dominazione francese, l’essere stato quel Paese territorio francese metropolitano, ha lasciato una profonda impronta nell’impostazione sociale, nell’amministrazione pubblica, nella sensibilità culturale, nella capacità di capire e recepire le nuove tendenze, riscontrabile nelle esistenti affinità con le tendenze europee.

Le giovani donne algerine possono permettersi di camminare spavalde ed impettite, vestiti aderenti e trucco vistoso, capo ostentatamente scoperto per le vie delle loro città, nella spagnola Orano, nell’italiana Costantina e persino nel cuore della Casbah d’Algeri o a Bab El Oued, rione fino al 1962 interamente abitato da pied noir; in cui si sono svolti molti avvenimenti tragici degli ultimi anni della guerra, dove è covata l’ideologia integralista islamica dei primi anni ’90, che ha fornito e continuava a fornire anche nel passato molto prossimo ideologi e combattenti ai vari gruppi armati del terrorismo algerino. Possono permettersi questo atteggiamento spavaldo e disinvoltamente libero per i meriti accumulati durante la guerra di liberazione, durante la quale hanno fornito un contributo spesso determinante. Molte donne nascosero ricercati pericolosi nelle loro case, molte giovinette saltarono in aria mentre armeggiavano con le bombe che dovevano deporre contro le truppe francesi. Una di esse, Yasmina Belkacem, perse entrambe le gambe all’età di quindici anni a causa dell’esplosione della bomba che stava posizionando. Si sono guadagnate sul campo una rispettabilità ed un peso che – tuttavia – fatica ad essere capitalizzato, nonostante il peso di una Khalida Messaoudi-Toumi, Ministro sotto Bouteflika e scrittrice conosciutissima in Italia, che le ha attribuito diversi premi letterari, che ha marciato contro il terrorismo per le vie centrali d’Algeri alla testa di un esercito di donne, più volte raggiunta da fetwa (l’ultima è di qualche anno fa). E di Louiza Hannoune, capo del partito trotskista dei lavoratori, appassionata difensore dei diritti della donna, di un nuovo codice della famiglia più equo ed attuale. E delle migliaia di donne coraggiose, frequentemente in corteo all’inizio degli anni ’90 in favore del nuovo codice di famiglia che desse loro la meritata dignità.

Il periodo dal 1988 al 1992 fu il periodo più drammatico per l’Algeria libera, la grave crisi socio-economica causò l’esplosione dello scontento popolare, che fu abilmente cavalcato da 27.000 terroristi, di cui 1.000 reduci dalla resistenza afgana, addestrati dagli anglo americani e finanziati dai sauditi, impiegati in Afghanistan contro i Russi e rientrati in Algeria, decisi più che mai ad instaurare una repubblica islamica di stampo iraniano, abbattendo tabù che sembravano incrollabili, quali l’assassinio dei bambini, il rapimento e la violenza sulle donne, il minamento dei cadaveri fatti esplodere al cospetto delle forze di sicurezza o di autodifesa, la profanazione dei cimiteri ed il mancato rispetto della rottura del digiuno, l’Iftar, subito dopo la preghiera del Maghreb. Risultato: oltre 150.000 vittime! A nulla sono valse le tiepide condanne internazionali, né la mobilitazione degli intellettuali francesi, con Bernard Henri Levy e André Gluksmann in prima linea. A nulla è valso che nel gennaio del 1998 Soheib Bencheikh, il muphti di Marsiglia, esponente dell’ala musulmana progressista, abbia messo in guardia contro la confusione tra Islam, religione di tolleranza, ed Islamismo ed abbia chiesto che si modernizzasse la teologia musulmana perché gli integralisti non possano “trovare un versetto che autorizzi a rapire le donne, a ridurle in schiavitù…….”.Una vera tragedia, molto differente da quelle “stagionali”che si stanno consumando oggi, una deriva islamista contro cui si schierò l’intera popolazione stretta attorno alla sua Armée, ultimo prezioso baluardo a supporto di una minima speranza e parvenza di difesa dello “stato di diritto”. Situazione riferendosi alla quale i brillanti storici e cronisti della nostra sponda continuano a parlare, ancora oggi, di “colpo di stato” e di “guerra civile”. Che arrogante superficialità!

Ebbene, anche in questo frangente, mentre i mariti imbracciavano le armi, esse non si tirarono indietro e si schierarono massicciamente contro la deriva islamista all’orizzonte, in difesa delle tradizioni nazionali certamente non di natura eversiva o integralista, tutte strette attorno all’Armée; a migliaia le fiere madri dell’8 settembre 1997 accompagnarono personalmente a scuola i propri ragazzi dopo le vacanze estive, in aperta sfida alle minacce islamiste della vigilia tese a bloccare la vita della nazione e, con essa, l’insegnamento e la scuola. Per protestare, stanche delle stragi, dei 224 morti ammazzati nella sola città di Algeri nei mesi di giugno e luglio dello stesso anno, dei 63 morti nella notte del 3 agosto in due villaggi isolati fra Blida e Aïn Defla, dell’intera popolazione di 500 persone del villaggio di El Rais trucidata, martoriata e sterminata nella notte del 28 agosto, dei rioni periferici di Algeri improvvisato rifugio degl’impauriti abitanti delle frazioni circostanti, delle 200 persone selvaggiamente trucidate nel piccolo centro di Benthala a soli 10 Km da Algeri, delle auto-bomba nelle vie del centro e dei sacchetti esplosivi all’interno dei mercati dei rioni residenziali, persino dell’elicottero militare abbattuto con un razzo.

Chi abbia l’occasione di visitare l’Algeria non potrà non notare come l’elemento trainante della società sia quello femminile: intraprendente, attivo, vivace, ricco di iniziativa, presente in tutti i settori della vita pubblica, disinibito e debordante di coraggio e di spavalda guasconeria.

E che dire del tributo da esse pagato al terrorismo in barba alla nostra convinzione che l’Islam rispetti le donne e mai permetterebbe si infierisse contro di esse? Che dire della donna uccisa nella notte del 21 dicembre 1997 a Cheraga, di quella assassinata il 25 dicembre a Bouzaréah, delle due donne rapite l’11 gennaio ’88 a Fedjoudi, delle cinque rapite il 23 gennaio a Sidi Bel Abbès, delle decine di donne violentate o rapite durante il mese del Ramadhan dal 30 dicembre ’97 al 29 gennaio ’98, delle 11 uccise all’arma bianca (insieme a 12 bambini) il 6 aprile successivo ad Arzew, delle sei uccise e delle sei ferite per l’esplosione di una bomba nel cimitero di Hamaïdia, nel distretto di Medea, di quella uccisa da un’altra bomba esplosa il 27 settembre a Lakhdaria, delle due rapite il 16 novembre ad Aïn Defla, delle dieci rapite il 10 dicembre a Chlef, tutte ritrovate uccise nei 15 giorni successivi dopo avere subito torture e violenze d’ogni genere, delle tre sgozzate e delle tre rapite il 13 dicembre a Bechar, di quella sgozzata il 29 dicembre ad Arzew, di quella assassinata e di quella rapita il 14 gennaio ’99 a Chlef, delle due uccise da una bomba all’interno di un cimitero nel comune di Mossadek, nel distretto di Chlef, delle quattro sgozzate il 23 gennaio nel distretto di Chlef, le tre rapite il 31 gennaio a Chlef, delle quattro sgozzate e le due ferite il 26 febbraio ad Aïn Defla, di quella rapita l’11 marzo ad Aïn Defla, di quella massacrata il 15 marzo a Blida, delle ulteriori due rapite il 18 marzo, e successivamente assassinate, ad Aïn Defla, delle due rapite il 23 marzo a Blida, delle due assassinate il 26 aprile a Tiaret, di quella uccisa e delle quattro rapite il primo maggio a Tiaret, delle tre rapite il 18 maggio a Medea, di quella ferita e delle due assassinate il 2 giugno a Bejaia, di quella mutilata a seguito dell’esplosione del 3 luglio a Tipaza, delle due rapite il 19 luglio a Medea, delle dieci rapite il 15 agosto a Bechar, delle due rapite il 18 maggio 2000 a Mascara, di quella uccisa e delle due rapite il 30 maggio a Relizane, e così via?

Singolare il fatto che si siano spesso trovate delle donne alla macchia, armate e facenti parte con pari dignità dei gruppi armati (o katibat), come quella eliminata a Bab Ezzouar il primo giugno ’98, le due trovate nei pressi di Costantina il 16 giugno, le due uccise a Tipaza il 5 ottobre, quella arrestata a Sidi Bel Abbès il 25 settembre, quella eliminata a Boumerdes il 9 maggio ’99, le quattro arrese a Jijel l’8 settembre, e molte altre. Anche sul versante del male non sono certo rimaste da meno dei uomini, le donne algerine!

Cosa dire? Che in un Paese che è di religione musulmana, ma di tradizione mediterranea e di pensiero, organizzazione, gusti e cultura pressoché francesi, ad onta delle periodiche campagne di “arabizzazione” dell’establishement, più di facciata che reali, l’emancipazione della posizione della donna ha dovuto cedere il passo alla prioritaria mobilitazione contro il terrorismo di tutte le componenti sociali.

Il processo è lentamente ripreso, si moltiplicano le iniziative della società algerina in direzione dell’acquisizione di pari dignità in caso di Divorzio, Matrimonio, Eredità. Tutta la società civile e laica spinge in questa direzione ed anche il presidente Bouteflika aveva inserito il provvedimento fra gli obiettivi della sua presidenza. Nel ’99 il ministro della Sanità Yahia Guidoum, annunciava che tutte le donne vittime di violenza da parte dei terroristi potevano abortire. Poi è sopravvenuta la “concordia civile” ed il recupero dei terroristi ha comportato, come contropartita, l’opportunità del rallentamento di questo programma, all’insegna di “un colpo al cerchio ed uno alla botte”, in perfetto stile “mediterraneo”!

Questo contesto ha aiutato la crescita di stelle di prima grandezza, come Assia Djebar, che la brava Deborah Nancy Simeone ha contribuito a far conoscere ai nostri lettori.

 

Enrico La Rosa

Riceviamo in data 5 Agosto 2013, per altra via, il sotto riportato commento dell’amico Guido Monno all’articolo e lo pubblichiamo volentieri:

«Caro Enrico, non potendo commentare sul sito di omeganews in quanto i commenti sono chiusi, mi permetterai di ringraziarti per l’articolo anche se mi permetto di dissentire parzialmente su qualche osservazione. come autorevoli autori hanno scritto nel passato e nel recente passato, la storia della nascita del Corano va inserito all’interno della cultura e società araba dell epoca. ricordo che stiamo parlando dell’AD 610,(notte fra il 26 e 27 del mese di ramadan prima rivelazione) e il cui testo scritto dovrebbe aver visto la luce su ordine del khalifa Uthman, uno dei rashiduna, a cavallo del 644-656 anni in cui ricoprì la carica, usufruendo delle raccolte di zayd ibn thabit, provvedendo alla distruzione di altre copie non conformi. anteriormente alla rivelazione erano invalse regole sociali e ovviamente giudiziarie, in cui il ruolo della donna era privo di qaulsiasi valore; quel famoso periodo che in seguito venne definito come jahilyya, ossia il periodo dell’ignoranza, intesa come mancanza di conoscenza, termine più tardi usato da Sayyd Qutb nei suoi studi. nello stesso corano, tale periodo vien messo in evidenza, in particolare per quanto attiene il ruolo delle donne, nei punti al nahl 16.58-9, al takwir 81.8-9, al an’am 6.151 per quanto attiene l infanticidio e nel muqaddima in diverse frasi. E’ parere conforme e comune di numerosi studiosi internazionali che la parola di Muhamamd abbia portato una vera e propria rivoluzione nella società dell’epoca, società che, come ho appena ricordato, non prevedeva alcuna forma di protezione o tutela del sesso femminile, di cui gli infanticidi ricordati nel Corano stesso, ne sono una esplicita conferma. il ruolo della donna deve essere visto, come riportato da eminenti studiosi, nella società dell’epoca, società per cui il corano rappresentò un qualcosa di esternamente eversivo, alterando i legami di parentela e sociali a favore di una unità religiosa in cui il ruolo della donna assumeva un aspetto importante. leggerlo con la struttura sociale moderna e con la visione della società moderna ritengo non sia la lettura giusta, così come lo intendono anche numerosi fondamentalisti per cui il ritorno alle origini vieta qualsiasi applicazione del corano ai tempi moderni. né va dimenticato che anche nella società occidentale dell epoca, il ruolo della donna non era certo quello attuale e lo ha anche conservato laddove invece nel mondo islamico, proprio a seguito dell’avvento della religione islamica il ruolo femminile ha ottenuto un forte sviluppo. figure quali khadidja, aisha (umm al muminim), zaynab, svolgono ruoli primari e importanti nella storia islamica e nel Corano stesso, al di là della figura della madonna vista nel ruolo di madre di Gesù Cristo. Questo non per togliere o contestare qualcosa al pregevolissimo articolo, ma semplicemente per esprimere un parere a contorno dello stesso. Guido».

Riportiamo, di seguito, la risposta già fornita a Guido Monno per altra via:

«Interessantissime puntualizzazioni su elementi di natura prevalentemente “dottrinale” su cui non ho né conoscenza diretta, né competenza specifica, né la sicurezza che invidio alla tua preziosa ed istruttiva esposizione. Come abitudine ricorrente degli articoli di <omeganews> e persistente negli articoli del sottoscritto, non è l’aspetto “sacrale” o la rilevanza religiosa, o – in altri contesti – quella scientifica che intendevo affrontare. Non solo. Non si possono ignorare i dati obiettivi e sicuri, ma qui di sicuro esistono solo le correnti di interpretazione e alcune date inconfutabili. A prescindere da ciò, tuttavia, il fine ultimo e davvero singolare di omega/omeganews è quello di risalire dagli avvenimenti odierni alle origini (fattore umano + fattore ambientale = percorso socio-antropologico) ed ai percorsi che hanno ispirato un certo sviluppo secondo un certo percorso e non altri. Ogni attività dell’uomo ha conseguenze che sono direttamente proporzionali a ben precisi parametri, quali la concomitanza temporale con altri, la convinzione e la determinazione dell’/degli originatore/i, il seguito riscontrato, l’ambiente “istantaneo” nel quale la stessa si verifica, la natura dei destinatari, e decine e decine di altre “concomitanze” che rendono ciascun risultato funzionale all’iniziativa che lo ha originato in quelle sole e irripetibili condizioni naturali, ambientali, umane, spesso climatiche, ecc. ecc. Il “Manifesto” di <OMeGA” parla chiaro in proposito: <passione per discipline come la storia, la geografia e lo sviluppo umano … scoprire negli eventi di oggi le tracce di una comune matrice antropologica e, attraverso i meccanismi della geopolitica e la metodologia sociologica, riuscire a prevedere lo sbocco futuro delle azioni di oggi. Ma, anche, di individuare il ponte culturale ideale che unisce gli sconvolgimenti del passato agli eventi del presente, onde potere tracciare l’ideale prolungamento nel futuro … lo studio e l’analisi del Mediterraneo nell’ottica a un tempo geopolitica ed antropologica, l’approfondimento degli aspetti e delle realtà sociali, la condivisione delle conclusioni mediante il dialogo con specialisti del settore e con entità aventi analogo scopo e lo svolgimento di attività informativa e didattica. L’idea di geopolitica, come la vocazione dei soci esige, non può essere disgiunta da quella dello studio dell’antropologia, dall’instaurazione di un dialogo e dall’approccio di tipo sociologico nel metodo e nelle finalità …>. Questa lunga premessa per spiegare che le precisazioni dottrinarie ci fanno senz’altro piacere, esse debbono d’altronde essere il punto di partenza. Ma io intendevo, e dall’articolo traspare chiaramente, non già confrontare la dottrina musulmana con la condizione della donna, se non di sfuggita, bensì quest’ultima con le caratteristiche antropologiche preesistenti nei paesi dove la dottrina islamica è nata o si è diffusa. Se fossi animato da spirito religioso, musulmano in particolare, me la caverei con la considerazione che così è perché così vuole Allah e perché così ha disposto Mohammed che accadesse con lui e dopo di lui. Ma, da laico, il mio scopo era dimostrare che la condizione della donna nel bacino del Mediterraneo è fenomeno <ambientale> preesistente all’avvento dell’Islam e successivo allo stesso anche nei Paesi che non hanno adottato questa religione. Tutta qui la cornice di una narrazione, che, invece, non riguarda la nebulosa islamica nel suo complesso, ma l’Algeria in particolare ed il comportamento delle sue fierissime donne. Sperando di avere esaudito le legittime perplessità, ringrazio per l’intervento sempre gradito, che sarà pubblicato in calce all’articolo insieme alla mia replica. L’attività disfattista di emeriti cialtroni ci costringe a questa macchinosa procedura. Enrico».