Siria, morire ignorati. Voci dalla strada

11 marzo 2012
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Syria, dramma dimenticato nel Mediterraneo.

Tra i Santuari mariani in Siria è importante quello di Saidnaya, che deriva il nome da un villaggio sito ad una ventina di chilometri dalla capitale Damasco, il cui Monastero custodisce una preziosa icona mariana attribuita al pennello di San Luca. Il luogo richiama fiumane di pellegrini provenienti da tutti gli angoli della Siria e da altri Paesi vicini e lontani. - Foto di Guido Monno

I racconti di amici siriani, ora all’estero, testimoniano una situazione tremenda. Centinaia di morti, ovunque, mi ha riferito un’amica responsabile di organizzazioni legate al rispetto dei diritti umani. Per inciso, il motivo per cui non cito i nomi risulterà comprensibile ai lettori. Molte di queste persone hanno lasciato in patria familiari, parenti e amici.
Perché gli uomini, sopratutto quando appartenenti a organizzazioni paramilitari e militari, sparano e ammazzano senza distinzione di età, sesso o religione? La risposta è stata ” Pensano di essere Dio; e non puoi contestare Dio”.
Arresti arbitrari e condizioni di detenzione molto dure, mi ha riferito un ragazzo siriano che studia in Italia, i cui parenti a Damasco sono stati ripetutamente arrestati.
Le uniche zone immuni dagli scontri diffusi, risultano quelle di Damasco e Aleppo, dove il ferreo controllo dei servizi segreti, con il ricorso ad arresti e detenzioni di massa, unitamente ad una situazione sociale differente dalle altre zone del paese, impedisce il sorgere di attività di protesta che possano sfociare in contestazioni violente al regime.

I motivi della protesta vanno ricercati in una situazione che si è deteriorata nel tempo: benefici agli appartenenti al partito Baath o ai vari clan e gruppi vicini ai gruppi Alawiti al potere, concentrazione degli investimenti economici sulle città commercialmente più importanti quali Damasco e Aleppo, mancanza di riforme innovative che abbiano portato a una parvenza di pari opportunità per tutti sia nel campo lavorativo che nel sociale.
All’università di Damasco si parlava spesso dei figli di alcuni potenti che superavano gli esami soltanto presentandosi agli stessi scortati dalla polizia segreta o mostrando al professore, durante la prova, una bomba a mano; racconti magari sospesi fra la realtà e la fantasia, ma che illustrano un clima in cui a qualcuno è permesso tutto, ad altri nulla.
Un semplice viaggio al confine con la Giordania e la visita al duty free presente in una delle frontiere, evidenzia il legame fra affari e politica; nei duty free si può pagare in valuta estera pregiata (dollari) o giordana, ma non siriana. E tutti i duty free appartengono alla famiglia Makhlouf, legata da vincoli di parentela con gli Assad (recentemente per contrastare le sanzioni mondiali gli assets sono stati ceduti a investitori kuwaitiani), così come diverse compagnie telefoniche appartengono sempre alla stessa persona.
Da più parti si è detto che Bashar Assad rappresentasse il cambiamento, il timido tentativo di modernizzare il sistema; purtroppo non è stato così.
Ha rappresentato la faccia buona del sistema, rivestendo i panni di colui che ha studiato a Londra e si è sposato con una gentile signora britannica; ma quali che fossero le sue aspirazioni e idee nel passato, non è riuscito affatto nel suo intento.
Non sappiamo se per ignavia di fronte a forze superiori alla sua idea di cambiamento o se per smania di mantenere il potere per sé e per il suo clan; ma, come mi ha detto una signora siriana, ora non fa differenza, in quanto quello al potere è un gruppo mafioso che cerca di difendere privilegi e potere ed in cui ad ognuno compete un particolare settore; e a Bashar è toccato quello delle pubbliche relazioni in virtù del suo passato.

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Perché a Damasco ed Aleppo la situazione è molto diversa che da Homs, Hama, Daraa?
Come detto, in queste città sono stati fatti investimenti, i grandi mercati assicurano una diffusa prosperità, o perlomeno sopravvivenza, e la classe dei mercanti ha paura di un qualsiasi cambiamento.
Inoltre sono presenti forti comunità cristiane e armene, terrorizzate dall’espandersi di una violenza che la propaganda del regime definisce come portata da estremisti religioso sunniti e portatori di idee che potrebbero minare la prosperità dei due gruppi.

E’ vero che la maggior parte degli scontri si verificano in aree sunnite? Sì, ma dovremmo chiederci il perché.
Sono state le aree più abbandonate, quelle dove le opportunità non ci sono mai state perché, ove vi fossero, venivano distribuite o agli aderenti al partito, o ai gruppi Alawiti (che sono Sciiti).
I Sunniti sono fra le fasce più povere della popolazione e alla fine ne hanno avuto abbastanza. Se le loro rivendicazioni si sono esplicitate attraverso movimenti religiosi, è perché attraverso tali movimenti si è tenuta desta la speranza di una qualche forma di rivendicazione e di organizzazione del dissenso.
Ai Sunniti vanno aggiunti coloro che sperano che la democrazia porti maggiori opportunità per il futuro; come mi disse una volta un avvocato in un ristorante di Damasco, la speranza di una legge eguale per tutti porterebbe capitali, mentre la situazione attuale, in cui anche davanti alla giustizia l’appartenere ai gruppi al potere garantiva una soluzione processuale favorevole, li teneva lontani.
Vanno aggiunti gli studenti, insofferenti di una continua serie di restrizioni e vantaggi, che favoriscono una minoranza appartenente sempre a quei gruppi al potere, che si rivela anche nell’ammissione alle università statali, costringendo numerosi giovani che vogliono laurearsi a inseguire il proprio sogno in università straniere, ove naturalmente devono spendere molto, mantenersi e studiare, caricando le famiglie di un compito estremamente oneroso.
Vanno aggiunti tutti coloro che vorrebbero parlare e riunirsi liberamente senza aver sempre una coda di qualcuno appartenente ad uno dei numerosi servizi segreti che lo spia o controlla, o, come spesso accade, stare attenti nel parlare con chi non si conosce bene, perché potrebbe essere l’informatore del Mukhabarat di turno.

A costoro vanno contrapposti non solo gli appartenenti ai gruppi al potere, ma tutti coloro che, per paura di una guerra civile, di una situazione piena di incognite in cui si può perder anche il poco che si possiede, di essere vittime di un futuro regime che attui discriminazioni religiose – idea molto presente fra le comunità Armena e Cristiana- o anche per preservare qualche presunto o reale beneficio, preferiscono il governo attuale.
Ed è qui la forza del regime, nel cercare attraverso la propaganda, di impedire una compattazione delle forze ostili e che a tali forze se ne aggiungano altre.
Alla domanda sul perché le forze dell’opposizione non trovino un comune terreno di lotta, un amico mi ha risposto in maniera molto semplice; “dopo tanti anni di questo regime, non siamo più abituati a pensare in maniera collettiva, perché c’era qualche altro che lo faceva per noi e perché ormai non ci fidiamo più l’uno dell’altro”.
Altri amici siriani, ora residenti negli USA, mi hanno confessato di aver visto con la morte nel cuore la non volontà internazionale di intervenire in un contesto geopolitico difficile e complicato, in cui le uniche offerte di aiuto sono state in “aiuti umanitari”; come mi ha riferito una signora “noi moriamo e loro ci mandano le coperte”.
Certo, una situazione internazionale complessa, laddove gli interessi geopolitici hanno la meglio sulle considerazioni dei diritti umani; ma la Syria non è la Libia, con i suoi enormi giacimenti di petrolio ed una situazione caratterizzata da un diffuso malessere dei paesi confinanti nei confronti di Gheddafi.
In più, la Syria, anche per motivi di identità religiosa, costituisce un anello di paesi, capeggiato dall’Iran, ma a cui appartengono anche parte del Libano e dell’Iraq, in cui la dottrina Sciita rappresenta comunque un elemento politico e di governo, anello che si oppone all’altro guidato dall’Arabia Saudita, portatore di interessi opposti e conflittuali.
Un qualsiasi intervento in tali aree, fosse anche per motivi così detti umanitari, porterebbe a una probabile deflagrazione di forze a stento contenute nel momento attuale, laddove gli interessi particolari sommergerebbero l’aiuto alle popolazioni oppresse.
E che da tale situazione sia meglio tenersi alla larga lo dimostra anche l’atteggiamento della Turchia, insieme all’Iran il maggior esportatore in Syria, che a proclami di intervento militare per motivi umanitari, non ha fatto seguire alcuna azione reale.
Ed intanto a Daraa, Homs, Hama, e nel resto della Syria, si continua a morire e soffrire; nel migliore dei casi, a fuggire andandosene all’estero per diventare un profugo.
Povera ed amata Syria, culla della civiltà.

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