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Migranti: ma non sono rifiuti tossici

30 settembre 2018
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Persone, non rifiuti tossici. Un movimento migratorio, imponente, verso un mondo occidentale che sta attraversando una crisi profonda di suo, sia di carattere economico che di “civiltà”, con il diffondersi di spinte populiste e sovraniste (1) e con le istituzioni internazionali che hanno dimenticato lo scopo per cui sono state create (utile rileggere lo statuto delle Nazioni Unite, di cui da art.1 par.3: “Conseguire la cooperazione internazionale nella soluzione dei problemi internazionali di carattere economico, sociale culturale od umanitario, e nel promuovere ed incoraggiare il rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali per tutti senza distinzioni di razza, di sesso, di lingua o di religione” (2) Il problema è enorme, ma non è risolvibile con la costruzione di muri, siano essi fisici o comunque imposti. Si dice: “aiutiamoli a casa loro”, un “piano Marshall” per i loro Paesi di origine, ma il problema non è fare investimenti in Africa: Impregilo-Salini ha costruito in Etiopia la più grande diga dell’Africa ad un costo miliardario, altre sono state costruite in Eritrea, la prima con le proteste di Sudan ed Egitto per le limitazioni risultanti dall’apporto del Nilo Blu, in Eritrea – al di là dello scopo dichiarato di favorire l’agricoltura –

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Libia: esiste un piano B?

8 settembre 2018
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di Luigi R. Maccagnani Mercoledì 5 settembre u.s., Ghassan Salameh – UNSMIL – ha aggiornato, dopo i drammatici eventi delle ultime settimane, il Consiglio di Sicurezza ONU sulla situazione in Libia In sintesi ha confermato la criticità della situazione, sia per sicurezza che per condizioni economiche della popolazione, in pratica la Libia si trova in un perenne stato di emergenza. Le milizie, soprattutto nell’area della Tripolitania, sono fuori controllo, e mentre la popolazione giace alle soglie della povertà, i war-lords continuano ad arricchirsi. Salameh sottolinea inoltre due grossi rischi: da una parte questa situazione può favorire un afflusso di terroristi e ISIL, dall’altra, dati gli scontri in Chad tra forze governative e oppositori che operano prevalentemente dal sud della Libia – che potrebbe diventare teatro operativo per altre realtà; per non parlare poi dell’orrenda situazione nelle prigioni e centri detenzione. Salameh è anche molto critico sulla posizione dei parlamentari HoR, che accusa di scarsa cooperazione e di privilegiare lo status quo, mettendo anche in dubbio la loro legittimazione, data la scarsa affluenza alle urne nel 2014. Chiede poi maggior supporto sia per mettere in atto riforme economiche che possano migliorare le condizioni generali della popolazione, che per migliorare le condizioni

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Gerusalemme “liberata”

29 dicembre 2017
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di Luigi R. Maccagnani Dopo il veto degli Stati Uniti al Consiglio di Sicurezza di lunedì 18 dicembre, sulla decisione del presidente Trump di spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, riconoscendo di fatto Gerusalemme quale capitale dello stato di Israele, Turchia e Yemen (la prima che ospita il summit dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica, la seconda come presidente di turno del gruppo dei paesi arabi all’ONU) hanno sollecitato una riunione di emergenza dell’Assemblea Generale, come previsto dalla risoluzione 377-1950. La procedura evocata (http://legal.un.org/avl/ha/ufp/ufp.html) consente di convocare una riunione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per valutare una questione e concordare una misura condivisa su di un evento “critico per la pace mondiale”, e per cui dal Consiglio di Sicurezza non sia scaturita una posizione unanime tra i membri con diritto di veto, USA-Cina-Francia-Germania-Regno Unito. Le decisioni dell’Assemblea Generale, qualora convocata in base alla suddetta risoluzione, non hanno valore vincolante, costituiscono solo una “raccomandazione” espressa dall’Assemblea dopo aver valutato sia il merito della questione sia la motivazione del veto che ne ha bloccato l’iter al Consiglio di Sicurezza: una raccomandazione non vincolante – appunto – ma sicuramente di notevole peso politico. Nella riunione del 21 dicembre, 128 nazioni hanno condannato

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Cittadinanza e legge elettorale

28 dicembre 2017
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Cittadinanza e legge elettorale

Jus sanguinis – Jus soli – Jus culturae di Luigi R. Maccagnani   Nel dibattito/scontro sullo jus soli (cittadinanza attribuita dal territorio di nascita), cui abbiamo assistito nelle ultime settimane, nessun riferimento è mai stato fatto sul collegamento alla legge elettorale, in particolare alla posizione degli italiani residenti all’estero, che hanno acquisito la cittadinanza del paese di residenza naturalizzazione), mentre penso che le due cose – cittadinanza e diritto al voto – siano strettamente legate. Il voto per la partecipazione dei cittadini italiani residenti all’estero alle elezioni politiche italiane è regolato dalla legge Tremaglia (n.459/2001) che ha costituito collegi/circoscrizioni elettorali in base alla posizione geografica, e prevede l’elezione di 12 deputati e sei senatori in rappresentanza degli Italiani ivi residenti. La cittadinanza italiana si basa sul principio dello “ius sanguinis”, diritto di sangue, per il quale la persona discendente da padre italiano o da madre italiana è italiana (*). Un paio di esempi sul collegamento fra cittadinanza e legge elettorale: Nel processo di naturalizzazione negli Stati Uniti il “cittadino” italiano giura solennemente di rinunciare e abiurare alla sua cittadinanza precedente, cioè quella italiana (il giuramento recita testualmente: I hereby declare, on oath, that I absolutely and entirely renounce and abjure

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