La Libia è stanca

Verso una “sirianizzazione” del paese?

Strane e convergenti manovre: Il nostro governo, designato e delegato da Trump, ne è al corrente?

di Luigi R. Maccagnani

Si registra negli ultimi giorni una strana e non chiara manovra di forze paramilitari attorno alla Libia. Dietro di esse, insistente, l’ombra di Usa, Russia e probabilmente di qualchedun altro.

E il governo italiano ne è a conoscenza?

La Conferenza di Palermo, il 12-13 novembre scorso, è stata considerata dai più come “inutile”. Certo, le ripetute riunioni organizzate dai paesi occidentali –Emirati, Francia (3 volte), Italia- che hanno visto riuniti vari rappresentanti istituzionali libici, da Serraj a Haftar, dall’ HoR all’Alto Consiglio di Stato (HCS, re GNA), hanno sempre avuto risultati modesti e non risolutivi per la Libia. Nel corso degli ultimi eventi, l’unico impegno formalmente assunto dalle parti è stato quello di rispettare la volontà popolare eventualmente emersa da nuove elezioni, assumendo che possano essere tenute in condizioni di sicurezza da consentire un’ampia partecipazione degli aventi diritto.

(Si ricorda che alle prime elezioni, nel 2012, partecipò l’82% mentre in quelle del 2014 –quando la situazione era precipitata- poco più del 18%!).

Durante la Conferenza di Palermo è emerso tuttavia un altro dato, che pare abbia segnato una svolta significativa: una serie di incontri riservati, esterni ai lavori congressuali, tra il Viceministro russo Bogdanov con Salamé ed Al-Mishri (Alto Consiglio di Stato) prima, poi separatamente fra il medesimo e Saleh (HoR), Maiteeg e Sayala (rispettivamente vice primo ministro e ministro degli esteri del Governo di Unità Nazionale). È anche poi emerso che il Generale Haftar, prima del suo arrivo a Palermo, avesse incontrato a Mosca, il 7 novembre, il ministro della difesa russo Sergei Sholgu ed il Capo di Stato Maggiore Difesa Valery Gerasimov, con la presenza –sebbene non ufficialmente confermata- di Evgenly Progozhin –capo del gruppo paramilitare russo Wagner.

Da allora sembra sia iniziata una nuova corrente di pensiero che prende spunto dalla sfiducia nella possibilità di “soluzioni politiche”, già molto diffusa nella società civile libica dopo quattro anni di caos e sofferenze (solo i trafficanti ed i “warlords” prosperano), ma anche tra i rappresentanti delle cosiddette istituzioni, e sono quindi emerse altre iniziative

Il rappresentante ONU, Ghassan Salamé, ha coordinato una nuova conferenza, a Khartoum il 4 dicembre u.s., cui hanno partecipato i ministri degli esteri –oltre al libico- dei paesi confinanti: Algeria, Ciad, Egitto, Niger, Sudan e Tunisia, oltre all’inviato per la Libia dell’Unione Africana ed al rappresentante della Lega Araba. Fra gli osservatori, la Francia era presente con il suo Inviato Speciale per la Libia Frederic Desagneaux. L’Italia si è limitata alla presenza del suo ambasciatore in Sudan, Fabrizio Lobasso.

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Questa iniziativa ha già un seguito: è programmata, per il 14 dicembre p.v. a Niamey-Niger, una nuova riunione dei ministri Esteri e Difesa dei paesi confinanti con il sud della Libia, con l’anticipata partecipazione di alcuni “contractors” specializzati in <Security Services>.

Peculiare la recente visita lampo di Haftar a Roma: un incontro il 5 dicembre con l’ambasciatore USA in Tunisia, David Robinson, competente anche per la Libia, ed il 6 con il Presidente del Consiglio italiano Conte. Unico riscontro sul sito del governo: Il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha incontrato a Palazzo Chigi il Generale libico Khalifa Haftar http://www.governo.it/media/conte-incontra-haftar/10504

Poi la posizione, quantomeno paradossale, degli USA con il “sostegno” ricevuto da Conte nella sua visita negli Stati Uniti per un ruolo guida dell’Italia, quando già a maggio di quest’anno la sezione delle Forze Armate USA in Africa –Africom- aveva firmato un protocollo di accordo con il Governo Libico di Al Serraj per loro interventi militari nel sud del Paese – l’ultima a fine novembre. (https://www.africom.mil/media-room/Article/30843/u-s-libyan-officials-meet-in-tripoli). Da notare anche l’interesse del texano Guidry Group, un colosso fra le cui attività spiccano i <Security Services>, operativi da più di trent’anni in 148 paesi, e che ha al suo interno un dipartimento imprenditoriale che pare intenzionato a costruire un porto vicino nei pressi di Beida – sede del sedicente governo referente al parlamento di Tobruk (HoR) – con un investimento dichiarato di un miliardo di dollari.

Persino Al Serraj, in una recentissima intervista messa in onda dalla televisione giordana al-Mamlaka, considera la possibilità di dare origine ad una <istituzione paramilitare di sicurezza> per assorbire e contenere le diverse milizie.

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Nel contempo la popolazione, mossa dalla disperazione per l’assenza di uno Stato, minaccia la chiusura di due dei più importanti giacimenti petroliferi nel sud-libico, quello di al-Sahara (NOC-Repsol) e quello di El-Feel (NOC-Eni), che sono stati messi ora in stato di allerta.

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Che errore non aver aiutato la Libia dopo la caduta di Gheddafi, quando nel 2012-13 esisteva un grande entusiasmo ed ottimismo nella popolazione, e non è che non l’avessero cercato o chiesto!

Ecco una recente dichiarazione di Ali Zeidan, primo ministro della Libia dal Novembre 2012 al Marzo 2014: “Le Nazioni Unite ed i Paesi occidentali per una ragione o per l’altra hanno mancato nell’assistere la Libia in alcun modo dopo la caduta di Gheddafi. Ho chiesto loro ripetutamente di esserci più vicino… averci lasciati soli è stato un errore”.

La politica italiana? Dopo l’intervento militare nel 2011, seguendo con oltre 2000 uscite di combattimento l’iniziativa Francia-NATO, totalmente assente – salvo poi contrastare l’immigrazione attraverso il Mediterraneo.

Non è difficile immaginare che una Libia stabile avrebbe probabilmente assorbito buona parte dei migranti come forza di lavoro per la ricostruzione del paese.

Luigi Maccagnani