L’AMBIGUO RAPPORTO USA-ISRAELE

17 maggio 2018
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di Fabrizio Maltinti

Ho letto, con il consueto interesse, l’analisi che Alberto Negri ha fatto su Tiscali Notizie (http://notizie.tiscali.it/esteri/articoli/israele-morti-trump/), centrata sui rapporti USA/Israele e nel quale sostiene che “Trump ha trasformato Israele in gendarme degli americani”.

Si tratta di un’analisi largamente condivisibile che prende anche in considerazione il ruolo subalterno al quale, obtorto collo, Europa e Russia sono costrette.

L’interessante analisi, tuttavia, non mi trova concorde con la premessa, ritenendo che non siano stati gli USA ad aver trasformato lo Stato di Israele nel suo gendarme in Medioriente, bensì l’esatto contrario. Soprattutto alla luce del fatto che talune decisioni USA in politica estera, non parrebbero essere state prese secondo l’interesse nazionale statunitense.

Come ci ricordano John J. Mearsheimer e Stephen M. Walt nel loro libro “La Israel lobby e la politica estera americana”, é da parecchi decenni – almeno dagli anni ’70 – infatti, che il motivo dominante della politica mediorientale statunitense, non è stato esclusivamente il petrolio – come si sarebbe portati a credere – ma l’incondizionato sostegno allo Stato di Israele.

Cosa che, se pareva logica in un’ottica di guerra fredda, quando Israele ha fortemente contribuito a contenere l’espansione dell’URSS nella Regione infliggendo umilianti sconfitte a Paesi nell’orbita di Mosca come l’Egitto e la Siria, non sembrava avere più senso dopo il dissolvimento dell’impero sovietico.

Quindi, perché gli USA hanno continuato a supportare la politica israeliana, anche contro i loro interessi nazionali? Soprattutto anche alla luce della tolleranza dimostrata dagli USA nei confronti della moralmente inaccettabile repressione israeliana nei territori occupati, in Cisgiordania ed a Gaza ed ai numerosissimi veto USA alle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU contro Israele. Posizioni queste che, tra l’altro, hanno fortemente contribuito a scatenare l’odio dei Paesi arabi verso gli Stati Uniti; odio che ha, poi, portato anche ad atti di terrorismo contro cittadini e strutture USA.

Certamente questo ininterrotto supporto non è stato dettato dal fatto che, come la propaganda ha spesso sbandierato, USA ed Israele condividono importanti comuni interessi strategici e primari valori etici; molto più probabilmente, la spiegazione di ciò che è avvenuto va trovata nell’enorme potere condizionante svolto negli USA dalla potentissima “lobby ebraica”. Delle cui capacità di manipolare le decisioni politiche USA, gli esempi non mancano di certo.

Negli Stati Uniti vi sono molte organizzazioni “ebraiche” pro-Israele, sia formate da cittadini di religione ebraica e sia da cristiani neo-con, tuttavia, probabilmente, le più potenti nell’influenzare le decisioni del Parlamento e dei Governi USA sono l’AIPAC (The American Israel Public Affairs Committee) e la CPMJO (Conference of Presidents of Major Jewish Organizations), capeggiate da ebrei integralisti che, generalmente, sostengono le politiche del Likud, il Partito israeliano di destra che propugna politiche espansionistiche e si oppone alla creazione di uno Stato Palestinese.

Per supportare le politiche pro-Israele, la lobby agisce su due differenti binari: in primis, esercita una significativa influenza a Washington, facendo pressioni sia sul Congresso che sul Governo; quindi, cerca di far apparire le scelte dei governi israeliani come le sole eticamente “giuste” e condivisibili, reprimendo qualunque possibile critica nei confronti di Israele.

Non solo questo, la lobby israeliana riesce ad orientare le enormi sovvenzioni elettorali dei comitati elettorali pro-israeliani, verso questo o quel candidato “amico” al Congresso od anche orientando i votanti ebrei in occasione delle elezioni presidenziali.

Oltre ad influenzare direttamente il Governo, la lobby si sforza di plasmare l’opinione pubblica attraverso i principali mezzi di informazione, dal momento che la maggior parte dei commentatori televisivi è pro-Israele. Infine, a partire dagli anni 2000, la lobby si è mossa per promuovere la causa di Israele nei campus universitari, fino ad allora di tendenza liberal.

E, dove non si riesce ad imporre le proprie idee, c’è sempre l’efficacissima arma dell’antisemitismo utilizzata per marchiare i pochi dissidenti che osano criticare le politiche dei Governi israeliani.

Ed è con questa ottica che, a mio parere, devono essere inquadrate, le operazioni politico-economico-militari USA anti-IRAQ (ieri) ed anti SIRIA ed anti-IRAN (oggi), con lo scopo primario di proteggere lo Stato di Israele.

Un esempio paradigmatico di ciò sono le parole di Madame Clinton quando era Segretario di Stato nell’Amministrazione Obama, che, in una mail del 31/12/2012, scrive: “È la relazione strategica tra l’Iran ed il regime di Bashar al Assad che permette all’Iran di minare la sicurezza di Israele, non con un attacco diretto, ma attraverso i suoi alleati in Libano, come gli Hezbollah”; sottolinea, quindi, che “il miglior modo di aiutare Israele è aiutare la ribellione in Siria” concludendo con “Il rovesciamento di Assad costituirebbe non solo un immenso beneficio per la sicurezza di Israele, ma farebbe anche diminuire il timore israeliano di perdere il monopolio nucleare”.

Ma non solo questo, secondo quanto riportato dall’ex agente dell’NSA Edward Snowden, anche la nascita dell’ISIS andrebbe inquadrata in questa ottica. Egli, infatti, ci informa dell’operazione “Hornet’s Nest” (Nido dei Calabroni), un’operazione congiunta con la quale, la CIA ed il Mossad (il servizio segreto israeliano), avrebbero addestrato ed armato i miliziani dell’ISIS, in quanto tale operazione sarebbe stata “l’unica soluzione per proteggere lo Sato ebraico, creando un nemico alle sue frontiere, indirizzato contro gli Stati islamici che si oppongono alla sua presenza, soprattutto anti-IRAN ed anti-SIRIA”.

Fabrizio Maltinti

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