«Strategia internazionale e strategie regionali/nazionali»

4 aprile 2018
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della Redazione

Il recente articolo di Fabrizio Maltinti «Esiste ancora la sovranità nazionale?» del 29 marzo ha suscitato molta curiosità, tanto consenso e – soprattutto – parallelismi con altri recenti articoli, non nostri, che sono apparsi convergenti nei temi trattati.

Come sempre, ci fa piacere stimolare il dialogo. soprattutto quando l’oggetto dello stesso è il Mediterraneo, ed esso può essere utile a stimolare l’interesse verso la sua storia e le sue peculiarità. La sensibilità verso la conoscenza delle tante criticità e specificità esistenti al suo interno. La presa di coscienza delle difficoltà che incontrano le politiche locali a farsi largo nelle strade tracciate dai flussi ormai consolidati e profondi dell’omologazione globalizzata e delle economie che ad essa si associano. Anzi ne sono la logica espressione.

Solo attraverso questa consapevolezza potremo capire il perché delle difficoltà incontrate alla prevalenza sul proprio suolo delle politiche dei Paesi rivieraschi e del perché, al contrario, le strategie di tanti Paesi estranei al bacino mediterraneo siano prevalenti al suo interno.

Nulla cambierà finché questi Paesi non riusciranno a formare una community pacifica, coesa, autonoma, convergente nei comuni obiettivi e prevalente nella gestione degli interessi e delle politiche al suo interno.

A voi i link a due articoli i cui autori nulla hanno contro la loro pubblicazione ad opera del nostro giornale. Ve ne cediamo link e testi integrali.

Buona lettura.

la Redazione di Omeganews.info

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Affrontare questo tema richiede la risposta ad una serie di quesiti. La madre di questi ha un peso specifico elevato: esiste davvero una Grande Strategia (Grand Strategy) italiana che non sia, come nella prassi quotidiana, adattarsi ad ogni contingenza? Una definizione appropriata potrebbe essere: “ La Grande Strategia altro non è che l’atteggiamento dello Stato in politica estera e politica interna per la salvaguardia dell’Interesse Nazionale”. Questo però ci porta nuovamente su un terreno scivoloso, in quanto, anche qui, serve una definizione. Si potrebbe dire che “l’Interesse Nazionale è l’insieme degli obiettivi e delle ambizioni dello Stato in campo politico, economico, militare, culturale e di sicurezza”. Ma l’Interesse Nazionale esiste ancora come tale, oppure annaspa in un crogiolo di altri interessi, considerati i numerosi Organismi internazionali di cui facciamo parte?

Due casi emblematici

Un cittadino americano che volesse sapere quali siano la Grande Strategia e l’interesse Nazionale degli Stati Uniti, non avrebbe difficoltà a documentarsi. Ogni quattro anni viene redatta una Quadriennial Defense Review , l’ultima è del 2014, epoca Obama, ma potrebbe benissimo essere stata scritta sotto Trump. I concetti sono riassunti in un paper oggetto di studio alla National Defense University (Ndu), dal titolo The Grand Strategy of the United States. In soli due paragrafi si snocciolano i modo chiaro pochi concetti che spiegano tutto.

In quello intitolato The Ends (finalità) of Grand Strategy, si afferma che in ogni caso vanno tutelati i principali interessi, ovvero: difendere il proprio territorio; proteggere i cittadini in patria e all’estero; difendere i valori costituzionali e la forma di governo; salvaguardare l’economia e lo standard di vita. A questo fine, nel paragrafo successivo, The means (i mezzi) of Grand Strategy, si indica la necessità di forti alleanze e accordi bilaterali; credibile deterrente nucleare; capacità militari idonee a prevalere in caso di conflitto; intelligence in grado di assicurare la percezione della sicurezza a livello globale.

Qualora lo stesso cittadino americano volesse anche mantenersi aggiornato, non avrebbe che da sfogliare la rivista bimestrale The National Interest. C’è tutto. Al contrario, se un cittadino italiano volesse sapere da fonte ufficiale le medesime cose, decisamente (e senza certezza di risultato) gli si complicherebbe alquanto la vita.

L’Onu, la Nato e l’Unione europea

La carta delle Nazioni Unite è portatrice di principi-interessi universali che per brevità e conoscenza generale evitiamo di elencare. Sappiamo tutti che si tratta di diritti fondamentali collegati alla dignità ed al valore della persona umana. Non v’è nulla di confutabile e non sembrano intravedersi spazi per uno specifico Interesse Nazionale.

La dottrina e la strategia della Nato sono note; e una versione aggiornata si può desumere dal comunicato del vertice di Varsavia del 2016, dell’inusitata lunghezza di una trentina di pagine. Lettura senza dubbio interessante, ma poco utile ai fini di una risposta ai nostri quesiti. Infatti, ci accorgiamo subito che, se volessimo perseguire interessi nazionali non convergenti, mancherebbe lo spazio.

L’adesione all’Unione europea comporta l’accettazione dell’‘Acquis’ comunitario. Altri vincoli, nell’interesse comune di un’ Unione che dovrebbe comprendere l’Interesse Nazionale dei singoli. Ma per il momento non è ancora così; e ce ne accorgiamo giorno dopo giorno. Un nostro Interesse Nazionale, con ogni probabilità, ci porterebbe a muoverci in direzioni diverse e fuori dalle regole. Regole, si badi bene, che noi stessi abbiamo approvato come piattaforma comune. Fin qui, spazi per specifici interessi nazionali dei singoli non sembrano intravedersi.

Nel 2016, l’Italia ha contribuito in modo sostanziale all’elaborazione di una European Union Global Strategy (Eugs), che è stata profondamente attualizzata rispetto a quella pre-esistente. Le prime proposte di attuazione concreta le troviamo nel successivo EU Defence Action Plan, dove si delineano acquisti in comune, incremento della capacità di sviluppo industriale e contributi finanziari per la ricerca di settore. In definitiva, le strategic priorities riguardano solo aspetti inclusi in un Interesse comune, che, nelle intenzioni, comprende anche quelli nazionale di ciascun Paese membro.

L’Italia nel nuovo bipolarismo

Possiamo affermare che, poggiando le Organizzazioni internazionali su principi universali (evitiamo, qui, di chiamarli utopie), Grande Strategia ed Interesse Nazionale sono espressioni lecite nella misura in cui non configgono con i principi cui abbiamo fatto cenno. La stessa Costituzione ci autorizza a limitare la nostra sovranità e, settant’anni dopo, il Libro Bianco 2016 indica un quadro strategico mutevole e detta principi di politica estera, interna e di sicurezza ampiamente consequenziali.

Così attrezzati, in un mondo perfetto saremmo prontissimi a misurarci con chiunque. Se non che perfino l’Occidente, pur solidale nella Dottrina, si divide nella sua applicazione. Ad esempio, per quanto ci riguarda, già la singolarità del nostro rapporto con la Russia e la posizione sulla Libia tenderebbero ad isolarci in Europa e nella Nato.

Il futuro del mondo, dando per scontato un confronto anche solo economico Stati Uniti e Cina, sarà “diversamente” bipolare e le Grandi Strategie dovranno necessariamente mutare per adattarsi a Interessi Nazionali che già stanno cambiando. In questo nuovo “grande gioco” l’Italia, tutto sommato, è fortunata: vaso di coccio tra poteri e volontà più forti, potrà esprimersi al meglio continuando a comportarsi come sempre le è stato congeniale. Ovvero, dotarsi di una Grande Strategia a doppio binario (uno virtuale e l’altro reale) non in conflitto con i principi universali e nel contempo perseguire un Interesse Nazionale a geometria variabile, mutevole in funzione della convenienza. Scandaloso? Forse sì, ma non più di tanto. “Così fan tutti”…

http://www.affarinternazionali.it/2017/11/italia-strategia-interesse-nazionale/

 

Italia e Inghilterra: amore e conflitti

di

Roberto Giuliano

27 marzo 2018

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C’è un lungo filo rosso che collega l’Italia agli inglesi, con luci e ombre che hanno segnato la storia del nostro Paese.

L’Inghilterra da sempre ha cercato di svolgere un ruolo di bilanciere nelle varie situazioni prima delle guerre mondiali. Gli inglesi si sono sempre schierati con le nazioni considerate più deboli. L’interesse inglese è stato sempre quello di impedire che nel continente europeo emergesse una nazione dominatrice. Essendo degli isolani, la loro priorità è sempre stata il controllo delle rotte marine e quella del Mediterraneo in particolare. Non è un caso che si è sempre vociferato che lo sbarco dei mille e l’Unità d’Italia siano stati favoriti dagli inglesi per impedire agli spagnoli di controllare tali rotte. L’interesse degli inglesi verso l’Italia si è espresso in varie forme, dall’innamoramento reciproco della cultura italiana da parte degli inglesi come degli stessi italiani verso l’Inghilterra.

Ormai è documentato che il Corriere della Sera fu uno strumento, fin dai suoi albori, degli interessi inglesi sia per innamoramento che per convenienza. Lo stesso carteggio tra Mussolini e Churchill, mai trovato, si ipotizza consegnato agli inglesi affinché non emergessero le riflessioni reciproche sul fascismo, sta a dimostrare questo forte rapporto tra le due nazioni. Chissà se l’esproprio alla famiglia Rizzoli del “Corriere” non sia stato un combinato disposto per mettere il giornale nelle mani delle banche facilmente condizionabili dagli interessi finanziari, sia britannici che internazionali in genere.

Questo rapporto con l’Inghilterra non è mai stato evidente perché, dopo la Seconda guerra mondiale, tutto l’Occidente era nella sfera di protezione e d’interesse americana nella lotta titanica al comunismo. Negli Accordi di Yalta, tra le potenze vincitrici e la Russia comunista, l’Inghilterra accettando le condizioni poste dal trattato chiese agli americani di mantenere una sua influenza sull’Italia. Sono passati più di 70 anni dalla fine della guerra e noi italiani dovremmo sempre essere riconoscenti agli alleati per il loro contributo fondamentale alla nostra liberazione dal fascismo, e al rinascere di valori come la libertà e la democrazia.

Il nostro Paese in questi anni è sempre stato strabico: da un lato fortemente esterofilo e fortemente occidentale, dall’altro senza una sua cultura di patria e nazione e, ispirato dalla cultura universalistica cattolica e terza internazionalista, ha rifiutato questi valori anche per paura di un ritorno al fascismo, dimenticandosi tutta la storia risorgimentale. Con la fine del comunismo è finito l’interesse dell’America in termini strategici sia sull’Europa che sull’Italia, e sono emersi gli interessi finanziari ed economici senza più forme di controllo politico come la Guerra fredda. In questi ultimi anni sia i governanti francesi che inglesi non sempre si sono comportati da alleati, ma ciò è dipeso anche da noi e dalla nostra pseudo classe dirigente.

Il bombardamento della Libia e la destabilizzazione del Governo Berlusconi mediante la vendita dei bond italiani da parte della Deutsche Bank governata da società inglesi, il famoso incontro sul Britannia di operatori economici e comici italiani con finanzieri anglosassoni, il preludio di Mani Pulite che ha scosso il Paese; sono tutti avvenimenti che vedono la presenza di interferenze inglesi nel nostro Paese, non ultimo il caso Regeni che ha rovinato i nostri rapporti economici e diplomatici con l’Egitto, nonché l’acuirsi a mio parere strumentale della crisi con la Russia che obbliga gli alleati a seguirla in questo suicidio di sanzioni economiche, che guarda caso colpisce anche l’Italia e obbliga Donald Trump a mantenere alta la tensione con Vladimir Putin. Mentre la Nato e l’Europa non hanno niente da dire sulla Turchia di Erdogan. O l’Europa si rinnova e trova le ragioni della sua esistenza in questo mondo globalizzato, realizzando regole per democratizzare la finanza internazionale e le multinazionali, oppure questa Europa di burocrati corre il rischio di far emergere egoismi nazionali in lotta tra loro che hanno determinato nella storia tragedie e lutti.

http://www.opinione.it/politica/2018/03/27/roberto-giuliano_italia-inghilterra-intese-rapporti-storia-guerre-libia-trump/

One Response to «Strategia internazionale e strategie regionali/nazionali»

  1. fabrizio maltinti on 7 aprile 2018 at 12:21

    Sebbene condivida le conclusioni a cui arriva Roberto Giuliano nel suo articolo “Italia e Inghilterra: amori e confini”, trovo il suo approccio nei confronti dei britannici eccessivamente “soft”.
    Lui scrive, infatti, che “L’Inghilterra ha da sempre cercato di svolgere un ruolo di bilanciere….”, ed ancora, “gli inglesi si sono sempre schierati con le nazioni considerate più deboli”. Ecco, su questo, non mi trova concorde: più che di “bilanciere”, l’Inghilterra, attraverso la sua arrogante politica coloniale, ha sempre cercato di dominare il resto del Mondo e, più che schierarsi con le Nazioni più deboli, le ha sempre depredate delle loro risorse; ed è per questo motivo che “L’interesse inglese è sempre stato quello di impedire che nel continente europeo emergesse una nazione dominatrice” …certo, voleva dominare da sola.
    Ed è anche vero che la Royal Navy britannica “protesse” dalla Marina Borbonica le “navette” che trasportavano i Mille in Sicilia, ma, forse, più che in chiave anti-spagnola, credo che l fecero anche per poter vantare un credito nei confronti di Cavour e dei Savoia, incuneandosi così nel rapporto di alleanza tra il Piemonte e l’Imperatore francese Napoleone III.
    Infine, quando Giuliano parla di riconoscenza nei confronti degli Alleati per la “liberazione”, non dobbiamo omettere di vedere che, se certamente, ci hanno liberato da una dittatura, ci hanno anche trasformato in una “colonia” della finanza USA (AM lire, Piano Marshall, sostegno economico ai Partiti in chiave anti-URSS, ecc..) cosa che ci ha sempre impedito di prendere decisioni che fossero coerenti con gli interessi economici nazionali. La tragedia é che la cosa continua tutt’oggi

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