Conseguenze della Prima Guerra Mondiale sul Medio Oriente

di Fabrizio Maltinti

Quest’anno ricorre il centenario del termine della Prima Guerra Mondiale (PGM) e molte sono le manifestazioni organizzate da Enti e da privati per celebrarlo.

La quasi totalità di questi eventi celebrativi, tuttavia, sono focalizzati sui fatti “di casa nostra”, in considerazione del fatto che la PGM è percepita come una guerra “nostra”, una guerra “locale”, una guerra che ha avuto effetti e conseguenze limitati al solo teatro europeo. Ricordo che, a suffragio di questa diffusa percezione, nella scuola, veniva insegnato che, per noi italiani, la PGM altro non era che la Quarta Guerra d’Indipendenza dall’Austria.

Nella realtà, l’impatto degli esiti della PGM ha generato profondi effetti che sono andati ben al di là dei confini della vecchia Europa. Aspetti che, come vedremo, sono ancora evidenti ai giorni nostri.

Se diamo uno sguardo alla situazione delle Nazioni rivierasche del Mediterraneo al tempo della PGM, vedremo che la totalità di esse era stata colonizzata dagli Stati Europei, in particolare, la Francia aveva colonizzato il Marocco, l’Algeria e la Tunisia (in realtà una piccola parte del Marocco, essendo le aree di Ceuta e Melilla sotto controllo spagnolo); l’Italia aveva colonizzato la Libia; la Gran Bretagna controllava l’Egitto e gli Stati del Golfo – da cui controllava gli accessi al Mediterraneo. Le attuali Palestina, Libano, Giordania, Siria e Turchia, erano sotto controllo Ottomano.

Al termine della PGM – esattamente come accadde con la Germania, che venne accusata dai vincitori di essere la sola responsabile del conflitto e, per questo, doveva essere punita – le potenze dell’Intesa erano determinate ad usare il pugno di ferro anche con gli Ottomani, dimostrando una miopia culturale senza pari che fece sì che i territori dell’ex Impero Ottomano venissero smembrati con la sola logica del perseguimento degli interessi economici europei, di Francia e Gran Bretagna in particolare.

Mi riferisco in particolare alle conseguenze dei cosiddetti “Accordi Sykes-Picot” che nel maggio del 1916 sancirono la spartizione di una gran parte del Vicino Oriente tra la Francia e la Gran Bretagna; la Francia prendeva sotto controllo il Libano, la Siria ed una porzione di territorio a nord dell’Irak, mentre alla Gran Bretagna andavano la Palestina, la Giordania e la maggior parte dell’Irak.

L’Accordo, inoltre, prevedeva la nascita di due nuovi Stati, uno Stato curdo ed uno Stato armeno.

Un caso particolare fu quello della Turchia, infatti, all’armistizio, in aggiunta all’atteggiamento inflessibile dei britannici, si aggiunsero le aspirazioni dei Greci, che non avevano mai abbandonato il progetto della “Megali Idea”, la “Grande Idea”, un concetto che esprimeva la volontà di annettere allo Stato Ellenico tutti i territori abitati da popolazione di etnia greca in modo da creare un unico grande Stato unitario, con Costantinopoli capitale al posto di Atene.

I Greci ottennero dal Trattato di Sevres del 10 agosto 1920, porzioni di territorio come le isole dell’Egeo, la regione di Smirne e l’intera Tracia turca. Probabilmente le cose sarebbero rimaste così se la scarsa lungimiranza politica dei Greci non li avesse portati a scatenare, nel 1921, un’offensiva verso est, giungendo a minacciare Ankara.

Il pericolo di scomparire del tutto come Nazione consolidò le file dei Turchi – guidati dal giovane Generale Mustafà Kemal Ataturk – che riuscì a mobilitare un esercito che, nell’agosto del 1922, condusse una violenta controffensiva che portò i Greci a collassare ed ad abbandonare l’area di Smirne.

Con il successivo Trattato di Losanna del Luglio del 1923, alla Turchia venivano riconosciuti gli attuali confini, sacrificando, tuttavia, i diritti dei Popoli armeno e curdo, con la scusa, adottata da Ataturk (parola che vuole dire “padre dei Turchi”) che gli accordi che prevedevano i due nuovi Stati Armeno e Curdo erano stati sottoscritti dai rappresentanti ottomani e che, pertanto, la nuova Turchia non era tenuta a rispettarli.

Se possibile, ancor più gravi conseguenze nei rapporti tra Occidente e Vicino Oriente le generò la cosiddetta “Dichiarazione di Balfour”.

Lord Arthur Balfour era Ministro degli Affari Esteri della Gran Bretagna quando, il 2 novembre del 1917, annunciò che Sua Maestà Giorgio V, vedeva di buon occhio l’istituzione di un focolaio ebraico in Palestina (Palestina che, lo ricordiamo, era un protettorato britannico) ed impegnava il Governo a favorirne la realizzazione.

1902201804Adesso, senza entrare nel merito del diritto o meno del Popolo Ebraico ad insediarsi in un territorio che apparteneva ai popoli che da secoli vi vivevano, è chiaro come l’intento britannico fosse quello di tutelare gli interessi di Londra nell’area, nella convinzione che le influenti minoranze ebraiche, sia negli Stati Uniti che in Russia, sarebbero state riconoscenti alla Corona per la sua decisiva presa di posizione a loro favore.

Una volta immigrati in Palestina, gli Ebrei – la maggioranza dei quali provenienti da nazioni dell’ex Impero Russo – cominciarono subito a disputare agli Arabi l’acqua e la terra, i due beni primari della Palestina.

Terre che, spesso, venivano occupate dagli immigrati ebrei attraverso l’espropriazione violenta. Ciò non poteva che portare, dapprima, a tensioni e quindi a conflitti e scontri in quanto gli Arabi si sentivano giustamente aggrediti dall’espansionismo sionista, come abbiamo detto, spesso violento.

La convivenza sulla stessa terra tra i due Popoli, ma soprattutto, tra due culture differenti, divenne, da subito, un fattore decisivo. Una valida soluzione avrebbe potuto essere la divisione del territorio tra i due Popoli, ma la politica britannica fu, come d’abitudine, ambigua ed altalenante.

La Gran Bretagna si rese così responsabile del peggioramento della situazione conflittuale. Infatti, mentre appoggiava le rivendicazioni sioniste, allo stesso tempo, non voleva scontentare gli Arabi che le fornivano il petrolio.

È evidente come, già allora, la politica estera degli Stati Occidentali in genere e della Gran Bretagna, in particolare, fosse dettata da mere ragioni di interessi economico-commerciali.

Un ulteriore aggravamento della situazione in quelle terre si registrò al termine del Secondo Conflitto Mondiale quando all’egemonia di Francia e Gran Bretagna, si sostituì quella di Stai Uniti ed Unione Sovietica che trasportarono in quei territori la loro Guerra Fredda. Anche qui con conseguenze che, anziché affievolirsi alla caduta dell’URSS nel 1991, si sono esasperate in seguito alla spregiudicata politica portata avanti dai Governi USA nel Medioriente, a partire dal 2001.

Una serie di errori di valutazione, ripetuti e mai sanati ed in cui gli interessi economici dell’Occidente hanno sempre prevalso sugli interessi dei Popoli che in quelle terre vivevano, che continuano ad essere fonte di conflitti e dispute geopolitiche che, a distanza di un secolo, ancora una volta, stanno riscrivendo i confini ed i destini di quelle stesse Nazioni.

La sola differenza con il passato saranno i nomi a cui saranno intestati i nuovi “Accordi”, nomi diversi ma, certamente sempre nomi occidentali.

Fabrizio Maltinti

19 .02.2018