«La conchiglia», di Mustafa Khalifa. “I miei anni nelle prigioni siriane”

8 maggio 2017
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Recensione di Anna La Rosa

 

AL – Proprio oggi, giornata in cui il mondo ricorda la nascita di Henry Dunant (8 maggio 1828), fondatore della Croce Rossa, ecco la recensione di un libro di testimonianza e di denuncia. Oggi quindi, con il romanzo “La conchiglia” di Mustafa Khalifa, ricordiamo quei vulnerabili che colpirono Henry Dunant durante la battaglia di Solferino e che lo portarono, per tutta la vita, a rincorrere un sogno di pace e di fraternità tra i popoli. Purtroppo, l’uomo ha continuato, e continua, a creare orrori. Con la sintetica recensione dell’emozionante ed intenso libro di Mustafa Khalifa ricordiamo le tante vittime senza voce e rendiamo omaggio a chi affida ad ognuno di noi, alla storia, il coraggio di una testimonianza

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Mustafa Khalifa, La conchiglia. I miei anni nelle prigioni siriane, Castelvecchi editore, 2014.

L’autore, Mustafa Khalifa, ci offre una preziosa testimonianza. Quella di chi ha sperimentato l’ingiusta prigionia, la tortura fisica e psicologica, messa in pratica da un regime dittatoriale che si esprime attraverso la violenza.

Non è quindi un romanzo fatto di fantasia ed immaginazione e la crudeltà e la violenza che leggerete non sono le finzioni a cui ci hanno abituati film e serie televisive, ma azioni subite e praticate realmente da persone vere.

Non c’è lieto fine per chi sopravvive all’orrore, non c’è salvezza per chi dall’orrore riesce a tornare.

Con un linguaggio semplice e asciutto, l’autore riesce a portarvi nei luoghi descritti, vicino al protagonista: vedrete così ciò che lui guarda, rimarrete sconvolti di fronte alla crudeltà, vi assaliranno il disgusto, la commozione, la solitudine, lo smarrimento.

Sarete confusi e indignati quando vi preleveranno dall’aeroporto, appena tornati in Patria, e senza darvi alcuna spiegazione vi porteranno presso una sede dei servizi segreti. Attraversando quei corridoi percepirete un odore particolare ed imparerete a riconoscere il “lezzo della crudeltà”.

Confusione ed indignazione lasceranno presto il posto alla disperazione, allo smarrimento e al dolore con le prime torture e la scoperta di essere stato arrestato come militante dei fratelli musulmani. A nulla servirà dire di essere di religione cristiana e, quindi, estraneo all’estremismo religioso musulmano. Anzi, questa rivelazione cucirà addosso al protagonista una etichetta indelebile per moltissimo tempo, anni, e sarà la causa del suo isolamento. Un dramma nel dramma, una prigione nella prigione. L’aver dichiarato di essere cristiano porterà gli altri prigionieri a guardarlo con diffidenza e sospetto, ad isolarlo brutalmente, persino a minacciare la sua vita. Così, per sopravvivere alle continue torture e alla solitudine, il protagonista costruirà attorno a sé una conchiglia protettiva in cui rifugiarsi e dalla quale osservare il mondo.

Nella Prigione del deserto, a Tadmur, trascorreranno dodici anni e, nel piccolo mondo contenuto nello spazio di una cella di pochi metri, viene descritta l’umanità con le proprie emozioni messe a nudo: i gesti meschini, la paura, la viltà, ma anche la grandezza degli esseri umani, capaci di grandi gesti di coraggio, di compassione, di solidarietà e di amore anche in mezzo alla morte e all’orrore.

L’autore vi porterà attraverso un viaggio fatto da un caleidoscopio di emozioni che vi travolgeranno e, forse, come è accaduto a me, alla fine del libro rimarrete interdetti e stravolti al pensiero dell’orrore che – ancora oggi – gli esseri umani sono capaci di immaginare e di agire nei confronti del prossimo.

È un libro da leggere che racchiude la bellezza e la crudeltà di cui è capace l’uomo. È una testimonianza da ascoltare con attenzione di cui Mustafa Khalifa ci fa dono

 

Anna La Rosa

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