6 luglio 2015, di ritorno dalla Grecia

7 luglio 2015
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di Alberto Osti Guerrazzi

0707201501Oxi, no, no alla politica ridotta ad ancella della finanza, no a far pagare ancora ai deboli e svantaggiati errori e crimini che non hanno commesso.

Ero in Grecia domenica 5 luglio, in una piccola località balneare chiamata Milina; si trova nella penisola del Pilion, a sud di Volos, nella Grecia orientale. È la terra dei Centauri e degli Argonauti; è un posto tranquillo, di turismo locale e familiare, con un mare, quello del golfo di Volos, sempre calmo e liscio.

Un luogo adatto al riposo e al relax.

Milina non è Comune, fa parte della Municipalità del Pilion meridionale; nel paesino c’è una Casa Comunale, una specie di ufficio di circoscrizione. Lì era il seggio per votare al referendum, lì abbiamo visto i Greci del posto andare a votare, tranquillamente, e nel mentre discutevano, si infervoravano, ma nulla di più.

Purtroppo non parlo greco, per cui ho potuto chiacchierare solo con quei locali che parlavano inglese o italiano, come il farmacista, o il noleggiatore di biciclette. Comunque, tutti quelli con cui ho parlato mi hanno detto che avevano, o avrebbero votato no, oxi. E più o meno tutti per le chiare e decisive ragioni riassunte nelle prime due righe di questo scritto.

Uno degli amici italiani che era con me in vacanza criticava la scelta di Tsipras di indire un referendum: è una questione troppo tecnica, complessa, cosa può saperne la gente? Come può scegliere a ragion veduta? È populismo, ed è anche, sosteneva, un modo che Tsipras ha scelto per liberarsi della necessità di dover decidere.

Non ero, non sono d’accordo; per due motivi.

Il primo è che i Greci, ormai credo tutti quelli di età compresa tra i 5 e i 95 anni, sanno benissimo quali siano i termini delle cosiddette “riforme” che la Troika vuole imporre loro; e conoscono anche le controproposte (piuttosto ragionevoli alla luce dei fatti degli ultimi anni) di Tsipras e Varoufakis.

Panagiotis ci ha affittato delle bici, le ha portate giovedì ed è venuto a ritirarle domenica mattina, dopo aver votato, oxi. Parla inglese, lavora nel turismo: “la Troika” ci dice, “vuole alzare l’IVA sulle attività turistiche dal 6% al 23%; e questo quando tutti gli altri Paesi mediterranei, dal Portogallo alla Croazia e alla Turchia, l’hanno inferiore al 10% (mi ha detto la cifra precisa per ogni Paese, cifre che non ricordo più). Ciò significa uccidere il settore principale della nostra economia!”

Difficile dargli torto.

I Greci sono molto, molto informati, da mesi non parlano d’altro, e si sa quanto a loro piaccia discutere; ce lo hanno insegnato loro, cosa significhi analizzare un problema.

Il secondo e forse più importante motivo che mi faceva condividere la scelta di Tsipras è che con il referendum si ridà voce alla democrazia, al popolo. Si torna, o almeno si prova a tornare ad una politica fondata sul consenso e non sulla tecnocrazia (che guarda caso quando si tratta di banche too big to fail non si fa scrupolo di finanziare mega salvataggi).

Questa scelta del referendum, più di tutte le sue altre, aveva fatto accusare Tsipras di demagogia e populismo; motivo per il quale lui, e soprattutto Varoufakis sono stati accusati di essere inaffidabili, di non fare proposte “serie”. Inaffidabili? Poco seri? Perché? Solo perché non condividono appieno il pensiero unico e i dettami del neo liberismo? Perché non indossano la cravatta? È evidente che per Bruxelles si è affidabili solo se, come il nostro bravo Monti, si eseguono alla lettera e senza fiatare tutte le direttive ricevute dalla UE; e magari meglio se non si è stati eletti in regolari elezioni, né si è sentito il parere dei propri cittadini.

Secondo il mio amico Xristos su queste accuse di scarsa serietà è stata montata una campagna denigratoria, indirizzata principalmente contro Varoufakis e assecondata da economisti importanti come Daniel Gros o Bini Smaghi; campagna il cui evidente obiettivo era delegittimare Syriza, vista come un pericolo da esorcizzare prima che contagi altri paesi “a rischio” (a rischio di non fare i compiti a casa previsti dalle varie Troike), come testimonia Spagna con Podemos o l’Italia con i 5 Stelle.

Perché un rischio? Perché, è evidente, porta avanti un’idea di cambiamento del paradigma neo liberista che della crisi è la causa principale. Poiché però minerebbe le capacità di profitto e potere di banche e finanza internazionale, tale cambiamento va combattuto con tutte le armi a disposizione, anche le meno corrette.

Varoufakis è stato accusato di scarsa serietà, di istrionismo, di vacuità perché alle riunioni dell’Eurogruppo parlava con tono professorale irritando gli altri ministri.

0707201502Xristos pensa, e io sono d’accordo con lui, che tale irritazione nascesse dal fatto che un gruppo di contabili alla prese con i conti da far quadrare si sia improvvisamente trovato di fronte a ragionamenti e considerazioni che andavano oltre quei conti, mostrandone l’insipienza, quando non la pericolosità. A persone ricche di auto considerazione come è probabile siano i vari Schauble e Djsselbloem tali ragionamenti devono essere apparsi un insulto, tanto che sono, loro, arrivati ad insultare il ministro greco.

E tuttavia l’irritazione credo derivasse anche dal rendersi conto, nell’Eurogruppo, che vi era una voce contraria alle politiche neo liberiste e pro grande finanza, una voce che rischiava di far apparire la nudità del re.

E allora si citano i casi postivi, di Spagna, Portogallo, Irlanda; nei due paesi iberici effettivamente i conti sono a posto, ma al prezzo di una continua demolizione dello stato sociale e della crescita di disuguaglianza e povertà. Tanto che in Spagna a sottolineare la deriva anti democratica una legge di questi giorni punisce severamente le manifestazioni e le proteste non autorizzate.

L’Irlanda, poi, il suo stare meglio deriva essenzialmente dall’essere un paradiso fiscale.

La sera del 5, in un ristorante in riva al mare e al cospetto di un meraviglioso tramonto, da una TV accesa scorrevano i dati dello spoglio. All’inizio pareva testa a testa, poi oxi ha preso il largo e alla fine era 61 a 39.

Eravamo, noi ma di più i greci, contenti. Ad Atene e in altre città ci sono stati festeggiamenti, non dove eravamo noi, dove peraltro la soddisfazione era palese.

Hanno ragione a festeggiare, qualunque azione democratica deve essere ben accetta; nello sforzo di uscire dal paradigma del neo liberismo, pericoloso per la società, la cultura, l’ambiente, il 5 luglio 2015 resterà una data importante.

 

Alberto Osti Guerrazzi

2 Responses to 6 luglio 2015, di ritorno dalla Grecia

  1. Luigi R. Maccagnani on 8 luglio 2015 at 13:14

    Non conosco la Grecia, solo un giorno ad Atene, anni fa, approfittando di uno scalo tecnico verso il Vietnam, tanto meno l’economia del Paese e le condizioni di efficienza/inefficienza/corruzione in cui si trovano le istituzioni.
    Condivido la posizione dell’articolo, specialmente nel ruolo usurante del mondo finanziario e lo scaricarne il costo sui piu’ deboli
    Ma continua a girarmi in testa il detto popolare “una faccia, una razza” (sembra addirittura convalidato da uno studio sul DNA che tende a dimostrare un comune patrimonio greco-romano antico).
    E se cosi’ fosse, nulla criticando alle accuse di sfruttamento della situazione da parte del mondo finanziario, mi viene da guardare in casa nostra: non passa giorno che non esca un nuovo scandalo, non emerga un nuovo spreco, con miliardi buttati al vento ed un debito pubblico che aumenta … tutto un “magna-magna” il cui costo viene scaricato, anche da noi, sui piu’ deboli.
    Magari anche la loro “spending review” e’ alla moda di “una faccia, una razza”?
    Per un’Europa che non c’e’, non resta che sperare in Mario Draghi (ed i una spending review seria)

  2. Giancarlo De Berardinis on 9 luglio 2015 at 10:13

    Ottimo resoconto, decisamente migliore di molti reportage sentiti o letti in questi giorni sulla situazione greca.
    Quella del referendum è stata a mio avviso una brillante strategia politica che ha avuto ed avrà molteplici effetti benefici per Tsipras stesso, ma senza dubbio ha avuto il grande merito di alzare il livello di attenzione su alcune manovre poco chiare della Troika e di obbligare tutta l’Europa ad una seria ed urgente riflessione.
    Curioso sentire Tsipras minacciare dimissioni qualora avesse vinto il “SI”, mi viene da pensare che la cura la conosce e quindi sulla strada che lui pensa corretta per il suo Paese deve proseguire, la legittimazione è già avvenuta con la sua elezione.
    In parte concordo con l’amico di Alberto quando critica la scelta di Tsipras di indire un referendum: “è una questione troppo tecnica, complessa, cosa può saperne la gente?”
    È sicuramente vero che il popolo è sempre più informato e consapevole, questo grazie ai molteplici mezzi d’informazione e non ultimo internet, ma è altresì vero che i governanti sono un po’ come i medici a cui ci rivolgiamo quando stiamo male, seppur conosciamo la nostra malattia a loro ci affidiamo per avere la cura giusta.
    Democrazia significa “governo del popolo”, ovvero un Sistema di Potere in cui la sovranità è esercitata, direttamente o indirettamente, dai cittadini, i quali hanno democraticamente scelto di farsi rappresentare; nello specifico il popolo greco ha scelto di farsi guidare / curare dal “medico” Tsipras e quest’ultimo deve prendersi le giuste responsabilità che il popolo democraticamente gli ha affidato.
    Gli equilibri palesi o nascosti che guidano la politica della Troika, della Germania, della Francia, degli USA che auspicano una rapida soluzione del problema Greco, oppure della Russia e della Cina, che per ambire ad una presenza cruciale sul mediterraneo invece “tifano” contro una risoluzione, delle riforme strutturali che, anche se fosse un paese fuori dall’area Euro, la Grecia è obbligata ad effettuare per un economia sostenibile, sono effettivamente temi a mio avviso complessi per demandarli ad un referendum popolare.
    I medico può e deve informarmi sulla migliore cura per la mia malattia soprattutto se complessa e grave, sulle controindicazioni che la cura stessa comporta, ma la responsabilità finale ritengo debba sempre essere del medico, quest’ultimo non può chiedere al malato sull’onda emotiva la decisione finale, così si rischia confusione dei ruoli.
    La Grecia è un malato grave, motivo per cui è stato scelto un dottore e il suo staff per la trovare la giusta cura, se poi il popolo Greco non ritiene il dottore adatto, democraticamente deve cambiarlo.
    Ecco i medici si scelgono e non vengono imposti come in Italia, ma questo è un altro discorso.

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