Notiziario Periodico Mediterraneo

25042015

23 Aprile 2015

di Luigi R. Maccagnani

 

Libia

Febbraio 2014: Peace Works pubblicava un rapporto dettagliato sull’attività’ criminale in Libia (omeganews ne aveva pubblicato il 9 Giugno 2014: http://www.omeganews.info/?p=2531 ), in cui si faceva specifico riferimento al traffico di migranti, quantificando, nei tre esempi riportati, il calvario che queste persone affrontano nel transito in Libia ed il relativo riscatto, pagato in termini di soldi ed abusi, magari poi per finire in fondo al mare.

Stime dell’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati (UNHCR) dei flussi degli ultimi cinque anni, 2010-2014, mostrano un’impennata drammatica nel 2014 per la rotta centrale, prevalentemente dalla Libia, dai paesi “tradizionali” Nigeria, Somalia ed Eritrea, Tunisia, cui nello scorso anno si sono aggiunti numerosissimi Siriani. Modesto il flusso da Ovest, Algeria e Marocco, cui accedono prevalentemente emigranti dal Mali, Cameroon e Guinea; per la rotta orientale con origine in Turchia nel 2014 si segnala un modesto aumento per la componente Siriana (che comunque privilegia evidentemente la Libia) che si aggiunge ai migranti dalla Somalia e dall’Afganistan.

 

2504201502

 

Numerose sono state le segnalazioni, sia su queste pagine, sia provenienti da altre fonti, che dal 2013 hanno evidenziato il rischio cui la Libia andava incontro se il mondo internazionale non avesse teso una mano atta a contrastare il divagante potere dei “signori della guerra” che controllano le principali milizie e che lucrano sui traffici illeciti alimentando quel caos politico che è a loro necessario per continuare nelle attività criminali.

Numerose le richieste di assistenza che ognuno dei sei Governi che si sono succeduti dalla caduta di Gheddafi il 23 Ottobre 2011 ha rivolto all’Occidente. Certo, se si fosse intervenuti tempestivamente probabilmente la Libia non sarebbe precipitata nel baratro attuale, e forse avrebbe potuto proseguire nel suo percorso verso la democrazia.

La rivoluzione in Libia è stata spontanea, non di origine “islamista radicale”, ma voluta dalla gente comune, principalmente dalle fasce più giovani: ricordo l’entusiasmo che si respirava nell’estate del 2012 per le strade di Tripoli, l’ottimismo per un futuro migliore…

Forte era anche il pressing del mondo internazionale, gli occidentali attirati dalle opportunità legate al mondo petrolifero, altri – tra cui Turchia e Qatar – per le opportunita’ di ricostruzione (e forse per cercare un’influenza politica?).

La cosa che mi colpiva di più, al tempo, era la voglia di molti di lanciarsi nel privato, in un Paese dove per quaranta anni il privato era stato fuori legge, diventare imprenditori, e chiedevano aiuto non tanto in finanziamenti, quanto in tecnologie. Diverse persone, dato i grandi obiettivi di ricostruzione, pensavano alla ceramica ambendo ad associazioni con le fabbriche di Faenza, altri a società di servizio per l’indotto petrolifero, ma soprattutto per l’elettrico. “Avremo anche noi una classe media”.

Al contempo, il mondo politico si barcamenava cercando di impostare un governo e creare le istituzioni mancanti, via via prendendo coscienza del crescente pericolo che le “milizie” costituivano. Ed in questa fase sarebbe stato importante rispondere alle richieste di aiuto.

Difficile il lavoro di Bernardino Leon – UNSMIL, Missione ONU di Supporto alla Libia – che cerca di facilitare la formazione di un Governo di Unità Nazionale che possa prendere in mano la situazione, ma difficile pretendere che accordi “costruttivi” possano essere raggiunti quando alcuni – se non i più forti- contendenti hanno l’unica legittimazione quella delle armi, e nel frattempo il traffico illegale – compreso quello dei migranti – continua senza che nulla venga fatto.

Solo poche settimane fa, all’inizio di Aprile, Aghila Saleh, presidente del parlamento eletto, HoR (House of Representatives, Tobruk) era in visita in Italia, dove ha incontrato sia l’Onorevole Boldrini, presidente della Camera dei Deputati, sia il Ministro degli Esteri Gentiloni.

La visita del presidente Aghila Saleh, nell’aggiornare la controparte sulle prospettive del dialogo intra-libico sponsorizzato dall’ONU (UNSMIL), ha sicuramente insistito per un appoggio Italiano alla rimozione dell’embargo sulle armi, ed alla necessità di dare all’esercito Libico (LNA – comandato dal Gen. Haftar) gli strumenti per combattere sia il terrorismo, sia le “bande” criminali che gestiscono i traffici illegali.

A metà Aprile, il primo ministro Libico Al Thinni ha compiuto la sua prima visita a Mosca in quello che da alcuni è stato definito uno “shopping trip”.

Commentatori riportano le espressioni di delusione verso il mondo occidentale, il cui atteggiamento viene definito “contradditorio”: da una parte riconoscono il governo di Tobruk/Beida (HoR) come l’unico legittimo, mentre dall’altra negano l’aiuto necessario perché esso possa esercitare piena sovranità (da editoriale di Mustafa Fetouri).

Oltre a cercare di riallacciare i legami economici con la Russia, Al Thinni ha chiesto sostegno per la revoca dell’embargo sulle armi (embargo che fu imposto sulla Libia nel febbraio 2011 con risoluzione 1970 del Consiglio di Sicurezza ONU), cui far seguire la fornitura dalla Russia di armi ed addestramento.

Certo, una Libia stabilizzata non avrebbe impedito (e non impedirà se mai giungerà a stabilizzazione) il flusso di migranti dall’area sub-sahariana o dalla Siria, ma il controllo nel paese stesso, forse con l’aiuto di UNHCR, o comunque della comunità europea, avrebbe potuto molto mitigare gli aspetti disumani del traffico ed i relativi rischi.

 

http://www.usip.org/sites/default/files/PW96-Illicit-Trafficking-and-Libyas-Transition.pdf

Del rapporto si allega il paragrafo sul traffico con tre casi esemplicativi:

Migrant Smuggling

Libya has been a long-standing and important entrepôt for the migrant smuggling and human trafficking trade from Africa to Europe. Although under Qaddafi the country was an intermit­tently hostile environment for illegal immigration—maintaining draconian citizenship laws that contravened the majority of international human rights norms and standards—the main control placed on the migrant smuggling trade was along the northern sea border to prevent passage to Europe. The borders to the Sahelian band were left relatively uncontrolled, however, and the seminomadic populations of Tabu and Toureg moved with comparative ease in the border zones.The networks through which migrants from sub-Saharan Africa were smuggled became not only well established but also closely integrated into the local economies of border towns, par­ticularly in the south. Forced labor was often a cost of migrating—migrants having to pay their passage into Libya and then again to Europe. The illegal labor provided by the trade was also used to provide many state services that Libyan nationals preferred not to undertake themselves.

During the 2011 conflict, the tide of migration turned. Waves of Toureg and Tabu turned south, many returning to kin in Mali, Niger, or Chad. Immediately after the revolution, how­ever, and since, the situation in Libya stabilized, the tide turned north again, and the number of migrants trafficked through Libya increased substantially. Libya is once again perceived as a potential entry point for migrants moving across the Sahel bound for Europe. Most migrants held in detention centers and prisons across Libya speak openly and recount both the reasons for seeking better life, the difficulties on their journey, and the abuse they are often subjected to.

The smuggling trade is characterized by certain features.

Lack of economic opportunity and political instability are key push factors for migrants, who are often unrealistic about what kind of work they will be able to get in Libya or Europe.Migration in most cases is an act of desperation, and many migrants point out that the push factors in West Africa in particular continue to strengthen.

The smuggling of migrants is highly organized and, particularly in the south, has the widespread involvement of local Libyans, who connect with smuggling groups in the source countries and act as guides across the Sahara. They also serve as drivers and provide other forms of support. Involvement in the trade is an accepted economic practice in some communities. “These people want to move to Europe, not stay here, and we make good money.”33

Migrants often pay for their way northward by working for the traffickers at different locations. Many migrants worked for some time in Sebha before moving on, and almost all spent some time in Tripoli earning money for the next stage of the journey to Europe. Smugglers keep in contact with them during this period, ascertaining how much money they have and negotiating a price.

Migrants are particularly vulnerable to abuse at several points along the way. If arrested, many are held for months with little prospect of release, the requirement for which is the money to afford a ticket home.A parallel criminal business in extortion has developed alongside that of smuggling, as money is demanded from migrants to buy their freedom.34

Four main smuggling routes characterize the trade. The first route is from the coastal states on the western side of West Africa, mainly the Gambia, Senegal, and Mali. The second is from the more easterly regions, mainly Nigeria. The third is from Sudan, in particular the Darfur region. People moving along this route though also come from as far as Somalia and Eritrea. The final route is for Egyptians moving westward to Libya to escape political and economic instability. Libya is also home to a large number of migrants from South Asia, a significant proportion of whom appeared to have acquired fraudulently issued visas.35

The position of migrant smuggling at the center of the hierarchy of illicit markets and criminal activities in Libya is significant. Migrant smuggling appears to be interlinked with illicit trade and trafficking of numerous other commodities. Networks from Niger, Nigeria, Chad, Eritrea, Somalia, Sudan, and other sub-Saharan states have been found to be active in trafficking in persons and smuggling of migrants in Libya.36 Particularly in Nigerian networks, the relationship between those smuggling persons and the transit of illicit drugs, such as heroin and cocaine, is a close one. The continuing victimization inherent in many forms of human trafficking provides a relatively durable income stream for transnational criminal groups, and the penalties against human trafficking or smuggling, to the extent that they exist, tend to be far less harsh than those for drug trafficking. Thus, when all else fails, migrant smuggling is a reliable economic pillar.

As figure 2 shows, although the source countries and experiences of trafficked persons vary, the trade is characterized by danger, abuses, and violations of basic human rights. Furthermore, despite the relatively high cost of passage—the majority pay the equivalent of $800 to $1,000 for passage into Libya and double that for onward passage to Europe37—the majority of migrants fail to reach their target destination.

Figure 2. Three Stories of Human Smuggling

 

2504201503

 

. ° 0 O 0 ° . . ° 0 O 0 ° . . ° 0 O 0 ° . . ° 0 O 0 ° . . ° 0 O 0 ° . . ° 0 O 0 ° . . ° 0 O 0 ° . . ° 0 O 0 ° .

 

 

Iran: da Impero, a Stato Canaglia, a Partner (ambito?)

Il Sottosegretario USA, Wendy Sherman, ed il Vice Ministro degli Esteri Iraniano, Abbas Araqchi, si sono incontrati in Vienna Giovedì 23 Aprile proseguendo nello sforzo per rendere possibile la finalizzazione dell’accordo entro la data prevista di fine Giugno. (Reuters, 23-4-2015)

L’incontro fa seguito alla riunione conclusasi il 2 Aprile u.s., durante la quale Iran e Stati Uniti, con la partecipazione di Russia, Cina, UK, Francia, Germania e il Rappresentante Europeo Mogherini, fu deciso di “trovare un accordo reciprocamente accettabile” entro il trenta Giugno sulla base di una rinuncia da parte dell’Iran all’arricchimento dell’uranio, i.e. armi nucleari, e contestualmente della revoca delle sanzioni economiche ora in essere contro il paese.

I partecipanti alla riunione, pur di altissimo livello – ognuno dei Paesi era rappresentato dal rispettivo ministro degli esteri, chiaramente non avevano autorità di decisioni definitive; i principii base dell’accordo comunque sono stati messi sul tavolo, e la riunione 22-23 Aprile, a livello di sottosegretari, un confronto per negoziare verso il compromesso.

Uno sguardo alla Repubblica Islamica dell’Iran

Una civiltà di origini antichissime, un territorio generoso di risorse naturali,

 

2504201504w

2504201505

 

Iran, un colosso petrolifero con riserve di greggio accertate ad oggi seconde solo a quelle dell’Arabia Saudita, 157 miliardi di barili contro i 266 dell’Arabia, e quasi il doppio della Russia (93 miliardi), cui bisogna aggiungere l’enorme potenziale in gas naturale.

Negli anni ’70 la produzione di greggio supera i 6 milioni di barili al giorno

1973: entra a pieno regime lo sviluppo petrolifero

1979: Nasce la Repubblica Islamica, Khomeini rientra in Iran; il 4 Novembre vengono presi 60 ostaggi Americani, che verranno rilasciati 444 giorni dopo;

1980-1988: Guerra Iran-Iraq;

1989: morte di Khomeini;

2012: prendono effetto le sanzioni economiche

 

 

 

 

 


Interscambio Italia-Iran

2504201506

Dati: CC Italo-Iraniana

2504201507


Dati: ISTAT 2013, elaborazione SACE

1957: Enrico Mattei, presidente ENI, prende contatti diretti con lo Scià di Persia, Reza Palhevi per proporre termini contrattuali nell’esplorazione petrolifera che avrebbero sconvolto il mondo dei paesi produttori: una societa’ paritaria con l’ente petrolifero di stato, con la loro partecipazione diretta nella tecnologia di esplorazione ed estrazione degli idrocarburi, e royalties del 50%: di fatto lo stato Iraniano acquisiva il 75%”

Mattei: “Il mio compito e’ di assicurare al mio paese l’approvvigionamento di petrolio, non di fare profitti”

Il contratto che ratificò l’accordo fu siglato il 14 Marzo 1957, nel Settembre successivo nacque la SIRIP (Societe Italo-Iranienne des Petroles), di fatto iniziando la crescita dell’Eni verso la dimensione attuale.

Luigi R. Maccagnani